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Erano le 4 del mattino quando lo sentii.

Un cigolio.

Il rumore fastidioso si ripeté più volte nel giro di pochi minuti finché non divenne insopportabile.

"Al diavolo" mi dissi, pensando alla giornata di lavoro che mi attendeva mentre uno stupido cigolio mi stava rubando ore preziose di riposo.

Mi alzai in piedi dal letto con le occhiaie, e tremando tutto goffamente incespicai fino ad arrivare in salotto, dopodiché girai a sinistra verso la cucina, da dove avevo intuito provenire il rumore.

Controllai i mobili con le pentole, il frigorifero, finché lo sguardo non si fermò sul ripiano dove tenevo piatti e tazze.

Era una credenza di quelle a muro, basse e con lo sportello senza maniglia. Di solito si chiudeva appoggiandolo forte in modo che le calamite in basso potessero aderire, ma quella sera sembrava non funzionare. Osservai un po' il mobile, prima di agire ancora assonnato. Alzai la mano e la appoggiai allo sportello per accostarlo, ma mi accorsi che qualcosa dentro sembrava impedirmelo, lasciandolo così socchiuso. Insistetti più volte, ma non ci fu nulla da fare. Forse qualche piatto all'interno sistemato male ne impediva la corretta chiusura? In tal caso tirai lo sportello per aprirlo, ma qualcosa sempre da dentro mi bloccò nell'intento. Sembrava che lo sportello fosse incollato e distanziato pochi centimetri dallo stipite del mobile. Cosa poteva essere? Ormai del tutto sveglio, feci più forza sulle dita e tirai con maggior vigore verso di me, sentendo qualcosa dentro scollarsi piano piano, infatti il divario tra mobile e sportello iniziava ad allungarsi, finché...

Una piccola mano fucsia emerse dal mobile appoggiandosi di scatto col palmo sull'esterno dello sportello.

Immediatamente dopo, un esile corpicino del medesimo colore, vagamente illuminato dalla luce lunare della finestra, scattò interamente all'esterno arrampicandosi su tutto lo sportelletto come se fosse un geco senza coda.

"Ah" riuscii a esclamare, balzando all'indietro con i muscoli tesi per lo spavento. Vidi l'essere continuare l'arrampicata con quei polpastrelli a ventosa, cercando e infine trovando uno spiraglio nella finestra in cui inserirsi sgonfiando la propria pancia rigonfia e sgusciando via come se fosse tutto viscido. Poco prima di andarsene, per un millesimo di secondo, l'essere si girò a fissarmi con quel volto da bambola dotata di occhi neri sproporzionati, e vidi in quello sguardo mostruoso qualcosa che mi fece rabbrividire, come se lo conoscessi da sempre.

L'indomani mattina mi inventai una scusa e presi un giorno libero, rimanendo nelle oscurità del mio appartamento a ripensare all'incontro osceno, finché non mi arrivò una telefonata dalla mia ex fidanzata M.L.

M.L. dopo varie formalità educate, scoppiò in lacrime, raccontandomi come aveva passato questi ultimi mesi dopo che ci eravamo lasciati.

Mi disse che vomitava di nervosismo, e che però a un certo punto aveva smesso di avere il ciclo.

Trattenni il fiato.

Tra un singulto e l'altro continuò, aggiungendo che purtroppo il feto aveva sviluppato una malattia prenatale, ma malgrado questo la famiglia e gli obiettori avevano sempre insistito dicendo che forse poteva essere curabile.

Tuttavia, lei aveva già preso la sua decisione: proprio ieri dopo varie ricerche infruttuose, aveva trovato una clinica che poteva aiutarla e aveva così messo fine a tutto. Pianse per tutta la chiamata, e io cercai di confortarla finché una sua affermazione non mi ammutolì: mi disse che il dottore, dopo aver praticato l'aspirazione, non era più riuscito a trovare il feto. Colto da un fremito, mi alzai dal divano e andai in cucina, dove aprii la credenza della notte precedente. Lì ebbi la terrificante conferma di quanto avevo sospettato: su un piatto piano di ceramica bianca, sozzo di sangue e liquido non identificato, risiedeva una massa informe mangiucchiata terminante in una sorta di lungo tubicino carnoso.

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