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La famiglia di Erika Wallrose si era appena trasferita da New York ad Andedios, nel Maine, avendo ereditato una dimora settecentesca, in stile coloniale, con annessi una fattoria e svariati acri di terra coltivabile. Avevano una somma bastevole, tra l’eredità e i loro risparmi, per mandarla avanti e vivere dignitosamente finché non avessero ingranato.

Mentre i suoi e gli addetti della ditta traslochi erano al lavoro, Erika iniziò a esplorare la magione Anation. Giunta che fu in soffitta, un piccolo brivido le corse lungo la schiena: effettivamente era inquietante e aveva anche un brutto presentimento: sentiva che avrebbe fatto meglio ad uscire per non più ritornarvi, ma emise un risolino, rimproverandosi mentalmente e scrollando le spalle. Non era mai stata una ragazza paurosa.

Lì trovò molte cose, tra cui un ciondolo a forma di timone che la precedente proprietaria, chiunque fosse, si era data una gran cura di nascondere. Da allora lo portò sempre al collo, tranne quando andava a dormire, per non rischiare di strozzarsi nel sonno. Se solo avesse saputo che quanto più a lungo avrebbe tenuto al collo il ciondolo tanto più si sarebbe rafforzato il legame che la univa a qualcos’altro, una forma di vita senziente non di questo mondo e niente affatto benevola.

Solo pochi giorni dopo fu svegliata di soprassalto, in piena notte, dalle grida dei suoi genitori. Corse nella camera matrimoniale e accese la luce. Ciò che vide la sconvolse e addolorò oltre ogni dire: qualcosa di incorporeo di color verdastro, dalle fattezze femminee e umanoidi, li stava letteralmente massacrando. Pur senza possedere un corpo per pugnalarli materialmente, quell’essere emetteva dei raggi dai palmi delle sue mani. Quando raggiungevano le loro carni era come se una mannaia le stesse colpendo.

Disperata, si avventò contro quell’essere. Cercò in tutti i modi or di colpire quella cosa or di far da scudo ai suoi, ma era tutto vano: poteva solo continuare a provare, mentre piangeva e, con la voce rotta dal pianto, alternativamente supplicava e urlava. A un tratto quella cosa si fermò e la fissò dritta negli occhi. Come l’ebbe fatto le ferite che erano state inflitte a suo padre e sua madre smisero di sanguinare, pur rimanendo aperte. Con un tono di voce perentorio, che non ammetteva un no né un cercare di prendere tempo come risposta, quell’essere le parlò:

“Io sono Dusios e tu mi hai evocata. Ora devi completare il rito, portatrice, dammi la chiave o moriranno! Fai come ti dico e torneranno come prima, non ti resta molto tempo”.

Non minacciava certo a vuoto, ma le parole “evocata”, “rito” e “chiave” le ronzarono in testa per quello che sembrò un tempo interminabile, anche se in realtà fu per meno di due  secondi. Non capiva di cosa Dusios stesse parlando! E soprattutto... quale chiave? Avrebbe fatto di tutto e di più pur di riavere i suoi genitori sani e salvi.

“Di che stai parlando? Quale chiave?” Chiese con voce rotta, mentre le lacrime le rigavano il viso. Per tutta risposta Dusios le indicò il ciondolo che portava al collo. Per un attimo Erika esitò, comprendeva che non avrebbe dovuto farlo, o meglio, una vocina interiore le diceva di non farlo, ma i suoi genitori avevano la precedenza, anzi: erano tutto ciò di cui le importasse adesso.

Si sfilò il ciondolo dal collo e lo porse a Dusios, la quale tese una mano come per prenderlo, ma fermandosi a pochi millimetri da esso,  chiedendole:

“Vuoi che io la abbia?”

Annuì, ma l’essere le ripeté la domanda. A quel punto non ci volle molto ad Erika per capire che una magia impediva a Dusios anche solo di sfiorare la chiave senza un palese e verbale consenso. Meditò per pochi attimi. Dusios sarebbe forse svanita nel nulla se avesse gridato di no con tutte le sue forze e poi le avesse cacciato in mano l’oggetto prima che essa ritirasse la mano? Questo vago bel sogno fece ben presto a cestinarlo: questa cosa, di qualunque specie si trattasse, aveva immobilizzato i suoi e teneva l’altro palmo così vicino al cuore di sua madre che, non poteva dubitare affatto di questo, avrebbe fatto in tempo a trapassarglielo pur mentre moriva e niente le garantiva, tra l’altro, che sarebbe davvero morta.

Così gridò invece un convinto sì e lasciò che quell’essere avesse ciò che tanto voleva. Appena l’ebbe fatto, Dusios sparì dalla stanza ed i suoi genitori tornarono come prima. Non ricordavano più niente di tutto l’accaduto, ma lei era visibilmente provata.

“Hai avuto un incubo, cara?”

Erika fece di sì con la testa, ed ancora molto scossa nonostante fosse finito tutto bene, sulle prime tornò in camera sua. La paura non l’abbandonava, continuare a ripetersi che era tutto finito non bastava a tranquillizzarla davvero, anche perché, per definizione, una chiave doveva servire a Dusios per aprire qualcosa che prima le era precluso. Non c’era proprio verso che riuscisse a non pensarci. Non c’era verso che riuscisse a dormire e, del resto, come avrebbe potuto dopo quel trauma?

Si alzò di scatto dal letto dopo non molto tempo, decisa ad ispezionare palmo a palmo di nuovo tutta la casa, come aveva fatto il giorno del suo arrivo, previo essersi armata di un bastone da baseball. Se Dusios aveva aperto qualcosa, ebbene non voleva certo lasciar correre: sarebbe andata a fondo della faccenda!

Eppure bastava poco, pur con tutto il coraggio che cercava di darsi, a farla tremare o sobbalzare e dietro ogni angolo era come se d’improvviso quell’essere dovesse ricomparire ed aggredirla. Ad un certo punto udì un rumore provenire da un bagno e vi entrò circospetta accendendo la luce ma non vide nulla.

“Mi sarà parso,” si disse tra sé, “devo darmi una calmata.”

Dopodiché inspirò ed espirò profondamente. Già che c’era ne approfittò per darsi una rinfrescata al viso e per bere un po’, ne aveva bisogno dopo il gran pianto. Dirimpetto al lavandino c’era un enorme specchio, quando Erika ebbe finito si voltò e stava per fare un passo verso la porta quando due braccia sbucarono fuori dallo specchio, questa volta erano corporee e color carne. Le mani l’afferrarono al petto, la presa era troppo forte, non ebbe neanche il tempo di gridare prima che quelle braccia la trascinassero con forza dentro lo specchio dove sarebbe rimasta intrappolata per sempre ad urlare impotente, con la sola compagnia dei suoi pensieri.

Un istante dopo che il corpo di Erika fu inghiottito per sempre oltre lo specchio ecco che Dusios né uscì prendendo in tutto e per tutto le sembianze di Erika. Un paio di settimane dopo arrivò la fine delle vacanze estive ed una nuova alunna fece il suo ingresso nella terza classe, se solo avessero saputo che non era umana, venne presentata a tutti come da prassi ed il professore la invitò a scegliersi un banco, scegliere a chi voleva sedere vicino. Quello che né lui né altri potevano sapere è che questa nuova alunna mentre volgeva gli occhi d’intorno scrutando ora l’una ora l’altra, non stava cercando una compagna di banco ma un corpo per sua sorella.

Alla fine si sedette accanto a Juno e le rivolse un sorriso enigmatico. Juno per tutta risposta le disse:

“Scusami, ero così assorta nel leggere Romeo e Giulietta da non prestare attenzione. Come ti chiami? Io sono Juno.”

Dusios rispose, tornando poi a sorriderle enigmaticamente: “Sono Erika.”

Quando poi Juno tornò ad immergersi nella lettura, dalla posizione esatta in cui era ora voltata, con il muro poco oltre, nessuno avrebbe potuto accorgersene se non la ragazza stessa; un lampo demoniaco le illuminò gli occhi e il sorriso. Il sorriso che fino a poco prima era stato solo enigmatico, divenne diabolico, mentre pensava: “Bel corpo, mia sorella ne sarà felice”.

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