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“Vostro onore, da quando sto con questa gente, io ho visto cose da farla diventare bianco!” – Winston, Ghostbusters.


C’è molto lavoro là fuori, per un ventenne ex-guardia giurata con un brutto caso di disturbo post-traumatico da stress. E se quello stupido ragazzino fosse anche stato orribilmente sfregiato da un “serial killer” che ha lasciato una scia di vittime attraverso tre stati, per poi sparire senza lasciare traccia? Quel ragazzino può a malapena ordinare un hamburger al McDonald’s, figuriamoci ottenere un impiego remunerativo.


I miei genitori non poterono aiutarmi molto. Le ferite sulla mia fronte e sulle guance guarirono dopo alcune settimane, o mesi. Non tenevo più il conto. Si possono ancora vedere, se si guarda abbastanza da vicino, o alla luce della luna. Nessuno mi guarda troppo da vicino, ora. C’è qualcosa riguardo ai miei occhi, che sembra riflettere le cose che ho visto.


Posso riconoscermi in Winston. Ho visto brutte cose. E quelle cose ti farebbero diventare bianco, se non un completo pazzo furioso. Effettivamente potrei essere pazzo, perché continuo a vedere brutte cose.


Dopo… l’incidente, passai alcuni giorni in ospedale, e diverse settimane nel reparto psichiatrico. Presunsero che avevo sofferto un crollo psicotico dovuto ad un “trauma” o “shock”, siccome gran parte della mia storia suonava effettivamente come un insieme di deliri deliranti, dovuto anche alla graziosa stanza color pastello dove finii. Il tempo passò, l’Università riaprì per le lezioni, e alla fine i poliziotti smisero di farmi domande.


Tornai a casa e rimasi sul divano per alcune settimane. A poco a poco ebbi l’impressione che i miei genitori volessero che me ne andassi. Sembrava che li rendessi nervosi. Mi sembra di rendere tutti nervosi, ora. La rabbia esplose, le parole furono dette e il giorno dopo ero su un autobus diretto chissà dove. Avevo circa un migliaio di dollari in risparmi, in più mio papà me ne aveva messi un altro po’ in borsa, così potei affittare stanze economiche e mangiare pasti economici lungo la strada, ma sapevo che avrei avuto bisogno di trovare presto un lavoro.


Ho fatto un percorso vagamente meridionale, che infine si concluse in una stazione di autobus in una cittadina nei sobborghi di Birmingham, rannicchiata in mezzo al cavalcavia della I-65 e un magazzino. Potrei dire che era una zona industriale, ma sembra che Birmingham sia un’intera zona industriale fallita. Il posto aveva lo stesso fascino di una prostituta morta da tre giorni, e puzzava altrettanto.


Uscendo dalla stazione degli autobus e passata la recinzione che circondava la struttura dello UStore, notai un cartello “Assunzione” sporco e ingiallito sulla finestra dell’ufficio. “Ma che diavolo,” pensai, spinsi la porta impolverata ed entrai.


Il gestore si chiamava Al, ma non assomigliava per niente al mio vecchio e mingherlino ex-collega. Al era un uomo di colore morbosamente sovrappeso, con uno spazio tra i due incisivi e una maglietta di Cher che doveva essere stata nuova negli anni 80. “Hai la carta d’identità, non hai buchi di siringhe, non puzzi di liquore, e hai perfino un fottuto curriculum. Devi essere un cazzo di dono di Dio. Sei assunto. Cominci ora. Hai un posto dove stare?”


“No signore.”


“Bene, meglio così. Starai nell’appartamento al piano di sopra. Ti pagherò otto dollari l’ora, per quaranta ore a settimana. Se lavori più di quaranta ore in una settimana, fai finta che mi stai pagando l’affitto. Sei libero i lunedì e i martedì. Se vuoi l’assicurazione sanitaria, chiama pure il fottuto Presidente, perché non ho ancora visto nemmeno la mia.”


Al mi fece fare un giro della struttura. Lo UStore era molto più grande di quanto sembrava, consisteva in dodici costruzioni situate dentro ad un’area quadrata, a sua volta circondata da una recinzione di sicurezza. Ogni costruzione aveva quattro piani sopraelevati e altri due sottoterra. I piani più bassi erano d’élite ed erano sorprendentemente molto protetti, con sensori di movimento e videocamere ad ogni intersezione dei corridoi. “I sensori di movimento sono un peso alle palle. Scattano ogni volta che una merda di falena vola nel corridoio, ma dobbiamo lo stesso controllare i filmati e segnarlo.”


Il lavoro di sicurezza era pressappoco lo stesso a cui ero abituato: fare il turno di notte, dalle nove di sera alle sei di mattina. Camminare lungo il perimetro due volte, controllare una volta i magazzini, tirare su eventuale spazzatura, poi tornare indietro e controllare gli allarmi e i filmati. Segnare qualsiasi cosa fuori del normale e investigare, se necessario.


“Ma soprattutto, tieni la bocca chiusa e lascia stare i clienti. Ci stanno pagando le fatture, quindi non hai bisogno di sapere cosa cazzo stanno facendo nella loro unità di stoccaggio. Magari ci stanno facendo sesso!” rise Al.


"Se un cliente alza la voce, fa una scenata o più che altro fa cazzate, prima chiama la polizia e poi me.” Al colpì una parete metallica di una unità, che rimbombò lungo i corridoi.


“Queste pareti sono piuttosto resistenti, ma puoi farci un’ammaccatura con un pugno e bucarle con un coltello. Nessuno vuole un’unità tutta ammaccata, e rimpiazzare queste pareti è una rottura di palle.”


Abbiamo camminato lungo il percorso di sicurezza, e Al indicava ogni posto di controllo, e abbiamo raggiunto l’entrata della sezione di massima sicurezza. “I clienti prendono l’ascensore. Devono inserire il loro codice per farlo aprire, e poi devono inserirlo di nuovo per andare giù ai livelli B1 o B2. Questo li fa andare veramente fuori di testa. Andranno in confusione e alcuni di loro andranno nel panico dentro l’ascensore, quindi devi sempre tenere la tua radio accesa. Alla fine si accorgeranno del tasto “Interfono” e ti chiameranno, così dovrai spiegare loro che devono inserire il loro codice di nuovo. Per quanto riguarda noi, usiamo le scale, odio quei cazzo di ascensori.”


Al fece scivolare il suo badge e aprì la pesante porta che dava sulla tromba delle scale, entrammo e… gelai.


Erano le stesse scale. Come potevano essere le stesse scale?


Rimasi lì, con un filo di fiato in gola, le mani bloccate in una morsa sul freddo corrimano di acciaio.


“Ehi, ti senti bene? Hai un infarto o qualcosa del genere?”


Sbattei le palpebre. Non erano le stesse scale. Per nulla. Queste erano nuove, di acciaio luccicante, illuminate, e potevo vedere chiaramente il fondo. “No, mi scusi, pensavo di dover starnutire. Stavo… aspettando uno starnuto.”


“Già, cazzo. È tutta la fottuta polvere che c’è qui. Aspetta che arrivi primavera, e ci sarà neve gialla dappertutto.”


La High Security (o HS) era simile ai piani più elevati, ma più illuminata. Le unità erano più grandi, così ce n’erano di meno. “Wow, fa freddo quaggiù.” dissi.


“Già, la teniamo a 10 gradi tutto l’anno. Ci sono degli studi legali che tengono qua i loro documenti. Non dirlo a nessuno, ma ci sono delle agenzie governative che fanno la stessa cosa. Li teniamo freschi e all’asciutto, così potranno restare lì per sempre. Abbiamo alcuni clienti che tengono le proprie opere d’arte quaggiù, con oggetti d’antiquariato e merda simile,” disse Al.


I portoni che conducevano all’area HS avevano la larghezza di una macchina, e apparivano fatti di un materiale più robusto rispetto alla fragile lamiera di metallo delle unità meno costose. “Qui la gente può tenere le macchine, Al?” chiesi.


“No no, non c’è modo di portarle quaggiù. L’Edificio 3 ha una rampa e una piattaforma di carico per auto, ma la maggior parte delle persone non ha voglia di lasciarle in questi edifici. Il regolamento dice che bisogna svuotarle dell’olio, della benzina e di qualsiasi altro liquido, il che rende palloso portarle dentro alle unità. Il regolamento dice ‘Niente esplosivi’. Ricordatelo, figliolo. Se vedi qualche idiota lasciare il suo tagliaerba e la tanica di gasolio, lo registri e me lo dici.”


Continuammo a girare per i piani HS, B1 e B2. Al mi indicò le telecamere a ogni intersezione, a metà dei corridoi, e mi mostrò dove mi avrebbe portato il mio percorso di pattuglia. “Non fare sempre lo stesso giro. Ti farà diventare matto. Cambia ogni volta, ma assicurati di passare per quei checkpoint,” disse Al.


Tornammo in ufficio e Al mi portò in un piccolo appartamento al piano di sopra. Era un pochino più grande della mia stanza del dormitorio al college, con una piccola cucina, una doccia, un letto, un armadio, e una tv. Al indicò la tv, “Dovrebbe avere il cavo. Non potrebbe e io non ho mai visto una bolletta, ma non lo dirò se non lo farai tu. Ok, ragazzo, è meglio se ti fai una dormita. Sei di turno alle nove. Se sei in ritardo, o ti becco a dormire, ti sbatto fuori a calci in culo. Se vedi persone che vogliono affittare un’unità alle tre di notte, o sono degli idioti oppure vogliono fregarti. Di’ loro che l’ufficio è chiuso di notte.” Al mi lanciò uno sguardo obliquo.


“Sai portare una pistola?” mi chiese.


“Sì, mio papà mi ha insegnato… è una così brutta zona?” chiesi io.


“Ah no no cazzo, figliolo. Potrebbe tornarti utile mostrare la pistola con qualche svitato, ma nient’altro. Il vetro è del tutto a prova di proiettile, e quelle sono porte in acciaio rinforzato. Se qualche tossico ti rompe le palle in ufficio, c’è una pistola sotto al tavolo. Non è carica, ma ci sono dei colpi nell’ultimo cassetto se ne hai bisogno.” Mi guardò dritto negli occhi. “E se ne hai bisogno, non usarli. Devi chiamarmi alla radio, è questo che dovrai fare.”


“Che mi dici dell’interno della struttura?” chiesi.


“Sei dentro a una struttura di stoccaggio super-sicura e a regola d’arte, con una radio e chiavi per quasi un migliaio di porte d’acciaio. Scommetto che puoi capire,” rispose Al. Se ne andò, io portai il borsone nella mia camera e provai a dormire.


Durante la prima notte non successe un granché. Così per la seguente. E quella dopo. Le settimane passarono, e io cominciai a sentirmi… meglio. Cominciai ad abituarmi all’idea di essere di nuovo una guardia di sicurezza, il che per lo più è controllare che tutto sia a posto. Cominciai a riconoscere i pattern dello UStore e i suoi clienti. La folla della sera tardi solitamente era piuttosto tranquilla, eccetto per le prove della band il giovedì sera. Alcuni ragazzini hanno avuto la brillante idea di affittare un’unità economica al pianterreno per tenere i loro strumenti musicali e facevano le prove ogni giovedì sera. Non mi dispiaceva. Non erano poi così male.


Più o meno una volta al mese, di mercoledì notte, in una delle unità facevano delle riprese per un porno. Non mi era molto chiaro cosa stesse succedendo, finché non lo menzionai ad Al il giorno seguente. Una lunga limousine nera spuntò fuori verso le undici di sera e diverse ragazze vestite da spogliarelliste ne uscirono, seguite da alcuni uomini. Si dirigevano tutti verso una delle unità più grandi della HS, per poi sgombrare l’attrezzatura e andarsene prima dell’alba. “Noi affittiamo e basta,” disse Al. “Finché ci pagano e non rompono niente, non è affar nostro.”


La maggior parte dei clienti non era così, però. Era gente normale che spostava la propria roba, fino a tardi perché di giorno erano occupati con il lavoro e non avevano tempo. Vidi uomini che riparavano auto, una donna che utilizzava un’unità larga come armadio extra pieno di vestiti, e una coppia che costruiva una culla. Avevano un’intera officina per il lavoro del legno dentro la loro unità, completo di filtri per la polvere e aspiratori. Ma per lo più, si trattava di gente che spostava scatole di roba dentro e fuori.


Tutto stava andando per il meglio, per circa sei settimane, poi la vidi. Vidi lei.


Mi ero abituato ai falsi allarmi dei sensori di movimento delle telecamere, specialmente nell’Edificio 8. La costruzione era a fianco dell’autostrada, così immaginai che i sensori scattassero a causa delle vibrazioni. Una o due volte a notte, solitamente durante la fascia oraria dalle 3 di notte all’alba, sentivo il bip di una delle numerose telecamere di B1 e B2 nell’Edificio 8. Chiudevo il mio libro, registravo l’allarme, scrivevo “FA” (falso allarme) nel registro, e gettavo uno sguardo ai corridoi lunghi, vuoti e illuminati nei monitor.


Era la mattina presto di un mercoledì, l’inizio della mia settimana. Stavo giocando col mio Nintendo, quando scattarono gli allarmi. Sospirai, poggiando il Gameboy. Feci per prendere il registro e, con la coda dell’occhio, notai qualcosa nei monitor. Guardai in alto e vidi, nel bel mezzo del corridoio, una piccola figura. Mi sporsi più da vicino e premetti i controlli della telecamera per passare ad una visuale più ravvicinata. In piedi in mezzo a un corridoio illuminato della massima sicurezza, due piani sottoterra, c’era una ragazzina in un abito da sposa. “Ma… che… ca…” cominciai a dire, quando la sua testa scattò in alto verso la telecamera. I suoi occhi neri mi fissavano attraverso il monitor, come se mi avesse sentito. Si mise l’indice sulle labbra, poi fuggì dallo schermo.


Scorsi freneticamente le visuali delle telecamere, ma non riuscii a vederla da nessuna parte. “Fanculo,” borbottai tra me e me, presi la mia torcia e la pistola dalla fondina sotto alla scrivania. Serrai a chiave la porta dell’ufficio, fermandomi un momento solo per essere sicuro che fosse chiusa, poi iniziai a correre lungo il vicolo lastricato che conduceva all’Edificio 8.


In quel momento, non stavo pensando a nulla di sovrannaturale. Stavo pensando a quegli stronzi che facevano film porno nella mia struttura, e che magari quella ragazzina fosse fuggita da qualcosa di orribile. Oppure era ancora coinvolta. Chiamai Al alla sua radio mentre correvo. “Al, svegliati. Abbiamo… un intruso nell’Edificio 8. Ripeto, intruso nell’Edificio 8. Alzati!” Al viveva lì vicino, entro la portata della radio. Borbottò che stava arrivando.


Passai il badge sulla porta principale dell’Edificio 8, la spalancai e corsi attraverso la tromba delle scale.

Il panico, che non mi era più tornato dal mio primo giorno, mi fece sentire come se stessi annegando nell’oceano. Mi fermai, tornai indietro e chiusi la porta delle scale. Non avevo tempo per questo. Corsi verso l’ascensore, inserii il mio codice, entrai, lo inserii di nuovo e l’ascensore più lento del mondo mi fece scendere fino al livello B2. La dolce melodia ‘Believe’ di Cher nella versione di Muzak che veniva trasmessa non migliorò la situazione.


Cautamente feci un passo dentro al corridoio. Siccome non volevo spaventare nessuno, specialmente se si trattava di un bambino, tenni la pistola nella tasca della giacca. Camminai lungo il corridoio, senza trovare nulla. Girai nel corridoio successivo, ancora niente. Nessuna serratura manomessa, nessuna unità aperta, nessun suono od odore, nulla. Controllai le scale, nulla. Strinsi i denti, e salii le scale fino al pianerottolo del livello B1. Guardai fuori dalla porta e non trovai nulla. Da questo momento, speravo di trovare qualcosa – una scarpa, un corpo, una scena del delitto dannazione, ma non c’era niente. La radio emise un ronzio e io sobbalzai, mordendomi la lingua. “Ti ho chiesto, dove sei?” brontolò la voce di Al alla radio.


“A B2 nell’Edificio 8, scalinata sud.” risposi.


“Trovato qualcosa?” chiese Al.


“Niente di niente. Scusami, probabilmente è stato un falso allarme.”


“Ehi, sono cose che succedono. Solo una volta, però. Ci vediamo in ufficio. Diamo un’occhiata alle registrazioni.”


“Ricevuto,” dissi alla radio. Sospirai e camminai per il lungo corridoio verso l’ascensore. Controllai i corridoi rimanenti, ripercorsi i miei passi fino all’ascensore e inserii il codice. Come si chiusero le porte, pensai di sentire un suono. Una risatina femminile. “Maledizione,” esclamai. Colpii il bottone di stop. Le porte si riaprirono, io uscii e guardai velocemente in entrambe le direzioni. Lì! Alla mia sinistra, una diafana forma bianca sparì dietro un angolo. Un’altra risata. Guardai la telecamera di sicurezza, la indicai, poi puntai il dito in direzione dell’angolo. Reggendo la mia torcia come se fosse una mazza, mi avviai verso l’angolo e controllai rapidamente in entrambe le direzioni. Nulla. Ovviamente. Corsi più veloce che potei attraverso il lungo corridoio fino alla fine, mi girai e non vidi niente. Andai all’intersezione. Niente. Alla successiva, niente. In fondo al corridoio, niente. Infine, ansimante, senza respiro, urlai “Ok, bastardi. Me ne frego. Ne ho abbastanza di voi per stanotte!”.


Al era seduto alla scrivania quando tornai indietro. “Ti sei divertito a fare jogging, ragazzo?” domandò. “Sì, mi sto allenando per i Giochi Olimpici,” risposi.


“Forse i Giochi Olimpici Speciali. Ti ho visto correre dentro l’Edificio 8 per due miglia senza un minchia di motivo.” disse Al.


“Delle figure,” replicai. “Quindi tu non hai visto nulla? In nessuna delle telecamere?”


“Niente di niente.”


Al mi fece rivedere più volte i nastri della sicurezza. Mi mostrò me stesso mentre indicavo la telecamera, da tutte le angolazioni. Ognuna mostrava i chiari corridoi vuoti. “Sei sicuro di non esserti fumato qualcosa, amico?” mi chiese Al.


“Giuro che ho visto qualcosa –” gli dissi.


“Tranquillo, amico, ti sto prendendo in giro. Ti credo. Quando si fa tardi, cominci a vedere merda. Fissare a lungo quegli schermi senza vedere nulla, e la tua mente inizierà ad aggiungere cazzate solo perché è annoiata. Ho visto anch’io della merda,” disse Al.


“Sì? Che cosa?”


Al si mise comodo. “Non ho mai visto una ragazzina. Una volta ho visto un tizio camminare lungo il corridoio. Aveva un aspetto normale, camminava in giro come se fosse un cliente. Ma quel pannello che vedi lì visualizza tutti gli accessi e non è scattato per un bel po’. Ho pensato che forse si trattasse di qualche stronzo che viveva in una delle unità, il che è contro le regole. A volte capita. Ho controllato, ma non c’era nessuno lì.” Al prese una lattina della sua bibita al lime preferita dal frigobar sotto la scrivania.


“Quello non è stato il peggio, però,” disse aprendo la lattina. “Una volta ho visto del sangue. Una gran quantità, sparso fottutamente ovunque. Di solito salivo su quei cazzo di ascensori e una volta, ‘ding’, la porta si apre e...” ne bevve un sorso. “Sono rimasto semplicemente lì. La porta si è chiusa. L’ho aperta di nuovo e non c’era più nulla. Lo so che non era reale. Lavoravo all’incirca venti ore, senza sosta. Immagino… immagino solo che ci sia qualcosa che non mi vuole più far prendere l’ascensore. Così non lo faccio.”


La situazione peggiorò dopo quella notte. Non posso fare a meno di pensare che la mia ricerca, le mie provocazioni, abbiano svegliato qualcosa. O forse, qualcosa mi riconobbe.


In seguito, ebbi compagnia ogni notte. L’atmosfera statica e sterile della struttura era cambiata da prima, diventò più inquietante, come se stesse in attesa. Quando facevo i miei giri di pattuglia, sentivo passi dietro di me, o lungo i corridoi adiacenti. Sentii anche lievi voci, che mormoravano e bisbigliavano da dietro le fredde porte d’acciaio delle unità di stoccaggio.


Le unità più in alto erano le peggiori, perché non erano illuminate tutto il tempo come le unità della High Security. Le luci dei piani più alti erano sensibili al movimento e impostate da un timer – si accendevano quando entravi in un corridoio e si spegnevano quando te ne andavi. Più volte, durante i miei giri, quelle luci si attivavano nella parte opposta di un lungo corridoio, per poi spegnersi di nuovo dopo pochi secondi.


Una notte, durante il primo giro che feci, stavo camminando sui sentieri asfaltati in mezzo agli edifici. Girai un angolo e, di fronte a me, stava una ragazza. Balzai all’indietro per lo shock. Lei emise un breve strillo, poi si fermò. “Mi hai spaventato a morte, stronzo!” urlò. “Non dovresti usare quella torcia?”


“Scusa. È che rovina la mia visione notturna,” dissi. “Non volevo spaventarti. Non mi aspettavo di vedere nessuno qui fuori.” La riconobbi. Si chiamava Jen. Era la bassista della band che si esercitava in una delle unità. Aveva dei lunghi e lisci capelli neri e i suoi piercing brillavano alla luce lunare.


“Stavo venendo nel tuo ufficio,” mi disse, “perciò sono contenta di averti incontrato. Mi dispiace di essere sbucata così all’improvviso, prima. È solo che… non riesco a trovare Lewis da nessuna parte.” Lewis era il cantante belloccio e talentuoso della band, e, con mio profondo rammarico, il suo ragazzo. “Abbiamo litigato e lui se n’è andato via infuriato, quel codardo che non è altro. Ora non riesco a trovarlo.”


Tornammo nell’edificio che ospitava la loro unità di stoccaggio. “Se è dentro la struttura, non può essere andato lontano. Il tuo codice di accesso può farlo arrivare al piano principale di questo edificio, ma non può andare da nessun’altra parte. L’ascensore richiede un codice che lui non possiede e pure le porte delle scalinate sono chiuse a chiave.” le dissi.


Gli altri membri della band stavano facendo su i cavi e mettendo via l’attrezzatura nella loro unità. “L’hai trovato?” chiese il batterista, un ragazzetto basso e tarchiato.


“No,” gli dissi. “Da quanto è andato via?”


“Adesso da circa un'ora,” rispose il batterista. “Ho provato a chiamarlo, ma qui non prende un cazzo.”


“Non avrebbe risposto comunque,” disse un ragazzo alto e secco, mentre metteva via una chitarra. Mi guardò e disse “Wow, fico quel tribale, amico” indicando le cicatrici sulla mia faccia.


“Non è un tatuaggio,” gli dissi, per non fare la parte di quello strano.


“Ragazzi, potete concentrarvi, per favore?” disse Jen.


“Giusto,” dissi. “Voi state qua, nel caso tornasse indietro. Io perlustro questo piano e, se non lo trovo, torno a controllare i filmati in ufficio.” Me ne andai e controllai l’intero piano. Per scrupolo, controllai anche i piani superiori, pur sapendo che non avrebbe potuto accederci in nessun modo. Tornai all’unità di stoccaggio della band.


“Hai trovato qualcosa?” mi chiese Jen.


“No, e non è palesemente tornato indietro. Andrò a controllare i video.”


I membri della band decisero di andare a casa, eccetto Jen, che insistette per venire a guardare le registrazioni insieme a me. “Guarda! Eccolo lì!” esclamò.


“Lo vedo.” Il monitor mostrava Lewis che lasciava l’unità, subito dopo che Jen disse che se ne era andato via arrabbiato. Lewis rimase sulla porta a fumare, per alcuni minuti, poi girò la testa di scatto verso destra, come se avesse sentito qualcosa. Poi buttò la sigaretta e camminò lungo il marciapiede, fuori dalla visuale della telecamera.


“Dov’è andato? Svelto, trovalo nell’altro schermo,” disse Jen, sfregando le mani sui suoi leggins. Passai i vari video, finché non vidi di nuovo Lewis, che camminava sul sentiero. Si fermò, si guardò intorno, si girò di nuovo e poi ricominciò a camminare. Cambiai di nuovo la schermata e lo trovai mentre camminava verso l’Edificio 8.


“Quelle porte non dovrebbero restare sempre chiuse?” mi chiese Jen, indicando un punto scuro sullo schermo in bianco e nero.


“Sì,” risposi, mentre Lewis si fermò davanti alla oscura soglia aperta dell’Edificio 8, poi ci entrò. Scorsi di nuovo i video della sicurezza, fino a che non trovai quello dell’Edificio 8. Riuscivo a vedere solo la sua silhouette mentre camminava lungo il corridoio, fermandosi ogni tanto per guardarsi intorno. Alla fine spinse la pesante porta di sicurezza chiusa magneticamente che dava sulla scala. Fece un passo dentro, poi si chiuse la porta dietro le spalle.”


“Merda. Questo non va bene,” dissi. “Quelle porte sono bloccate magneticamente, non si possono aprire a meno che tu non abbia un badge e un codice.”


Jen scosse la testa. “Ma era aperta di sicuro. L’hai vista anche tu.”


Scorsi ancora i filmati, riuscendo a intravedere Lewis nella tromba delle scale. Cambiai schermata e lo vidi camminare lungo il lucido corridoio del piano B2, verso la della telecamera. Di fronte a un’unità di stoccaggio aperta, la porta si aprì lentamente, come l’orbita nera di un morto. O come una bocca. Vidi la faccia pallida di Lewis lanciare un’occhiata alla telecamera, per poi tornare a guardare l’entrata buia. Strabuzzò gli occhi, la sua bocca si aprì in un silenzioso urlo e il suo corpo venne scaraventato dentro all’unità. La pesante porta si richiuse violentemente, mentre la telecamera ritornò a riprendere normalmente il corridoio vuoto.


Jen rimase a fissare lo schermo, la bocca leggermente aperta, gli occhi sgranati e sporgenti, segnati dallo shock che nessun make-up potrebbe nascondere. “… Vai. A. Prenderlo.” Mi afferrò la spalla, con le sue mani rese forti dalla pratica con gli strumenti. Strizzavano. Forte. “Vai a prenderlo ADESSO.”


Tirai fuori la pistola dalla fondina e presi un paio di caricatori dall’ultimo cassetto della scrivania. Accesi la radio. “Al, vieni qui. Abbiamo un problema. Sveglia, Al!” urlai alla radio mentre correvo. La radio emise uno stridio statico. “Al, ho bisogno che tu venga subito. Guai grossi.” La radio fece un sibilo e uno schiocco, poi si spense improvvisamente.


La notte sembrava viva mentre mi precipitavo all’Edificio 8. Gli alberi fuori dalla struttura oscillavano al vento leggero, le foglie frusciavano come delle velate risate beffarde. Mi sentivo osservato, come se ci fosse qualcosa dietro ogni angolo, ad aspettare. Le mie cicatrici cominciarono leggermente a prudere, come se avessi corso in mezzo a delle ragnatele.


Raggiunsi l’edificio e trovai la porta serrata e bloccata. Come la aprii con il mio badge, sentii un rumore raschiante dietro di me. Mi girai, pistola in mano, e vidi Jen. “Quello è sangue?” mi chiese indicando delle piccole macchie, schizzate sul pavimento proprio oltre l’entrata. Toccai una delle macchie con la scarpa, strisciandola. “È troppo buio per dirlo. Potrebbe essere… olio per motori. Qualcosa del genere. Senti, non dovresti stare qui. Vai in ufficio finché non torno indietro.”


“Non esiste. Ho visto il filmato. Ho visto cosa è successo a Lewis. Ho intenzione di andare a prenderlo, e tu mi aiuterai. Adesso.” Mi seguì e camminò lungo la sala fino agli ascensori. “Aiutami ad aprirlo.”


Aprii l’ascensore ed entrammo. Inserii il codice di sicurezza e schiacciai il bottone per B2. “Resta dietro di me,” le dissi estraendo la pistola. Non avevo idea di cosa stavo facendo, ma avevo giocato abbastanza videogiochi per sapere che il mostro salta fuori dopo che le porte dell’ascensore si sono aperte. Sentii un leggero clic, poi notai che Jen teneva in mano una piccola pistola tascabile.


“Mio papà me l’ha presa l’anno scorso. Era ansioso all’idea che uscissi a fare giri in città. Mi ha portato al poligono di tiro per alcuni mesi.” Si passò una mano tremante sul viso e sui capelli. “Perché cazzo sta accadendo questo? COSA cazzo sta succedendo? E perché non sei spaventato?”


Sbuffai. “Sono terrorizzato. Nel caso tu non l’abbia notato, mi sono pisciato un po’ addosso.” Il campanello dell’ascensore suonò e le porte si aprirono. “Per quanto riguarda quello che sta succedendo, non lo so. Avrei un’idea, comunque, e non credo sia buona.”


Entrai nel corridoio, controllando entrambe le direzioni. I corridoi lunghi e bianchi erano limpidi e silenziosi. Camminai lentamente lungo il corridoio verso l’unità di stoccaggio dove avevamo visto Lewis. Nell’angolo vidi una tenue macchia dal colore bruno-rossiccio. Un’impronta di dita, o di un pollice, come se qualcuno si fosse fermato lì, appoggiandosi al muro. Jen la fissò per un momento, ma non disse nulla. Mi voltai e continuai lungo il percorso.


C’era una piccola chiazza di sangue sul pavimento, di fronte all’unità di stoccaggio. “Ha il lucchetto,” dissi. “Non può essere riuscito a entrare qui, chiudere la porta e poi bloccarla dall’esterno.” All’ improvviso, le cicatrici cominciarono a prudere e pulsare profondamente, mi pareva di avere dell’acido sulla faccia. Feci un respiro - e le luci si spensero. Jen gridò. Sentii uno schiocco, un clic e poi un rumore, infine le luci tornarono.


Il lucchetto giaceva sul pavimento, davanti all’unità di stoccaggio.


I luminosi tubi fluorescenti di un bianco sterile in fondo al corridoio si spensero. Poi anche la seguente serie si spense, e quella dopo, l’oscurità si avvicinava a noi a scatti. Sussurri e mormorii riempirono il silenzio. Senza accorgercene, ci eravamo avvicinati l’uno all’altra e girati verso la porta metallica dell’unità di stoccaggio. La luce andò via di nuovo e il buio ci raggiunse come un avido fluido.


Jen e io rimanemmo nell’oscurità in mezzo ai sussurri premuti uno contro l’altra come due bambini orfani rimasti soli in un bosco abissale, per un imprecisato periodo di tempo, finché le luci d’emergenza rosse non si illuminarono tenebrosamente. La loro luce rosso sangue non illuminò molto, bensì accentuò le ombre che turbinavano insieme attorno a noi. I sussurri divennero sempre più rumorosi, come una cascata di voci mormoranti, finché non raggiunse un crescendo ruggente, poi si fermò. La porta dell’unità si aprì lentamente.


Lewis era lì, seduto sul pavimento. Era girato dall’altra parte, rannicchiato e immobile.


“Lewis!” esclamò Jen, provando a corrergli incontro. La afferrai per il braccio.


Lewis parlò, la sua voce per qualche oscuro motivo orribile, ergendosi e graffiando le pareti di acciaio. “Loro… mi hanno fatto venire qui. Vogliono che la gente sappia. Me lo hanno fatto… vedere.” Fece un lungo, soffocante singhiozzo. “Non volevo vedere. Ma me lo hanno fatto fare.”


I miei occhi, abituandosi lentamente alla luce, cominciarono a percepire le forme dentro all’unità, accatastate contro le pareti. Il braccio di Lewis raggiunse una sagoma oblunga e avvolta nell’oscurità, spingendola. Essa cadde sul pavimento di cemento, facendo un orribile suono raschiante all’impatto. Ne uscì fuori un braccio rinsecchito e raggrinzito.


Lewis si mise in piedi e iniziò a ridere. Girò la sua faccia contorta verso di noi e ci fissò con le sue profonde e incavate orbite nere dove una volta c’erano i suoi occhi. “Me lo hanno mostrato! Mi hanno fatto vedere! Ma non ho più bisogno di vedere!”


Jen strillò e indietreggiò nel corridoio. Avevo la pistola puntata su Lewis, l’impugnatura scivolava nelle mie mani tremanti. Il ruggito sussurrato era tornato, rimbombando sui muri di acciaio e sulle porte. Barcollando nauseato, mi resi conto che tutte le porte delle unità di stoccaggio si stavano spalancando, lasciando cadere il loro contenuto ordinatamente impilato, scivolando e sbattendo sul pavimento. Il fetore dolciastro di decomposizione che i sistemi di ventilazione all’avanguardia avevano mascherato così bene prima, adesso era opprimente e riempiva l’aria.


“Corpi! Sono tutte… piene di corpi!” urlò Jen con il viso tra le mani, gli occhi sgranati luccicavano alla luce rossa, distorcendo i suoi capelli neri, la pistola lasciata sul pavimento.


La afferrai per le spalle, scuotendola. “CORRI.” le urlai, poi la trascinai via dai cadaveri, lungo il corridoio, cercando disperatamente di non sentire la risata isterica di Lewis. Inciampai su un piccolo corpo davanti all’unità situata prima dell’angolo, scaraventato sul muro di fronte. Guardai un momento in basso e vidi un velo nuziale che copriva il secco corpicino di un bambino piccolo. Scossi la testa e barcollai fino alla porta delle scale. I sussurri ora erano diventati un unico ruggito rabbioso, che ululava e faceva tremare la porta di sicurezza. Feci scorrere il badge due volte, poi finalmente funzionò, inserii il codice e aprii la porta. Presi Jen per il braccio e la portai su per le scale.


Le luci nella tromba delle scale non funzionavano più, lampeggiavano e si inclinavano in maniera folle. Mi resi conto che la mia faccia era umida quando raggiunsi il piano B1. Non c’era che un piano rimasto da superare. Come io e Jen strisciammo fuori dalla scalinata, vedemmo che gran parte della struttura dello UStore era sparita. Alcuni pezzi di edifici erano ancora lì, ma il luogo dove ci trovavamo era comunque una landa desolata e distrutta, come se l’intero isolato fosse stato ricoperto di pacciame.


Più tardi scoprii che, sebbene i tornado fossero comuni in quell’area, quello che aveva spianato la struttura dello UStore era inusuale per la sua forza e la sua brevità. La NOAA riportò che una cella piccola e intensa era apparsa direttamente sopra la struttura alle 6:30, creando un lento tornado che classificò F3. Il tornado circondò la struttura di stoccaggio e rimase esattamente nello stesso punto per quindici minuti pieni, finché non si spostò verso Nord-Est per circa un miglio. Sembrava che non avesse toccato terra per quasi tutto il tragitto, facendolo solo un’altra volta in un quartiere a nord-est dello UStore, prima di scomparire completamente verso le 7.


Trovarono il corpo di Al, o meglio i suoi resti, sulla cima di un albero, due isolati più avanti, tre giorni dopo. Il referto del coroner dichiarava che si era trattato di infarto. Sembra che avesse avuto un potente attacco di cuore prima che il tornado arrivasse a lui.


Ufficialmente, la struttura dello UStore veniva usata per l’immagazzinamento illegale di corpi che dovevano essere cremati o sepolti da certe agenzie di pompe funebri ignote. Il fatto che quelle agenzie non vennero mai nominate ufficialmente, e che il caso fu archiviato rapidamente nel cassetto più buio e polveroso del dipartimento di polizia di Birmingham, non fece notizia. Ma soprattutto, la parte più spaventosa di tutta la faccenda, a parer mio, era il modo in cui anche dopo che un cazzo di tornado aveva rivelato migliaia di corpi non identificati impilati come legna da ardere dentro una struttura assurdamente sicura e refrigerata in una città relativamente grande, la gente sembrò volersene semplicemente dimenticare. Come se volessero farlo. O non volessero saperne.


Non rividi più Jen. I poliziotti inizialmente mi fecero molte domande, dato che apparentemente ero l’unico dipendente vivo dello UStore Inc. che poterono trovare. Mi tennero in carcere per quasi una settimana, senza sporgere denuncia, prima che io iniziassi a parlare di avvocati. Durante i primi giorni, mi andava benissimo stare dietro le sbarre. Quelle sbarre mi avrebbero protetto, oltretutto. Li sentii dire che Jen era stata rinchiusa in un reparto psichiatrico, per via della sua storia e la sua insistenza nel dire che il suo ragazzo stava cercando di ucciderla. Era diventata violenta e aveva attaccato un agente che la stava interrogando.


Lewis non fu mai trovato, e nemmeno il suo corpo.


L’altra cosa che sentii, ciò che mi fece decidere di andarmene dalla cella, riguardava i proprietari dello UStore. Sembra che non ce ne fossero. L’intera operazione era gestita da delle “società di comodo” e la polizia non poté risalire ai reali proprietari. Alla fine smisero di indagare. Sapevo che da qualche parte, qualcuno, o un gruppo di persone, fece in modo di far costruire quella struttura e fornirla per uno scopo particolare. Sapevo che qualcuno era responsabile se quei corpi erano lì, sospettai che qualcuno fosse responsabile innanzitutto per quei corpi morti.


Ogni anno spariscono migliaia di persone in questo paese. Io potrei averne trovata qualcuna. Quello che mi tiene sveglio la notte, più degli incubi, dei suoni fuori dalla finestra o del prurito delle mie cicatrici, è immaginare quante altre strutture di stoccaggio ci sono lì fuori.

Storia originale di Unxmaal


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Narrazione di FearOfDarkness, TheCreepyRadio, The Death Deliver, BloodyMad Rabbit, DeepStory, SpookySauce

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