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Ho errato. Ho scelto il male. Ho errato e so d'aver mancato inconfutabilmente coi doveri morali e naturali che d'un uomo ci si aspetterebbe. Ma ditemi signori miei, se voi fi foste trovati nella MIA medesima situazione a fare la MIA medesima scelta, dubito fortemente avreste scelto di fare ciò che la coscienza comune imporrebbe. Dite il contrario? Ipocriti. E più miserabili di me. Poichè ricamate con le vostre maschere una disgrazia che potrebbe capitare a voi stessi. Vi è un Faust in ognuno di noi e siamo noi stessi a decidere di evocare il Mefistofele! Noi e nessun altro. Ascoltate la mia storia e riconoscetevi in essa.

Il mio nome sarà sempre Ivan Volkoff, sono un pianista e un compositor d'orchestra. Nell'anno Domini di quel che dovrebbe essere nostro signore 1850. L'epoca dei grandi. Wagner! Verdi! Brahms! E poi c'ero io. Una nullità come compositore. Nessun nobile voleva più avermi tra i piedi e nè il più infimo borghese avrebbe voluto io suonassi una sonata semplicissima al compleanno del suo terzo genito. E non avevo alcun idea su come risolvere i miei guai. Se non chè, un giorno un mio caro amico, amante della letteratura europea ed oltre, tutta, m'invitò a casa sua, assieme ad altri ospiti.

Al verde, non potei ch'accettare il tanto lusinghiero invito al convivio, ma ben presto scoprìi che una cena non valeva di certo tutta la noia che il prima e dopo avrebbero provocato. Ad ora incredibilmente prematura, si cominciò a parlare di noiose questioni statali, economiche e peggio di tutte, positiviste. Una cena di Darwiniani e Comptiani ecco cosa diavolo era quella trappola! Ed io, con il mio apparire così bohemiano, col mio cappotto lungo e nero e i capelli arruffati, non davo certo l'idea d'essere nel mio luogo ideale. E nè d'essere al posto giusto. Ma sapete signori, c'è una cosa che mi differenzia d'un Bohemien. Ei è un artista. Io no. Mi distolse da questi scoraggianti pensieri, lo stesso padrone di casa. Mi chiese s'avessi voluto scendere in libreria, stimandosi della vastità di essa e dandomi permesso di prender ciò che più avrei trovato di mio gusto. Il viso mi s'illuminò, per quanto me lo concedesse la mia pallida carne, e dopo qualche convulso ringraziamento (che son sicuro, signori, sarà stata fonte d'ilarità tra gl'astanti), m'avviai con un domestico alla biblioteca, situata al piano inferiore. E mi meravigliai non poco, quando la rimirammo dalla porta alla cima d'una rampa di scale che conduceva alla scansia. Sembrava un labirinto di Cnosso all'interno d'una catacomba, illuminata si e no da qualche lume acceso in vari punti strategici della libreria.

Tutto ciò era insolitamente gotico per i gusti del mio carissimo amico, ma assieme al servo, m'introdussi in essa. Le tenebre non l'abbandonavano al suo interno, anzi l'infittivano. Quante volte, in quei cunicoli le cui pareti traboccavan di cultura, immaginai aspettarci o sorprenderci un onirico mostro tanto simile ai demoni dell'Inferno? La mia fantasia è fervida e macabra si, ma nulla in confronto a ciò che vado a narrarvi. Feci fermare il servo nello scaffale della letteratura inglese. Ho sempre amato Marlow, ma quella sera l'occhio mi cadde sull'opera "Dottor Faust". Soffiai via la polvere, alla quale ero allergico e aprìi quel volume rilegato in pelle nera, con un gran scheletro in copertina. E lessi. Lessi avidamente i proclami di quel pazzo ch'evocò Mefistofele. Ma io amavo quel pazzo. Sacrificare l'anima a virtute e canoscenza... lo trovai d'improvviso come un desiderio dei più belli e utopistici e romantici. Era possibile vendere la propria anima, per rendere immortale la nostra immagine di carne? Era possibile che per avere tutto ciò che un uomo avesse desiderato, c'era da pagare il prezzo d'una vita in un misero istante? Io, fantasticavo ed amavo queste fantasticherie, mentre immaginavo me stesso alla ribalta, magari alla scala di Milano, a suonare un pezzo degno del maestro Beethoven, ma con l'iridi degli'occhi di un rosso vivo e focoso, che quasi portava la parte raziocinante in me a disprezzare quell'empia visione. Ma le luci della ribaltà, del teatro magno, della celebrità, del successo. Tutto troppo invitante per essere rifiutato. E poi per cosa? Per una misera anima? Non sapevo cos'era, neanche s'esistesse. Quindi avrei considerato infinitamente vantagioso barattare il nulla metafisico, con il tutto materiale. Infinitamente. Lessi attentamente le parole di Faust e Mefistofele. Nella mia mente si stampò una preghiera, come se marchiata a fuoco.

"Vi prego, prendete la mia anima. E datemi quel che voglio."

Formulato quest'impulsivo pensiero, avevo uno strano sentore leggendo quel libro. Come se le parole, ogni lettera, improvvisamente, fossero leggermente in moto tra di loro. Un'illusione ottica creata dal buio o dai fiochi lumi stessi forse. Eppure, improvvisamente tutte le parole dei dialoghi teatrali si mischiarono in un malato Calligramma. Sì formò un volto demoniaco, che mi fissò e proruppe in una sguaiata e cavernosa risata, che ancora non ho dimenticato! Con un gemito di orrore, stupore e maraviglia, lasciai cadere il libro per terra. Cadde e si chiuse, e mi sentìi come scampato ad una belva feroce quando vidi l'opra rilegata non più aperta nella pagina con il volto infernale. Stetti fermo qualche secondo, con lo sguardo fisso sul libro, pronto a scappare al minimo singulto macabro che avrebbe potuto effettuare.

Il domestico, non visto da me, s'avvicinò a quel libro e lo prese dal pavimento. Appena lo aprì, intimai lui di non farlo in maniera non proprio composta, ma il gentiluomo, sbalordito, si limitò a chiedermi se qualche cosa non andasse e se volessi essere riportato di sopra, nel caso avessi trovato opprimente l'aria sotterranea di quella libreria. Negai. E mi scusai per il comportamento, con una scusa che n'anche ricordo per la sua banalità. E risalimmo sopra giusto in tempo per gustare la cena. Dio quanto potei averla gustata, dal vuoto del mio stomaco di artista incapace e al verde! E durante la cena arrivò la proposta.

"Carissimo Ivan! Lei oltre a compositore è anche pianista!" disse compiaciuto il mio carissimo amico Positivista. "Non son di certo una cima." dissi io, con gli'occhi bassi, spazzolando il piatto dalla succulenta bistecca di Firenze che stavo consumando. Il mio amico parea più un Creso che un Darwiniano, con il suo aspetto nobile, i capelli e i baffi corvini corti e curati e quel bicchiere di Vin Rouge alla mano. "Non faccia il modesto. Nessuno di noi ha aspirazioni Umanistiche qui. Ma siamo tutti appassionati di musica e siam certi che potrà deliziarci con le sue note. O se non altro intrattenerci! Che dite gentiluomini?" Tutti asserirono. Il boccone di Fiorentina penso sia rimasto nel mio stomaco, ancora.

Finita la cena, finalmente mi si concesse (Concesse...) di suonare allo stupendo pianoforte dell'ospitante. Acero nero, stupendo, tasti lucenti, ottimamente tenuti. Ergo, non c'era scusante ch'avrebbe retto s'avessi stonato o mal suonato. Sentivo il cuore in una tenaglia e mi sedetti... e la tenaglia si strinse ancora di più, sicuro com'ero ch'avrei reso uno spettacolo pietoso e monotono a tutti i miei occasionali ascoltatori. Trassi un lungo, sofferto sospiro, e alzai gl'occhi guardando lo spartito dinnanzi a me.


TARTARUS


Non ebbi il tempo di chiedermi che diavolo di canzone fosse. Avrei scommesso qualcosa di Wagner o Chopin, a cui squisivano questi titolo e temi onirici e sovrannaturali, ma le note del pentagramma seguirono lo stesso moto delle parole che componevano il Faust, materializzando quel volto Luciferino. Lo stesso volto, la stessa risata. Ma non corsi, ne strappai il portafoglio, ne feci altro.

Fui invaso da una forza indicibile, nuova. Nuove conoscenze! Note che mai sentìi in alcuna canzone, in alcuna sonata, suonate da mai nessuno strumento prima d'ora. Nuovi modi di suonare, ch'affondavano le loro radici nelle ispirazioni più disparate e malate. Fiumi di lava. Battiti metallici. Urli di bestie Infernali. Questi erano le mie influenze principali ora! Nè Wagner, nè Verdi e nè Brahms. Cominciai... anzi, qualcosa cominciò a farmi suonare. Battiti oscuri, creati con i tasti dell'ottava più bassa del piano forte, intervallati da tintinni dell'ottave più alte, davano un lento ma inesorabile senso di caduta... e li aumentavo di ritmo, sempre di più. Sempre di più, finchè un accordo all'ottava centrale spezzò il tutto. E poi disegnai nell'udito d'ognuno dei ghirigori solo usando le note alte e scandendole a mò de metronomo con la nota più bassa del piano forte. Poi ho confusi ricordi. Una melodia angosciante, sembrava stessi muovendo un'armata. I bassi scandevano il tempo, con passi lenti e inesorabili, mentre gl'alti sembravano sciamare tra di loro, in una lenta avanzata sorpassandoli. Per pochi minuti si portò avanti questa marcia sinistra. Le note basse erano i demoni più grandi. Quelle alte quelli più maligni e piccoli. Ecco dov'era la marcia. Ecco cosa stava a significare il Pentagramma. Ecco cosa avevo svegliato! E poi finì. Mi voltai verso gli astanti... avevano il viso stravolto e gl'occhi lucidi, com'avessero visto il Diavolo stesso sorgere dalle tenebre. Fu un attimo. Fui sommerso dai loro applausi, dai loro complimenti, dalle loro pacche sulle spalle e da domande come

"Dov'avete imparato?" O "Chi v'influenza in una musica sì nuova?"

Io rispondevo imbambolato, con cenni della testa e con flebili sorrisi. Non ero io. Ma questo non lo potevano sapere. Uno di loro, mi diede lui stesso notizia dopo la mia (è il caso di dirlo) spaventosa performance, era il proprietario d'un teatro molto conosciuto e prestigioso. Mi chiese di tener concerto presso il suo palco. Tutto ciò era meraviglioso e orribile allo stesso tempo. Avevo suonato musica del demonio, dagl'Inferi stessi. Ma ero coverto d'onori terreni. E decisi di tenere gli ultimi. Non chiedetemi perchè, ma decisi di tenerli. M'ero dannato oramai, tanto valeva cogliere ciò che potevo ancora avere e gustarmelo fin'all'ultima oncia di gloria. Ma sulla parete, formato dall'ombre dei candelabri della stanza, vedevo per la terza volta il viso di quel demone. Stavolta sorridere... e con approvazione.



Scritta da Cavagar

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