Creepypasta Italia Wiki
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Mi chiamo Antonio, ho ventun'anni e devo essere grato a non so quale benevola entità se sono ancora qui oggi per raccontare ciò che state per leggere. Il vuoto esistenziale che invade la mia anima mi attanaglia da ormai quattro mesi; per essere più precisi, da quando persi la mia famiglia, composta da mio padre Valerio, di cinquant'anni, da mia madre Sofia, di quarantotto anni, e da mia sorella maggiore Marina, che invece ne aveva ventotto.

Vi chiederete come mai a me non sia successo nulla; ve lo spiegherò in questo scritto, che lascerò come testimonianza della mia fortuna nell'essere ancora vivo fisicamente ma distrutto emotivamente, ma vi avverto: la mia sarà una storia macabra, cruenta e difficile da digerire per i più sensibili di voi, perché si parlerà di sangue, torture e crolli psicologici. Siete stati avvisati.

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Nacqui nel 1987 in una cittadina di cui non rivelerò il nome, ma mi riferirò a essa come città X. I miei genitori erano entrambi insegnanti alle scuole superiori, mentre mia sorella, dopo essersi laureata in Ingegneria Elettronica con il massimo dei voti, iniziò a lavorare come programmatrice hardware in un'azienda che produceva computer. Io, una volta terminate le superiori, decisi di prendermi una pausa molto lunga dallo studio; dopo avere passato cinque anni infernali al Liceo, nonostante la mia ottima resa in termini didattici, presi la decisione di non volere più avere a che fare con i libri per almeno due o tre anni. I miei non si espressero, mi diedero totale libertà di scelta. Mia sorella Marina, anche se non era d'accordo, rispettò e comprese questa mia decisione. Mi ero sentito finalmente libero, libero di potere uscire di casa quando volevo e non vedere nessuno per tutto il giorno. In casa mia le cose non andavano affatto bene: i miei erano sull'orlo del divorzio, Marina si scontrava con loro di frequente, soprattutto con mio padre, mentre io ero totalmente abbandonato a me stesso, ai miei non importava più di me, come se poi si fossero mai davvero interessati alla mia persona. L'unica persona al mondo che riusciva a darmi una ragione per continuare e andare avanti era proprio Marina, che per me era un'amica, una Sorella con la S maiuscola e una compagna inseparabile. Il suo supporto nei miei confronti era massimo, anche se le mie linee di pensiero non incontravano sempre la sua approvazione, ma non importava, perché per lei era più importante sostenermi. Ancora oggi non so perché non ricambiai mai a fondo tutto questo amore per me e me ne pento amaramente. Per sfuggire a quell'ambiente tossico, uscivo la mattina presto per tornare a casa poco prima dell'alba successiva. Passavo le mie notti in giro per la città X, ascoltando musica a palla, camminando senza maglietta anche in pieno inverno e ingurgitando roba da mangiare o bere al chiosco aperto 24 ore al giorno. Non stavo per niente bene, iniziai a odiare sempre di più la mia vita, fino addirittura a commettere il tragico errore di allontanare da me l'unica persona che mi ha sempre amato a prescindere da tutto, cioè Marina. Un errore di cui avrò rimorso per tutta la vita e che iniziai a pagare una sera di febbraio.


Mi ricordo ancora bene il giorno, era il 27 febbraio di quest'anno. Erano circa le 23, decisi di tornare a casa per dormire. Notai alcuni dettagli insoliti. Le luci di casa erano accese e una finestra era aperta; i miei genitori e Marina andavano sempre molto presto a letto e spegnevano sempre le luci e in inverno non aprivano mai le finestre la sera. Salii le scale più velocemente del solito. La porta di casa mia era aperta. Gridai i loro nomi ma nessuno rispose; controllai camera per camera ma non c'era nessuno e quando stavo per uscire di casa, ricordo che venni stordito e atterrato da un tipo mascherato. Quello fu l'inizio della fine.

Mi risvegliai un'ora dopo l'accaduto in una stanza abbastanza oscura e maleodorante, con pareti sporche di sangue e feci. Non c'era nulla, se non una porta chiusa con un lucchetto, una scatola con dentro qualcosa e un biglietto; su di esso c'era scritto "Ti stanno aspettando". Non compresi subito il senso del messaggio ma tutto ciò che feci fu aprire la scatola, prendere la chiave all'interno e sbloccare la porta. Vorrei non averlo fatto. Quando la spalancai, trovai di fronte a me uno spettacolo terrificante; davanti a me c'erano i miei genitori e mia sorella, tutti intrappolati in diversi macchinari a me sconosciuti. Mio padre era incatenato a terra con una cinghia di acciaio sul collo, mia madre era attaccata al muro da tante corde di filo spinato e Marina era appesa al soffitto a testa in giù e sotto di lei c'era quello che potrei definire una sorta di gigantesco tritacarne con decine di lame affilatissime che taglierebbero un anguria come se fosse burro. Tutti e tre urlavano di terrore, erano grida talmente forti da scuotere persino le mie membra. Speravo che fosse un incubo dal quale mi sarei svegliato ma purtroppo fu tutto vero. A un certo punto, si attivò una cassetta contenente una registrazione; la riporto qui di seguito con un virgolettato.

"Ciao, Antonio. Davanti a te ci sono le persone che più di ogni altra dovrebbero essere la tua priorità ma che hai trattato indistintamente come se fossero scarti della peggiore feccia del mondo. La tua codardia e il tuo egoismo ti hanno impedito di combattere i demoni che regnavano indisturbati nella vostra casa. Hai fatto della tua vita un enorme spreco e non hai mai apprezzato l'aiuto che il mondo ha tentato di offrirti. Adesso, tocca a te comprendere se questo tuo modo di ragionare sarà ancora valido dopo avere partecipato al mio gioco. Al termine della registrazione, ognuno di loro verrà trasportato in questo stato in una stanza diversa; tuo padre nella stanza a sinistra, tua madre in quella davanti a te e tua sorella in quella alla tua destra. Per ogni gioco, dovrai porti delle domande e capire se la loro vita vale la tua oppure no. Ricordati che a te non verrà torto un singolo capello e che uscirai del tutto indenne da questo gioco anche se dovessi fallire tutte le prove, ma sappi che un tuo perdere una prova costerà la vita a coloro con i quali giocherai di volta in volta. Che il gioco abbia inizio".

Terminata la registrazione, come promesso dall'organizzatore, tutti e tre vennero spostati nelle proprie stanze. Una freccia mi indicò da quale stanza partire e questa puntava verso sinistra, il che significava che la prima vittima con cui giocare era mio padre. Più arrabbiato che impaurito, mi precipitai verso quella porta e la chiusi alle mie spalle.


Nella prima stanza, trovai mio padre incatenato al collo su una piattaforma collegata al muro e intorno alla quale c'era intagliato un rettangolo. La registrazione vocale si attivò e disse quanto segue:

"Benvenuto nella tua prima prova: davanti a te hai colui che in te ha sempre riposto le sue più grandi speranze, le quali hai sempre puntualmente deluso con la tua pigrizia e la tua mancanza di forza di volontà. Adesso, tutta quella forza che ti è mancata la dovrai trovare tutta in una volta. Al termine della registrazione, avrai centoventi secondi per trovare la chiave che libererà tuo padre dalla catena sul suo collo, ma ricorda che se fallirai la prova, lui verrà rinchiuso in una teca di vetro che inizierà a riempirsi di acqua a tal punto da morire annegato. Come tu sei annegato nell'indolenza, così lui annegherà nella morte. Aiutarlo o lasciarlo morire, a te la scelta."

Partì il timer, avevo due minuti per trovare la chiave, ma ebbi l'indizio su dove si trovasse da una radiografia effettuata al suo corpo: la chiave era dentro il suo fianco sinistro e mi accorsi che davanti a me c'era una motosega che accesi immediatamente; intanto mio padre continuava a urlare e implorare il mio aiuto. Non potevo sentirlo ne vederlo così. Dovevo solo trovare il modo e il coraggio di tagliargli il fianco per recuperare la chiave: fu più difficile del previsto, fuoriuscì un sacco di sangue che mi sporcò del tutto i vestiti e le sue urla mi spaccarono i timpani. Presi la tanto agognata chiave ma fu troppo tardi; ci misi più tempo del consentito e mio padre venne ucciso annegando nell'acqua. Tentai di rompere la teca con la motosega e ci ero riuscito, così l'ebbi apparentemente salvato. Quando pensai finalmente di avere risparmiato mio padre e di potere finalmente costruire da capo un rapporto saldo con lui, ecco che una lama simile a quella usata per le decapitazioni cadde dal soffitto e lo tranciò in due parti.

Per poco non svenni e non vomitai, avevo capito di non poter fregare il capo del gioco. Crollai a terra disperato e versai un sacco di lacrime. Lì i sensi di colpa iniziarono a prendere possesso della mia anima ma non avevo tempo da perdere e continuai andando verso la porta che conduceva alla stanza seguente.


Le forze per andare avanti iniziarono a venire meno in me, avevo appena lasciato che mio padre morisse: è proprio vero che la vendetta e il risentimento non portano da nessuna parte se non a questo, soffrire e avere rimorsi per ciò che si poteva aggiustare: ma ormai fu tardi, fuori uno su tre. Almeno sperai di riuscire a salvare le altre due nelle loro stanze.

Con la morte affettiva nel mio cuore, iniziai a maledire colui che ci aveva portato questo punto, volevo picchiarlo a sangue e ucciderlo pur di ottenere finalmente giustizia e pace. Proseguii verso la stanza seguente tramite una porta nell'angolo in fondo a destra della camera in cui mi trovavo. La aprii e poi la chiusi nuovamente alle mie spalle. Trovai, come mi potevo aspettare, mia madre attaccata alla parete alla mia destra nella nuova stanza. All'interno di essa, c'era solo un buco che fungeva da finestra, fuori pioveva e potevo sentire le gocce di pioggia cadere all'esterno; inoltre, si vedevano sui muri altre chiazze di sangue e altri fluidi non meglio definiti, armi da taglio ovunque e persino un braccio umano in stato di decomposizione parecchio avanzato. Chiunque gestiva quel posto aveva ripetuto l'orribile gioco già altre volte.

Qualche secondo dopo la mia entrata nella stanza, si attivò un altro registratore. Il messaggio fu il seguente:

"Dopo avere superato o fallito la prima prova, eccoti adesso di fronte a un altro membro e a un altro interrogativo da porti. Colei che è appesa ed incatenata al muro è la persona che ti ha dato la vita, vita che hai miseramente condotto e sprecato fino a questo punto, facendole capire che non le sei stato per nulla grato. Dove eri quando lei era in difficoltà? Dove eri quando aveva bisogno del tuo aiuto? Ora, ti do l'ultima possibilità di poter finalmente riallacciare i tuoi rapporti con lei. Appena terminata la registrazione, partirà il timer di cento secondi. In questo lasso di tempo, l'unico modo che avrai per salvarla è quello di disattivare la trivellatrice che, allo scadere del timer, si dirigerà lentamente sino alla gola di tua madre, facendola tacere per sempre, ma fai attenzione: ci sono tre cavi che regolano il funzionamento del macchinario; uno, se staccato, lo disattiva, uno lo attiverà in anticipo e uno non cambierà una singola virgola del gioco. Aiutarla o lasciarla morire, a te la scelta".

Come prevedibile, si attivò il timer e mia madre iniziò a urlare e piangere ancora peggio di quando l'avevo trovata. Ero paralizzato dalla paura e dall'impotenza ma non avevo un secondo da perdere: mi diressi immediatamente verso i cavi. Lì trovai un biglietto con su scritto:

"La morte può anche salvare".

Cercai di capire cosa significasse quel messaggio mentre osservavo i tre cavi collegati alla trivellatrice: uno era rosso, uno era bianco e uno era nero, tutti colori connessi all'idea di morte; rosso come il sangue, bianco come la paura e nero come il lutto. Capii che lo psicopatico che aveva preparato tutto questo stava cercando di farmi ragionare e darmi delle risposte, non apprezzava bluffare e farsi fregare. Diedi un'occhiata al timer, quaranta secondi: dovevo sbrigarmi a trovare il cavo giusto. Scovai in fondo alla stanza delle pinze parecchio grandi, così corsi a prenderle, tornai indietro ai cavi e ne staccai uno, quello rosso, e non successe nulla, significò che uno degli altri due l'avrebbe salvata. Guardai il timer, venticinque secondi. D'istinto, recisi il cavo nero; errore madornale, poiché il timer scese istantaneamente a zero e partì la trivellatrice verso la gola di mia madre. Fu uno spettacolo raccapricciante, ero pietrificato e non riuscivo né a piangere né a urlare, oramai ero del tutto vuoto dentro.

Vidi mia madre mentre la sua gola veniva trucidata e la sua testa cadde poco dopo davanti a me. Iniziai ad avere forti allucinazioni e mi sentii parecchio male: caddi a terra in ginocchio davanti al suo cadavere e guardavo sia lei che la sua testa caduta. Il ticchettio dell'orologio mi dava un fastidio tremendo, volevo morire lì e non andare verso l'ultima stanza rimasta, quella in cui era rinchiusa Marina, ma non avevo altra scelta, dovevo salvare almeno lei. Ripresi un po' di forze rimaste e mi diressi verso l'ultima porta.

Da quello che seppi controllando il mio cellulare, alla caserma della città X stavano conducendo le indagini sul presunto organizzatore di giochi mortali che mi stava sottoponendo alla sua tortura psicologica; le indagini erano portate avanti dal Maresciallo Vincenzo Letojanni, dal Capitano Monica Salvetti, da una squadra di investigatori e alcuni membri del Reparto Operativo Speciale. Il capo degli investigatori, il signor Luciano Spalletti, aveva già raccolto alcuni indizi e informazioni essenziali per l'identificazione di colui che soprannominarono "L'animatore"; criminale già noto alle autorità locali per fatti simili commessi da altre parti e con altri metodi; il movente dei suoi omicidi era sempre lo stesso: sete incontrollabile di giustizia e piacere tratto dall'avere il totale controllo fisico e psicologico delle sue vittime.

Il signor Spalletti, forte dei suoi venticinque anni di lavoro da investigatore, fece tutto il possibile per collaborare con le forze armate e la magistratura nella risoluzione del caso. Da quello che si leggeva, gli investigatori erano molto vicini all'individuazione dell'assassino dal punto di vista del luogo in cui svolgeva la sua attività criminale; era solo questione di tempo e preparazione meticolosa del piano. Il signor Spalletti, con l'aiuto del Capitano Salvetti, riuscirono a individuare la sorgente del segnale audio: parse infatti che i registratori all'interno del posto in cui ero rinchiuso fossero collegati a un computer centrale presente proprio in quell'edificio. Non si poteva vedere ma c'era, quindi capirono che l'animatore era ancora libero e che avrebbe continuato se non fosse stato fermato con la forza. Proprio la sera in cui partecipai al gioco, seppi che era in atto un piano preparato segretamente dal Signor Spalletti, dal Maresciallo e dal Capitano, per tendere un'imboscata all'assassino e terminare quell'incubo psicologico.

Mentre si stava organizzando il modo di liberarmi e arrestare l'animatore, aprii l'ultima porta e la chiusi dietro di me. Come la trovai prima, vidi Marina appesa sottosopra a qualche metro di altezza dal tritacarne. Tentava di dimenarsi ma senza successo, era immobilizzata per bene tanto da sembrare un prosciutto crudo appeso al soffitto mentre stagiona. Partì l'ultima registrazione che spiegò le regole dell'ultimo gioco:

"Che tu abbia superato o fallito le prove precedenti, nulla di quello che hai visto sarà più straziante di ciò che dovrai vivere adesso. Che l'inferno possa avere pietà di te se dovessi fallire anche questa volta. Tua sorella, la persona attaccata alla corda che la tiene giusto a qualche metro dalla morte certa, è stata al tuo fianco per tutta la vita. È stata la spalla su cui potere piangere, il barile dentro cui scaricare la propria rabbia, la benzina che carburava la tua anima di energia. Non le hai mai dato nulla in cambio, trattandola addirittura da perfetta sconosciuta negli ultimi tempi. Il cattivo atteggiamento che hai mantenuto nei suoi confronti acquisisce ancor più gravità se consideri che lei ti ha sempre difeso davanti ai tuoi genitori. Adesso sarai tu a doverla difendere. Quando finirà questa registrazione, partirà il timer di ottanta secondi, il tempo che avrai a disposizione per salire con la corda attaccata a una trave del soffitto e recuperare la chiave che disattiverà le lame che partiranno quando inizierà il countdown. Se fallirai anche questa volta, le lame arriveranno a spezzare la corda che tiene Marina lontana dalla morte, facendola cadere nel tritacarne. Come lei è scivolata nella depressione a causa tua, adesso tu scivolerai nel pavimento oliato e sulla corda unta che ti rallenteranno il percorso. Aiutarla o lasciarla morire, a te la scelta".

Tutti, ma non lei. Lì avvenne il mio crollo più grave, proprio lei non doveva morire, mi avrebbe lasciato del tutto solo e abbandonato definitivamente. Iniziai a urlare anche io per riuscire a trovare il coraggio e la determinazione di salvare almeno mia sorella. Provai a correre verso la corda ma scivolai a terra più volte. Una volta appeso, capii che dovevo andare più velocemente o sarei scivolato di nuovo a terra. Quando raggiunsi la chiave, mancavano già quindici secondi allo scadere del tempo e le lame erano già a un metro dalla sua corda. Le sue urla di paura e terrore mi fecero piangere e gridare di rabbia. Caddi giù dalla corda e mi feci molto male. Tentai di trascinarmi fino al quadro elettrico per sbloccare il lucchetto e disattivare il meccanismo. Quando mancò un secondo, riuscii a fermare le lame e a salvarla. Compresi di avercela fatta, ero sollevato. Purtroppo, la mia gioia durò poco. Le lame si riattivarono a sorpresa, tagliarono la corda e Marina finì dentro al tritacarne.

Le sua urla me le sogno ancora oggi.

In quel momento, mi resi conto che la mia vita era distrutta e finita, l'animatore mi aveva fregato. Lì ho compreso che lui poteva fare di me quello che voleva ma non viceversa. Mi inginocchiai di nuovo davanti all'uscita del tritacarne, dalla quale uscì solo una massa spappolata di carne umana e sangue che si riversò a terra e sui miei vestiti. Le mie corde vocali smisero virtualmente di funzionare, i miei occhi erano rossi e secchi per quanto avevo pianto, la mia sfera emotiva era disintegrata, non mi rimase più nulla da provare se non l'odio e la rabbia.

Non ebbi il tempo di realizzare tutto l'accaduto della notte che qualcuno fece rumore dietro di me: era lui, l'animatore, in piedi dall'altra parte dell'enorme stanza che fungeva da magazzino. Era mascherato e aveva in mano una pistola puntata su di me e si avvicinò lentamente. Quando arrivò a un metro da me, mi alzai ed ebbi grosso modo questo dialogo con lui:

(A: Io, I: Animatore).

A: "Perché?"

I: "Dove la giustizia vera non arriva, ci sono io."

A: "Questa me la chiami giustizia? È già tanto se non sono arrivato a metterti le mani addosso."

I: "TE LO SEI MERITATO, ANIMALE! Non ti meritavi un'altra possibilità."

A: "Quindi mi stai dicendo che anche se avessi superato tutte le prove, sarebbero morti lo stesso?"

I: "Vedo che hai tanta capacità di comprensione delle cose. Avessi preso uno smidollato, non sarebbe stato altrettanto divertente."

A: "Vorrei vedere se una cosa del genere succedesse a te! Cosa avresti fatto se la tua famiglia avesse fatto la stessa fine della mia?"

I: "Ahahaha, vuoi sapere troppo, ragazzo, ma ti darò un indizio: se il bidello non pulisce, come puoi portare avanti il suo compito?"

Avevo capito tutto; lui fu una vittima di malagiustizia. Aveva perso i suoi familiari in un incidente d'auto e nessuno fece nulla per rintracciare i colpevoli o risarcirlo. Appresi di questa storia qualche tempo prima, ma non avrei mai immaginato che la vittima vera fosse proprio lui. Da allora, la sua sete di vendetta non lo abbandonò più, iniziò a dispensare giustizia a modo suo nei confronti di chi non sapeva apprezzare quello che aveva e sprecava la propria vita nel vuoto più assoluto. Incredibile come mi sia reso conto solo allora di come arrivai a quel punto. E allora, dopo tante altre morti prima di quel momento, fui io ad avere il confronto diretto con lui.

A: "Il fatto che abbia subito quello che è successo non ti autorizza a fare lo stesso con tutti gli altri!"

I: "Oh sì, invece. Dove erano le persone quando avevo bisogno di loro? Chi mi ha mai aiutato a riprendere in mano la mia vita? La risposta l'avrai già compresa."

A: "Hai ancora una possibilità, io e il resto del mondo te la vogliamo dare, ma non puoi buttare via la tua vita così come io ho sprecato la mia, come tu stesso mi hai detto."

I: "E chi mi dice che mi posso fidare di te, eh? Seguire i consigli di qualcuno che non li ha mai voluti ascoltare, che bella forma di trasformismo. Mi dispiace, oramai è troppo tardi ed è arrivato per te il tempo di dire addio a quello che hai avuto."

Fece appena in tempo a mettere il colpo in canna che gli agenti del ROS, il Maresciallo Letojanni, il Capitano Salvetti e il signor Spalletti irruppero nel magazzino, stordendo l'animatore e arrestandolo nell'immediato. Io venni preso e tratto in salvo dal Capitano; Il Maresciallo e gli agenti del ROS ammanettarono l'assassino e il signor Spalletti si avvicinò a me, congratulandosi con me per essere stato l'unico sopravvissuto della catena di omicidi e giochi mortali dell'animatore. Mi portarono in caserma, mi diedero dei vestiti nuovi e mi ascoltarono per tutto il tempo che serviva. Fui sollevato per la fine dell'incubo ma sapevo bene che nessun processo mi avrebbe mai ridato indietro la mia famiglia.

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Qualche tempo dopo i fatti, venni chiamato a testimoniare contro di lui. Ero solo, visto quanto detto prima: solo io sono sopravvissuto all'animatore, il che significava solo una cosa, cioè che tutti coloro che ebbero a che a fare con lui erano stati uccisi o dalle trappole o perché giocatori che dopo tutte le prove furono ammazzati direttamente da lui stesso. Mi costituii parte civile per ottenere un risarcimento per i danni morali subiti. Venne condannato in primo grado all'ergastolo, con la possibilità di condizionale dopo ventisei anni. Una cosa mi colpì in particolare durante il processo: l'assassino non mostrò mai il suo volto, volle mantenere l'anonimato, non rivelarono neanche il suo vero nome. Mi vennero accreditati sul conto familiare circa 250 mila euro di risarcimento. Dopo alcuni giorni, mi convocò il notaio della città X per dare atto del testamento di mio padre e mia madre. Mi lasciarono in eredità la loro casa, il loro intero patrimonio, circa 400 mila euro, e le loro automobili. Vendetti gran parte delle cose a loro appartenenti e che ormai non mi servivano più, comprese le loro macchine e racimolai un totale di altri 75 mila euro. In totale, ho conservato sul vecchio conto familiare 725 mila euro, che dovrò amministrare per bene. Ma tutto il denaro che ho non mi basterà a colmare il vuoto che oramai regna incontrastato nella mia vita. Se solo ripenso a come trattai tutti loro, mi viene da piangere ancora oggi. Mamma, papà, Marina, vi chiedo perdono per il modo in cui mi sono comportato con voi e spero sempre nella vostra pietà e nella vostra compassione. Lascerò questo scritto come libretto per tutti coloro che hanno intenzione di leggere questa storia e diffondere il messaggio che voglio lasciare qui: apprezzate sempre quello che avete e curatevi di voi stessi e di chi vi circonda. Io purtroppo ho imparato a farlo solo ora e ho sulla coscienza la vita dei miei familiari.

Per quanto riguarda cosa sto combinando adesso nella mia vita, ho trovato lavoro facendo ripetizioni private a studenti di scuola elementare, media e superiore. Tutti gli studenti che vengono da me per le ripetizioni mi portano sempre molto rispetto e mi adorano tutti, così come io adoro e rispetto loro; ormai io e loro abbiamo creato una grande comunità in cui allo studio accompagniamo anche attività ricreative. Ho intenzione di ampliare la mia attività e rendere la mia vita migliore professionalmente, eticamente e moralmente. Ho abbandonato i vizi che avevo prima dei fatti narrati e adesso posso dire di avere ripreso in mano la mia vita. Voglio aiutare nel mio piccolo chi ha bisogno; i miei familiari fecero così con me, adesso tocca a me trasmettere questo valore all'esterno. Se avete intenzione di diffondere la mia storia, vi prego solo di non lucrarci sopra: non ho intenzione di vedere la parte peggiore della mia vita diventare merce su cui fare soldi. Chiunque lo farà, dovrà poi vedermi in tribunale. Per il resto, spero di avere trasmesso ciò che era mia intenzione dare, cioè consapevolezza. Fate la vostra parte e tutto andrà liscio, ma soprattutto, e questo ricordatelo sempre: siate grati, o potreste fare la mia stessa fine.

Tearing eye
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