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- Creepypasta breve scritta da: Utente:Kobal art -

Trascinò i piedi sulla ghiaia, spostando una marea di sassolini al suo passaggio; il cielo grigio e nuvoloso descriveva perfettamente il suo stato d'animo. In mano stringeva un bouquet di candide calle che andò a posare delicatamente su una tomba, una tra le poche ancora intatte poiché le altre si erano rovinate con le intemperie o perché chi vi riposava era stato dimenticato da tempo. Abbassò il capo, congiungendo le mani. Erano passati tre anni ormai dalla sua morte. Sospirò, accarezzando con affetto e nostalgia la fredda lastra di marmo. Rimase lì in piedi per quella che parve un'eternità; era come se il gelo invernale non potesse scalfirlo minimamente da quanto si sentiva vuoto dentro ma, in ogni caso, si trattava di un vuoto che non sarebbe mai più riuscito a colmare. Non si spiegava proprio come fosse potuto accadere a una tale persona. Certo, la gente moriva ogni giorno nel mondo ma com'era possibile che a perire fossero sempre gli innocenti? Perché invece, coloro che provocavano sofferenza al prossimo non scontavano mai la pena che si sarebbero meritati? Era la crudeltà del genere umano quella, pura e semplice. Quelle e altre domande senza risposta continuarono a risuonargli nella testa, un loop infinito. A un tratto, avvertì la presenza di qualcun altro trovarsi lì con lui.

Presenza, notificata da un orrendo odore di carne putrefatta: odore di morte.

Alzò lo sguardo.

Un uomo smilzo e allampanato se ne stava con nonchalance appoggiato a una scultura funebre di un angelo piangente, la postura estremamente rilassata. Lo strano individuo indossava un completo elegante bianco fornito di un cappello con la fascia nera e di una cravatta dello stesso colore, a contrasto con il resto, mentre con le mani reggeva una strana cartella di pelle. Dapprima non disse niente ma poi, notando che questi non accennava a proferir parola, ritenne quantomeno buona educazione salutare.

"Buongiorno"

"Buongiorno a te, James O'Connor"

"Mi scusi? Ci conosciamo forse?"

"Non ancora, ma lascia che provveda: io sono Larry"

Detto ciò l'estraneo si voltò verso di lui, rivelando il viso che finora aveva celato con la tesa del copricapo. James si sentì mancare. Il tipo, o piuttosto la cosa che si chiamava Larry, era un cadavere ambulante con degli occhietti maliziosi contornati da profonde occhiaie scure; il naso era quasi inesistente e le labbra erano talmente screpolate e rovinate che quando sorrideva era possibile intravedere i denti marci. Questo fece qualche passo avanti, facendo di conseguenza indietreggiare James. Qualsiasi persona sana di mente se la sarebbe data a gambe levate in quel momento ma non lui, non almeno in un periodo come quello: ne aveva già viste tante di cose brutte, o almeno era quel che credeva. Se quella fosse stata la sua fine, l'avrebbe accettata. Tuttavia, l'essere non pareva intenzionato a recargli danno.

"Che cosa vuole?"

"Oh, sono solo un semplice uomo d'affari, niente di più niente di meno. Il mio obbiettivo è semplicemente quello di selezionare accuratamente la mia clientela e di poterla soddisfare al meglio"

Larry tirò fuori dal taschino della giacca quello che aveva l'aria di un biglietto da visita, porgendoglielo. Lo prese, rigirandoselo tra le mani. Il cartoncino era nero con una scritta bianca che recava "Prendi e ti sarà reso". Era forse uno scherzo? Doveva esserlo per forza, non c'era logica alcuna in tutto ciò. Nonostante continuasse a non comprendere, decise ugualmente di portare avanti la conversazione; se quel tipo era lì sicuramente non era un caso. Tanto valeva ascoltare.

"Che genere di affari?"

"Un genere che non potrai rifiutare. Mi occupo principalmente di risolvere faide, dispute e vecchi rancori, se sai cosa intendo. E di qualche funerale, di tanto in tanto"

James non era sicuro a cosa si riferisse ma la parola "vecchi rancori" lo aveva colpito particolarmente. Lo studiò per un po': la pelle pallida, le unghie lunghe e spezzate, il tanfo… era come se fosse uscito da una tomba.

"All'incirca, ma non è così male come può sembrare. Ci sono molti vantaggi nell'essere come me"

Spalancò la bocca, non sicuro di aver capito bene. Era forse…

"In grado di leggere nella mente? Modestamente sì"

Provò a obbiettare, ma non trovando niente da dire, si limitò a continuare quella bizzarra conversazione.

"Prima hai detto che ti occupi di risolvere questioni lasciate in sospeso. A quanto ammonterebbe il pagamento richiesto?"

Dapprima Larry non rispose ma poi, scoppiò a ridere. La sua risata risuonò distorta tra le lapidi, echeggiando; era come se qualcuno avesse tagliato le corde a una chitarra. riuscì a ricomporsi, facendo gesto di asciugarsi una lacrima che non era sgorgata.

"Probabilmente non hai ancora capito: sono morto, sei cieco forse? Cosa me ne farei del denaro di voi umani? Semplicemente mi basta una tua firma, e il gioco è fatto"

James guardò sospettoso, squadrandolo da capo a piedi.

"Nessuno fa niente gratuitamente, c'è sempre una qualche fregatura sotto. E di rimando, cosa te ne fai di una firma?"

Larry appoggiò una mano sul fianco, scocciato.

"Non me ne faccio proprio niente. Come ho già detto, e non lo ripeterò una seconda volta, è solo una formalità. Sarebbe conveniente per te firmare. Lo posso eliminare dalla faccia del pianeta, se è ciò che desideri"

Sentendo questa frase a James gli si illuminarono gli occhi. Magari non era una cattiva idea; avrebbe risolto il suo tormento.

"Allora?"

James ci pensò su un attimo, reggendosi il mento.

"Ci sto. Devi fargliela pagare all'uomo che ha investito mia moglie"

A quel punto il cadavere aprì la misteriosa cartella, rivelando una serie di documenti. Sfilò un foglio che gli passò assieme ad una penna, probabilmente a inchiostro nero. Provò a leggere le scritte che vi erano sul contratto, ma senza successo; erano incredibilmente minuscole e non aveva con sé neppure gli occhiali da lettura. Larry era visibilmente impaziente e tamburellava con le viscide dita sulla pietra della tomba su cui si era seduto.

"Sarò anche deceduto ma questo non significa che disponga di un tempo illimitato. Ho un sacco di lavori da sbrigare, per cui muoviti a firmare!"

James lo guardò di sbieco, inarcando un sopracciglio.

"Solitamente è opportuno leggere le clausole prima"

"Oh andiamo, quelle sono solo cosucce; sai, tutta roba burocratica. Adesso sbrigati"

Portò la penna nel punto in cui doveva, e firmò. Mentalmente cercò di convincersi che non aveva nulla da perdere, in ogni caso. Il contratto gli venne strappato letteralmente di mano.

"Perfetto! Per adesso qui abbiamo finito. Tu tornatene pure a casa, al resto ci penserò io. Anthony Watson è il suo nome, giusto?"

James annuì. Se era telepatico, perché mai glielo aveva chiesto?

Ma Larry non parve avere intenzione di rispondergli. Richiuse la cartella e vi infilò il contratto arrotolato, e fece per andarsene.

"Come farò a sapere che non mi hai mentito e che hai finito il lavoro? Non sparirai, vero?"

Larry si girò e lo guardò trucemente. Poi, gli si avvicinò, fino a che i loro visi non furono a un centimetro l'uno dall'altro.

"Non accusarmi di essere un bugiardo ma soprattutto, non azzardarti a darmi ordini. Nessuno mi dice cosa fare. E sappi che io vado e vengo dove e quando mi pare, James O'Connor"

Si sistemò la tesa del cappello e si voltò, urlandogli qualcosa mentre al contempo sollevava un dito, come a voler sottolineare un'affermazione imminente.

"Ricordati; io mantengo sempre le mie promesse, James O'Connor. Gli affari sono affari!"

Detto questo se ne andò, scomparendo in lontananza tra la nebbia mattutina. James in cuor suo sperava di aver fatto un buon affare.


Analizzò alla luce della lampada il biglietto, studiandolo nella sua opacità. Corrucciò la bocca. Non era più così sicuro di potersi fidare di Larry, ma oramai era fatta. Lo posò sul comodino e spense la luce, scivolando sotto le coperte; inutile dire che si rigirò parecchie volte quella notte. Era nervoso, molto nervoso ma al contempo eccitato. Finalmente l'avrebbe pagata. Tre anni fa aveva investito sua moglie, che stava tornando a casa dal turno serale al ristorante in cui lavorava vicino casa loro. Mentre attraversava, lui l'aveva investita, portandogliela via per sempre. Nonostante lo avessero trovato ubriaco alla guida e avesse l'aggravante di omissione di soccorso, per un errore giudiziario era stato rilasciato prima del previsto, e ora era di nuovo a piede libero. Gente così non poteva stare nella società. Gente del genere, non aveva diritto di vivere. Finalmente si addormentò, provando una certa soddisfazione. Giustizia sarebbe stata ben presto fatta.

Nel frattempo, in un altro luogo della città, un uomo camminava avvolto nel suo cappotto. Stava attraversando sulle strisce pedonali quando qualcosa, o meglio qualcuno, lo spaventò. Un uomo alto quasi quanto il semaforo gli stava sorridendo, le pupille accese di un rosso innaturale. Era uno sguardo carico di malignità. Era lo sguardo di qualcuno assetato di sangue. Si rese conto che non si trattava di un essere umano e fece un passo indietro. una macchina rossa sfrecciò a tutta velocità sulla strada, colpendolo in pieno. Fu possibile udire un forte schiocco, come qualcosa che veniva maciullato e spiaccicato; il sangue spruzzò denso sul cofano dell'auto ma il conducente non si fermò neppure dopo aver sentito la botta. Il pover uomo sentì un dolore allucinante e, dopo qualche spasmo, smise di muoversi. Una pozza di sangue si riversò sull'asfalto, tingendolo di un intenso cremisi. Larry si fece avanti dall'ombra, intingendovi un dito e portandoselo alla bocca. Era una sensazione gradevole per quanto non potesse sentire i sapori. La consapevolezza di aver fatto bene il suo lavoro lo rendeva egualmente soddisfacente. Sorrise. Gli affari andavano davvero di bene in meglio ultimamente.


James si sollevò, riaprendo gli occhi gradualmente per abituarli alla luce del sole, che filtrava debolmente dalla persiana semi aperta. Si girò e, guardando sul comodino, vide che non c'era più il biglietto da visita. Era stato misteriosamente rimpiazzato con un semplice foglio; lo prese in mano. Diceva "Ho fatto come pattuito… spero tu abbia dormito bene". Non era firmato, ma sapeva da chi proveniva. Si stirò avvertendo uno strano dolore alla schiena; perdurò ma non ci fece molto caso. Quel pomeriggio, anche se era pieno di file ed email da sistemare e inviare a lavoro, si sentì stranamente libero, come se si fosse tolto un peso di dosso che aveva portato appresso per troppo a lungo. Si sistemò gli occhiali mentre finiva di salvare alcune cose sul desktop ma dovette strizzare gli occhi. Sembrava tutto più… sfuocato. Sbatté le palpebre. Magari era ora di fare qualche controllo alla vista. Una volta tornato a casa si buttò immediatamente sul divano, stanco come non mai. Si addormentò quasi subito.


Un insistente bussare alla porta lo riscosse dal sonno. Si rimise in piedi ancora assonnato; strano che non avesse udito il campanello. Quando andò ad aprire, gli prese il panico: due agenti di polizia si trovavano sul suo pianerottolo; il primo era un uomo basso e tozzo con la barbetta rossa mentre il secondo era un tipo sulla trentina con i capelli castani.

"Salve, siamo della polizia. Avremmo bisogno di farle due domande se non le dispiace. Purtroppo, dovremo portarla con noi in centrale, ma non si preoccupi"

"Perché? Cosa succede?"

"Vede il signor Anthony Watson... è morto. Abbiamo trovato il suo cadavere ieri notte e, a quanto pare, è stato investito"


Alla centrale ricevette un paio di sguardi curiosi, ma fortunatamente nessuno gli chiese niente a parte gli agenti che lo avevano scortato. Ad interrogarlo fu il secondo, che gli fece una serie non indifferente di domande.

"Così lei si trovava in casa sua ieri notte, esatto?"

"Certamente"

"Qualcuno può confermarlo?"

"Sì la signora Robinson, la mia vicina. Abita proprio di fronte a me, stesso pianerottolo"

"I suoi rapporti con il signor Watson immagino non fossero dei migliori"

"Beh, direi proprio di no"

Che razza di domanda era mai quella? Era l'assassino di sua moglie!

"Sa, è per questo giustamente che l'abbiamo portata qui, ma credo se lo fosse immaginato. La sua è un alibi di ferro, per cui è allora libero di andare. Non abbiamo ancora rintracciato la vettura che ha provocato l'incidente; la chiameremo nel caso ci fossero aggiornamenti"

James se ne andò, ancora troppo nervoso per riflettere in maniera coerente. Teoricamente, non lo aveva ucciso lui, per cui non avrebbe dovuto minimamente preoccuparsi. Ma, allora, cos'era che lo turbava?


In seguito, l'individuo che aveva investito Watson venne rintracciato grazie alle telecamere di sorveglianza, accusato di omicidio colposo con aggravante per omissione di soccorso. Nei giorni a venire, James notò dei cambiamenti. Aveva iniziato a tossire molto spesso nonostante non fumasse e compiere azioni semplice come salire le scale del condominio era diventato estremamente faticoso; sentiva un'enorme stanchezza addosso. Inizialmente sottovalutò la cosa ma poi si fece visitare da un medico, che gli prescrisse dei farmaci per alleviare lo stress poiché, a sua detta, di quello si trattava. Niente cambiò anzi, non fece che peggiorare di giorno in giorno tanto da dover prendere un periodo di malattia per assentarsi dall'ufficio in cui era impiegato. Dopo un po', persino lavorare da casa col computer divenne faticoso; le dita non si muovevano più veloci come prima e gli occhi mostravano immagini sfuocate. Una mattina si guardò allo specchio e notò perfino delle rughe sulla fronte. I capelli piano piano gli divennero bianchi, tutto ciò nell'arco di un circa poco più di un mese. Una sera, quasi soffocò per la tosse. Era stato costretto a continuare col lavoro altrimenti non avrebbe potuto pagare l'affitto e le bollette. Non poteva chiedere soldi ai suoi figli; era comunque un uomo orgoglioso e non voleva farli preoccupare. Credeva di essersi scordato della faccenda, ma non fu così. Continuava a ripensarci, giorno e notte, il pensiero della morte di Watson un chiodo fisso nella sua mente affannata e affaticata. Sapeva di aver fatto la cosa giusta ma il fatto era che quella sua certezza iniziava a vacillare. Aveva scoperto che esso aveva un figlio di nome Jordan, e gli era dispiaciuto in qualche modo; aveva diciassette anni e mezzo. Ne avrebbe compiuti diciotto fra qualche mese, ma suo padre non sarebbe stato lì con lui per celebrare. Scrollò di dosso quel pensiero. In fin dei conti, se l'era cercata.


Una domenica sera, tornando a casa dopo aver fatto alcune compere, si ritrovò una visita inaspettata. Riconobbe l'ospite inatteso ancora prima di varcare la soglia. L'odore di morte non era uno di quelli trascurabili. Larry era comodamente seduto sul sofà, le gambe accavallate e le braccia conserte, la sua fedele cartella appoggiata di lato sul tappeto sfilacciato.

"Che diamine ci fai in casa mia? Pensavo avessimo chiuso con questa storia"

"Hm, non del tutto. Vedi James, forse non hai prestato molta attenzione alle clausole del contratto per cui sai, sono tornato per avvisarti… non ti resta molto a lungo. A dire il vero, ti resta solo qualche minuto se non vado errato. Spero tu possa perdonarmi per il ritardo. Dovresti mangiare qualcosa prima della tua dipartita, tipo un ultimo sfizio; non credevo ti saresti ridotto così male"

A James gelò il sangue nelle vene. Le clausole? Di cosa andava blaterando quel maniaco?

"M-ma se avevi detto che non erano rilevanti! Di cosa diamine stai parlando?"

"Voi umani siete così incredibilmente ingenui, oltre che straordinariamente sciocchi. Davvero credevi non ci fosse un prezzo da pagare? Che avresti potuto togliere la vita a qualcuno senza risentirne le conseguenze? Non sei nessuno per decidere chi deve morire e chi deve vivere, O'Connor. Non sei un dio. Non ha significato nulla il biglietto per te?"

Fu solo allora che James capì il significato vero della frase apparentemente senza senso. Prendendo la vita di Watson, aveva automaticamente autorizzato Larry a prendere anche la sua poiché gliela aveva portata via ingiustamente. Iniziò a tossire violentemente, cercando di parlare nell'agonia dello sforzo.

"C-cosa mi hai fatto, mostro?"

"Io non sono un mostro, tu lo sei. Voi umani siete così… prepotenti, arroganti. Credete di essere migliori l'un dell'altro ma non lo siete. Sei invecchiato di colpo dopo che lui è morto ma dopotutto, hai ottenuto quel che volevi: vendetta. È stato un piacere conoscerti, James O'Connor"

"Ci rivedremo a-all'inferno allora"

Larry ridacchiò, stringendo il pugno.

"Hai ragione. Ho detto di essere morto, ma non di essere umano"

Strinse più forte, facendo grazie a qualche forza misteriosa accasciare James a terra, dolorante.

"Mi hai ingannato…"

"Ti sbagli, ho mantenuto gli accordi. Ma ora basta chiaccherare, ho un altro cliente con cui devo incontrarmi. Credo tu lo conosca per sentito dire; Jordan è il suo nome"

Urlò, ma fu un grido soffocato quasi; il cuore gli doleva in maniera atroce. Infine, il suo corpo si rilassò completamente, smettendo di contorcersi. Il suo cuore aveva smesso di battere. Larry lo scosse con una scarpa. Sì, era morto del tutto. Gongoló, orgoglioso di sé stesso. Scosse la giacca da eventuale polvere e prese la sua valigetta. Sì, era stato proprio bravo quella volta. Altre anime tormentate sarebbero arrivate giù.

In fin dei conti, gli affari erano affari.




Scritta da Kobal art

Il contenuto è disponibile sotto licenza CC BY-NC

Narrazioni[]

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Creepypasta ITA Questione di affari

Narrazione di FearOfDarkness, Xeno Deeper, Pagno & ExtremistCreepyPedia TM

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