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Regina guardò terrorizzata il cavaliere che si allontanava da lei, sapeva bene dove era diretto. Non c’era tempo per osservare il suo destriero scuro dirigersi verso le mura della città, doveva inseguirlo.

Noncurante del vestito candido che aveva indossato quella mattina, si mise a correre a perdifiato: lui poteva anche essere a cavallo, ma lei conosceva un mucchio di scorciatoie che le avrebbero fatto risparmiare tempo… non gli avrebbe permesso di arrivare prima di lei.

Una volta superato l’ingresso della cittadina, si fece subito più circospetta. Doveva assolutamente evitare le guardie del posto, avrebbero sicuramente cercato di farla fuori. Si guardò intorno, accertandosi che nessun soldato fosse nei dintorni e, dopo aver accuratamente scansato un drappello di quelle armature tetre, proseguì il suo inseguimento disperato.

Come aveva previsto, la città era in subbuglio. 

“Concentrati, conosci le vie di questa città, devi solo pensare a non sbagliare strada”, pensò Regina. 

Cosa più facile a dirsi che a farsi, visto che dall’ultima volta che c’era stata, l’architettura della città aveva subito dei cambiamenti radicali. Infilatasi in una viuzza stretta, ma illuminata, che costituiva una delle sue scorciatoie cittadine preferite, dovette bloccarsi di colpo: due torri, dai lucidi mattoni scuri, le bloccavano il passaggio. Due porte di ebano si ergevano davanti a lei, chiuse a chiave. Fremente di rabbia, Regina fece per colpire il legno con il pugno, quando un sussurro funesto proveniente dall’interno la frenò. Doveva stare calma. C’era quasi cascata, stavolta. Oltre a quelle porte c’era qualcosa di nefasto, e lei lo sapeva. Doveva solo stare calma, e attenta.

Frustrata, fece dietrofront nella stradina soleggiata, e si decise a passare attorno alle due torri. Pensò a quel maledetto cavaliere, e sorrise pensando che, a cavallo, sarebbe stato per lui quasi impossibile attraversare rapidamente il crocevia di stradine minuscole che componevano la città. In fin dei conti, pensò, quella deviazione non le avrebbe fatto perdere troppo tempo.

Si trovava ancora all’ombra cupa delle torri, quando un altro uomo a cavallo per poco non la falciò. Non doveva averla notata, comunque, visto che si era dato all’inseguimento di un altro uomo poco lontano, avvinghiato al dorso di un puledro candido, che era sfrecciato poco prima nella stessa direzione.

Regina riprese fiato, e continuò per la sua strada. Ormai era vicina. 

Evitò un altro paio di soldati, annidati negli angoli più scuri delle strade, e finalmente vide le mura immacolate del castello stagliarsi davanti a lei. Si precipitò verso l’ingresso al palazzo, che come temeva era privo di protezione, e si diresse verso l’interno. 

Non senza sforzo, spalancò il portone d’entrata della stanza del trono. 

Lui era lì, illuminato da una luce quasi accecante, che la guardava impietrito dal fondo della sala.

Un soldato enorme dall’armatura cupa, lo aveva immobilizzato, minacciandolo con una lancia. 

Regina sorrise, era arrivata in tempo. 

Si diresse verso il colossale soldato, nonostante la stazza considerevole, contro di lei non avrebbe avuto scampo.

Aveva appena concluso il primo passo, quando una spada plumbea la colpì da dietro. 

La lama le trapassò il ventre, e in un attimo il suo vestito candido si tinse di porpora.

Incrociò il suo sguardo del suo sovrano per l’ultima volta, non era riuscita a salvarlo.

Con un ghigno vittorioso stampato in viso, il cavaliere estrasse la spada dal corpo privo di vita di Regina, dirigendosi verso il soldato alleato.

Impietoso, piantò lo sguardo truce negli occhi del prigioniero, definitivamente braccato.


“Scacco matto, caro il mio Re”, disse il cavaliere.


La lancia scura dell’alfiere trafisse il petto del sovrano, la partita era finalmente finita.

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