Creepypasta Italia Wiki
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FanFiction / FanPasta ispirata a Penpal.

È molto curioso come funzionino i ricordi, non è vero? Sono come degli oggetti che lasci incustoditi in un vecchio scaffale. Rimangono lì, ignorati e vecchi, senza che nessuno vi posi mai uno sguardo di attenzione, ma prima o poi, come mostri dell’abisso in cerca di prede, riemergono. E non è sempre bello. A volte i ricordi possono far male, l’avrete capito leggendo i miei post, in particolare l’ultimo che ho fatto: “Schermi”. Mi avete tempestato di domande giù nei commenti – robe tipo: “Cosa hai fatto dopo aver scoperto che Veronica era morta?” o: “Avevi mai incontrato Veronica di persona prima di quell’esperienza al cinema?” Per rispondere a quest’ultima domanda: sì, ovviamente. Ma c’è stata un’esperienza di cui non ho mai parlato a nessuno, né a mia madre, né a voi. E, in realtà, io stesso me ne ero quasi totalmente dimenticato, forse volutamente.

I ricordi sono riaffiorati stamattina. Sono una persona molto abitudinaria, sapete? Mi sveglio sempre alle sette e dieci, bevo un caffè, do un bacio a mia moglie(sì, ho una moglie, la quale non sa niente dei post che pubblico qui su /nosleep. Facciamo che il segreto resti tra noi, d’accordo?), aspetto che mio figlio Matt (non si chiama realmente Matt, è solo un nome fittizio per preservare la sua privacy) si svegli, gli do il buongiorno e poi vado a lavoro. Tutto questo per ogni giorno dell’anno, quando è possibile. Stamattina mi sono svegliato al solito orario, ma sentivo che c’era qualcosa che non andava. Non so spiegarlo. Sembrava essere la tipica giornata estiva, con il sole alto in cielo e il caldo torrido, eppure c’era qualcosa che mi dava fastidio, che mi prudeva la testa. Mentre facevo il caffè, mi voltai verso il calendario e vidi che giorno era: 7 agosto. Quasi mi cadde la tazza dalla mano. Quando inizi a ricordare certe cose della tua infanzia, è naturale che si aggiungano involontariamente altri pezzi per completare il puzzle. Solo che il ricordo non fu completo fin quando, come posseduto da chissà quale spirito, non mi misi a rovistare nel comodino in salotto. “Che stai facendo?” mi chiese mia moglie, preoccupata, ma io la ignorai e continuai a cercare finché non trovai ciò che il mio subconscio mi aveva di trovare per sistemare il ricordo.

Due fogli da stampante, che erano rimasti coperti da centinaia di oggetti inutili che avevo abbandonato lì dentro nel corso della mia vita (vivo ancora nella mia casa d’infanzia). Li portai alla luce e li analizzai, mentre mia moglie ancora non capiva cosa stesse succedendo. Al centro di ognuno dei fogli, in carattere 16 e in grassetto, c'era un titolo: “Storia di primavera” il primo; “Storia d’inverno” il secondo. Li feci cadere a terra, mentre tutto nella mia mente veniva a galla, com’è successo di solito in queste settimane. Poco prima che io compissi quattordici anni, quando ancora non sapevo che Josh era scomparso e due anni prima che Veronica venisse uccisa, la nostra insegnante d’inglese decise di darci un compito estivo davvero geniale: avremmo dovuto scrivere, durante l'estate, quattro racconti su ognuna stagione. Non avremmo dovuto copiare da nessun libro o storia già esistente – “Se mi accorgo che una storia è troppo poco originale guai a voi!” aveva sbottato la signora Garcia, mentre masticavo il tappo della penna, annoiato – e il tutto si sarebbe dovuto svolgere individualmente. La signora Garcia ci aveva consigliato di leggere dei libri e posare internet, per stimolare la nostra creatività – il che, ripensandoci, era un ottimo consiglio. Ci promise che chi le avesse consegnato le storie migliori, sia dal punto di vista contenutistico che da quello grammaticale, avrebbe ricevuto una A+. “Un sogno!” mi disse ad alta voce il mio compagno di classe Harry, a mensa, mentre finiva di mangiarsi quella disgustosa poltiglia oleosa e puzzolente che gli insegnanti amavano definire “minestra della mensa scolastica”. Tutti si voltarono a guardarlo, e lui abbassò la sua testa rossa, pieno di imbarazzo. Era sempre stato pessimo in lingua inglese, forse perché era solito parlare i dialetti della zona più che la lingua nazionale. O forse per i suoi disturbi di apprendimento. Mi faceva un po’ pena, a volte. Qualche ora fa ho cercato il suo nome su Google, chi è ora e che lavoro fa, e ho scoperto che è morto un paio di giorni fa. Si è impiccato. Suicidio, chiaramente. Uso questo post per fare le condoglianze alla sua famiglia, anche se probabilmente non lo leggeranno mai.

Ad ogni modo, mi sono sempre ritenuto abbastanza bravo nella scrittura. Non l’ho mai detto qui, ma fin da quando avevo cinque anni mi divertivo a scrivere piccole storie, spesso su mostri, fate e altre creature fantastiche, anche se a volte sceglievo un’esperienza di vita reale (ho persino scritto una storia su Boxes e su quando mi persi nel bosco). Scrivevo su un piccolo quadernetto che mi portai fino all’età di sedici anni, prima di perderlo durante una vacanza in Spagna. A volte portavo il quadernetto a casa di Josh e lui leggeva le mie storie, dandomi commenti e critiche. “Non credi che sia troppo… banale?” mi aveva detto una volta Josh, una sera d’autunno, dopo aver letto il mio racconto. Avevamo dieci anni ed eravamo a casa sua ed io avevo portato il quadernetto. La storia, a quanto ricordo, parlava di alcuni bambini che entravano in una casa infestata; l’idea mi era venuta da un film horror che avevo visto alla televisione, lontano dagli occhi di mia madre. “Perché?” chiesi a Josh. “Storie del genere se ne sono viste a centinaia. Perfino mio padre me ne ha raccontato una del genere, in campeggio. Non so…” Si mise a sedere e continuò: “Fai che magari uno dei bambini è in realtà un fantasma o un demone che cerca di intrappolare gli altri: potrebbe essere una buona idea”. Così feci e quando il mattino seguente feci leggere la storia a mia madre, lei mi disse: “Uh! Spaventosa!” All’epoca pensavo che fosse davvero spaventata, ma ora che ci ripenso, stava chiaramente fingendo per farmi felice.

Avrei voluto scrivere le mie storie su quel quadernetto, ma mia madre mi disse che così sarebbe stato più difficile e che l’insegnante avrebbe avuto dei problemi a capire la mia scrittura. “Usa il nuovo computer” mi aveva proposto un venerdì pomeriggio. Io ero seduto davanti alla mia scrivania a studiare matematica e potevo sentire la sua voce dietro la porta. Sicuramente si riferiva a quel PC in salotto. Lo aveva comprato di recente, giusto un mese fa. Le serviva per il suo lavoro e – questo non lo avrebbe mai ammesso, ma io ne sono sicuro – per vantarsi con le sue amiche di essere al passo coi tempi. Ci riflettei su, e capii che mia madre aveva ragione. Scrivere al computer è molto meno faticoso che scrivere a mano, inoltre avrei avuto una piena comprensione della lunghezza dei miei racconti – la signora Garcia ci aveva detto di non fare un qualcosa di striminzito –, poiché la mia scrittura è molto larga e ingombrante.

Così, dopo aver finito di studiare, posai il libro di matematica con sopra il faccione di quell’uomo sorridente – non ho mai capito perché pensassero che avrebbe rilassato noi studenti; a me ha sempre spaventato – e uscii dalla stanza per andare in salotto. Il sole filtrava dalle finestre e in strada un bambino stava giocando col suo San Bernardo. Spostai la sedia, mi sedetti, accesi il PC e digitai le prime parole, che furono praticamente il titolo: “Storia d’autunno”. Perché avessi scelto di iniziare con l’autunno, non lo so proprio. Iniziai poi a digitare l’inizio del mio racconto. In mezz’ora lo finii. Ero soddisfatto di me stesso, all’inizio, ma quando lo rilessi, notai che c’erano vari errori grammaticali e che la storia, in realtà, non era nulla di che; dunque lo riscrissi. Passai due ore a cercare di scrivere qualcosa di buono, e alla fine mi dissi soddisfatto del risultato. La trama era incentrata sulle vicende di un uomo che, in una giornata d’ottobre, aveva comprato uno specchio maledetto che faceva apparire strane creature e robe del genere. Ripensandoci ora, era una trama davvero brutta, ma da ragazzino pensavo andasse bene. Inutile dire che ho perso il testo della mia storia.

Nei giorni seguenti, tra studio, uscite con mia madre e passeggiate al parco, mi dedicai alla scrittura. Mia madre stava avendo dei problemi a lavoro, e non aveva abbastanza soldi per portarci in vacanza. Scrivevo non tanto per il compito estivo, ma perché ero annoiato – terribilmente annoiato. Posso dire senza problemi che quella sia stata l’estate più noiosa della mia vita, probabilmente dovuta al fatto che non ero riuscito a farmi molti amici e anche per i rapporti tra me e mia madre, che diventavano giorno dopo giorno sempre più tesi, forse per via dei problemi che stava avendo. Provai persino a contattare Josh, ma senza successo; mi mancavano i bei momenti avuti con lui. Durante questo periodo cercai di stimolare al meglio la mia fantasia, leggendo e guardando dei film. Dicono che aiuti. Grazie alla mia mente annoiata, riuscii a concludere in pochi giorni due racconti: “Storia d’inverno” e “Storia di primavera” (che, come avrete già intuito, non ho perso). Li stampai con la nostra vecchia stampante che avevamo a casa e credetti di essere a un passo dal finire, ma mi sbagliai.

Se ero stato abbastanza creativo nei miei primi tre racconti, arrivato a “Storia d’estate” mi bloccai. Era una sorta di blocco dello scrittore preadolescenziale. Ne parlai a mia madre, e lei mi consigliò di uscire e prestare attenzione a ciò che mi circondava, affermando che mi avrebbe aiutato. Prima che potessi farlo, però, mi ricordò di tenere sempre con me il cellulare e di tornare prima che si facesse notte. Annuii e corsi fuori. Sulle spalle tenevo uno zaino e dentro lo zaino c’era il mio quadernetto, su cui avrei scritto la storia per poi batterla a computer, e accanto al quadernetto c’erano degli asciugamani e i fogli su cui erano scritte le mie storie. Credevo che rileggerle durante la mia avventura mi avrebbe fatto bene.

Tuttavia, non girai per la cittadina, come promisi a mia madre. Non mi fermai su una panchina al parco per farmi venire idee, non andai da qualche gelataio. Con la mia bicicletta, mi allontanai di parecchie miglia da casa, affrontai in una gara di velocità qualche macchina, quasi rischiando di venir investito, poi superai il quartiere e mi diressi ad una piccola stradina che si trovava accanto a un noce secolare. Quel noce era lì da quand’era nata la città. Si raccontava che sotto l’albero vi fosse il corpo di uno dei primi coloni che avevano scoperto l’area. Si diceva che fosse morto per colpa di una malattia inguaribile, e la moglie, distrutta dal dolore, decise di far crescere un albero sulla tomba del marito, come se avrebbe potuto riportarlo in vita. Per quanto carina fosse questa storia, non vi ho mai creduto davvero; l’ho sempre ritenuta una banale storiella da paese. Poco prima di prendere la stradina, mi voltai per non so quale ragione, e per un secondo vidi un uomo che sembrava fissarmi. Era vestito con un maglione pesante – nonostante il caldo – e non doveva avere più di quarant’anni, alcuni capelli sul punto di diventare bianchi. Pensai che stesse in realtà osservando qualcos’altro, dunque non vi prestai molta attenzione e percorsi il tragitto.

La stradina portava al bosco, e dal bosco fino al lago. Lo stesso lago in cui io e Josh nuotavamo da bambini, con la signora Maggie che ci chiamava “Chris” e “John”. Ripensarci mi fece scendere una lacrima all’occhio destro, e per poco non schiacciai uno scoiattolo che passava davanti a me. L’aria del bosco non era assolutamente come quella della città. Lì dentro c’era un fresco piacevole, la pace regnava sovrana e un leggero vento scuoteva gli alberi. Potevo udire ogni tipo di rumore: un animale – forse un coniglio? – che si rifugiava nella sua tana; il cinguettio degli uccelli; qualcuno che schiacciava dei rami; le foglie che cadevano a terra. Il viaggio finì e, passando per il fossato, arrivai al lago. Da quando la signora Maggie era morta e io e Josh non ci vedevamo più, ci andavo sempre di meno. Quell’estate, tuttavia, senza che lo dicessi a mia madre, pedalavo fino a lì e mi tuffavo nelle acque. Nuotare in quel lago mi portava alla mente bei ricordi, ricordi di quando ero solo un bambino innocente, di quando la mia vita non aveva particolari problemi.

Arco-lago-grigio

Accostai la bicicletta a un albero, mi tolsi lo zaino e mi guardai intorno. Vidi la casa della signora Maggie e mi sentii triste. Quasi speravo che d’improvviso una finestra della casa si aprisse e che la sua proprietaria ormai defunta mi salutasse. “Come va, Chris? È da tempo che non ti vedo. Dov’è John? Perché non è ancora con te? Beh, immagino che sia impegnato in cose serie. Vuoi venire a mangiare una crostata di mele? È ancora calda” Sorrisi.

Mi spogliai, buttando i miei vestiti a terra, e poi mi tuffai. Per un istante mi ricordai delle mappe che io e Josh avevamo fatto del luogo, della zattera e di quella voce che ci diceva: “Ciao”. Un brivido mi attraversò la schiena, ma mi sentii subito meglio una volta immerso in acqua, che era gelida. L’acqua può essere molto rilassante, sapete? Ogni suono che senti è ovattato e sei immerso lì nei tuoi pensieri, lontano dalle preoccupazioni della vita, a riflettere e sfuggire dal caldo. Nuotai per un quarto d’ora, andando sempre più al centro del lago, e poi decisi di riemergere a riva.

Ma quando lo feci, qualcosa mi bloccò.

Ero giusto a un passo così dal mettere la testa fuor d’acqua, quando una mano mi spinse e ricaddi, precipitando sulla terra bagnata. Non capivo cosa stesse succedendo. La confusione era così grande che dovetti scuotere la testa per riprendermi, poi riemersi. Sentii una risata e vidi cosa c’era davanti a me. Seduta sul terreno fangoso, in mezzo agli arbusti, una giovane ragazza coi capelli biondo cenere mi stava fissando; non doveva avere più di quindici anni.

Era Veronica, ed era vestita con una camicia bianca e pantaloni estivi. Era la prima volta che la vedevo dopo molto tempo. Probabilmente erano suoi i passi che avevo sentito mentre ero sulla bicicletta. Ma che ci faceva lì?

“Ti sei spaventato?” mi chiese, cominciando a ridere. Il sole le illuminava quel dolce viso gioviale, la sua voce rimbombava dappertutto, e per un secondo il mio cuore cascò. “Scusa, comunque” sussurrò, e mi diede una mano. La presi e uscii dall’acqua. Ero tutto infreddolito e aprii lo zaino per cercare gli asciugamani, quando sentii la mano di Veronica sulla mia spalla. “Che ci fai qui?”

“Che ci fai tu qui, piuttosto.” Replicai. Lo ammetto: lo dissi in tono alquanto sgradevole e irritato, anche se lei non sembrò prendersela a male. “Io? Oh niente, sono solo venuta qui a farmi un bagnetto. Per quale altro motivo sarei dovuta venire?” Arrossii, fissando Veronica negli occhi. Lei smise di fissarmi e si porse in avanti per controllare il mio zaino. “Non toccarli!” le dissi, mentre prendeva i fogli con le storie. “Sono per un progetto scolastico!” Rise e mise tutto a posto. Stavo per chiederle da quanto tempo era che non ci vedevamo e come stesse Josh, quando iniziò a spogliarsi, e posso dire senza problemi che quella sia stata la visione più bella che il me tredicenne abbia visto. Le sue spalle erano perfette, quelle cosce avevano una forma dolce e il suo corpo sembrava quello di una fata. Una volta nuda, mi prese la mano, mi buttò a terra l’asciugamano e si tuffò insieme a me. Ero elettrizzato. La mia testa rimase dieci secondi sott’acqua e poi la cacciai fuori, prendendo enormi boccate d’aria. Veronica sorrideva. “Nuotiamo in quel punto del lago” disse indicando un punto scuro dell’acqua, vicino alla riva opposta.

Nuotammo per almeno sette minuti e alla fine raggiungemmo il punto. “Qui”, disse Veronica, “si dice che una madre abbia annegato due suoi figli, gemelli, di sei anni. La donna, che di nome faceva Sarah, viveva felicemente con suo marito e i figli, finché un giorno non scoprì che il marito, che di nome faceva Steven, la tradiva con una vicina. Furibonda, decise di fare un atto folle: prese i suoi figli, li portò qui, disse loro di riempirsi le tasche con delle rocce e poi li buttò in acqua. I cadaveri vennero rinvenuti in questo punto qualche ora dopo” La fissai, stranito. “Spaventato, eh?” emise un risolino. “Abbastanza” Sorrisi in modo imbarazzato. Rise e mi schizzò dell’acqua in faccia, e io feci lo stesso. Per i successivi dieci minuti ci divertimmo con questo gioco, finché non ci stancammo e lei mi propose di bere qualcosa di fresco alla sua casa sul lago. Ero incuriosito. Una casa sul lago? Josh non me ne aveva mai parlato. Stavo per fare domande, ma la mia bocca si chiuse appena sentii una strana sensazione su tutto il corpo. Avete presente quella sensazione che ti viene quando qualcuno ti fissa? Quella di sentirti degli occhi puntati addosso? Ecco. Avevo la sensazione che qualcuno ci stesse osservando, lì tra gli alberi della riva, e per un secondo mi sembrò di scorgere un’ombra. Un pesce mi passò accanto.

“Ma sì, perché no.”

Lei sorrise e uscimmo dal lago.

La casa sul lago di Veronica era vicino a quella della signora Maggie, che adesso penso appartenga ai figli. Era una casa tutta dipinta di giallo, con una piccola porticina in legno e un meraviglioso giardino di fiori, anche se sembrava un po’ incolto. Veronica aprì la porta con una chiave che aveva preso dalla tasca. La sensazione che qualcuno ci stesse osservando non era ancora passata. “Entra.” Il soggiorno della casa era ben illuminato, e al centro si trovava un tavolo con un vaso di fiori. Un tappeto con fantasie floreali era posizionato vicino a una televisione. Uno gnomo di plastica mi fissava dall’alto di un mobile. Mi sedetti a tavola.

“Josh non mi ha mai detto di avere una casa al lago.” Affermai, mentre Veronica mi versava della Coca-Cola in un bicchiere e si sedeva a capotavola. “A proposito: come sta? È da tempo che non lo sento.” Bevvi la Coca.

Veronica mi fissò ardentemente. “Non voglio parlare di Josh” Pensai che stessero attraversando una fase difficile, dunque capii. “E per quanto riguarda questa casa – appartiene… apparteneva a mio zio Robert” Josh me ne aveva parlato. Suo zio Robert era un tale che lavorava in una fabbrica della città, a parecchi isolati lontano da me. Non l’avevo mai visto di persona, ma il mio amico lo descriveva come un uomo buono e spiritoso, pronto a fare battute ed aiutare gli altri. Chiaramente aveva comprato quella casa qualche mese fa e io non lo sapevo.

“In che senso ‘apparteneva’?”

“Mio zio è morto ieri” rispose Veronica, dopo aver bevuto il suo bicchiere di Coca-Cola e versando una lacrima.

“Oh...” Dopo un attimo di silenzio ebbi la forza di chiedere: “Com’è successo?”

“Mio zio era un uomo forte, sai? Aveva sempre combattuto contro le difficoltà della vita, ne era sempre uscito indenne. Ma c’era un male che non poteva sconfiggere: iniziava con la lettera C, ed era Cancro. È morto ieri, tra le braccia di mia madre, con tutti noi che lo fissavamo piangendo. È stato orribile.” Proseguì parlando di come fosse venuta lì, all’insaputa dei genitori, per sentire un ultimo contatto con suo zio, stando in quella casa e nuotando nel lago. “Mi definiva una campionessa. Diceva che nuotavo come un atleta e che ero bravissima, e ciò mi dava coraggio. È morto solo ieri, ma già mi manca.” La abbracciai, cercando di consolarla. Avevo solo tredici anni, ero poco più che un ragazzino e non avevo vissuto ancora a pieno la mia vita, ma potevo sentire il suo dolore.

Qualche minuto dopo, decidemmo di fare una passeggiata intorno al lago. Le avevo detto che avrebbe dovuto cercare di essere felice, perché era ciò che avrebbe voluto suo zio. Ora eravamo inoltrati nel bosco e stavamo discutendo del nostro futuro e di quello che avremmo fatto da adulti. “Voglio diventare una cantante” mi aveva detto Veronica sotto una quercia. Quando lo fece, nei suoi occhi vidi brillare una luce intensa, una luce… di speranza. È la stessa luce che hanno i bambini quando ti parlano di quello che vogliono fare da grandi, solo che a lei non si era spenta. “Farò la storia! Diventerò la prossima Taylor Swift o la prossima Rihanna…” Sembrava crederci. Ci sedemmo su un tronco e io posai lo zaino a terra. Dalla tasca tirò fuori un telefono.

“Ho scritto delle canzoni e le ho cantate. Le ho registrate su questo aggeggio. Dimmi se vanno bene” Le sorrisi e rovistai nel telefono finché non trovai l’audio da ascoltare. All’inizio pensavo che non fosse nulla di che, ma quando lo ascoltai, dovetti ricredermi. Non era un capolavoro, assolutamente, ma non era per nulla malaccio. Veronica avrebbe potuto davvero diventare una cantante. Il testo parlava di una donna che perdeva ciò che aveva di più caro in tutta la sua vita e come affrontava il tutto. Non l’ho mai detto a nessuno, ma questo divenne la trama di “Storia d’estate”. Fu grazie a Veronica che trovai l’ispirazione. A volte vorrei che lei non mi avesse mai incontrato. Al giorno d’oggi sarebbe viva e avrebbe potuto avere un buon lavoro e una vita felice e avrebbe potuto lasciare un vero impatto. Penso a quante persone avrebbero potuto cambiare il mondo se solo non fossero morte giovani. “Farò la storia!”.

Le ridiedi il telefono. In quel momento un uccellino che portava la pappa ai figli cadde a terra, morto. Ancora oggi non ho ben capito quali fossero le cause della morte. Sopra le nostre teste, nel nido, i piccoli imploravano disperatamente di mangiare.

“Dev’essere terribile” disse Veronica. “Immagina quei piccoli uccellini che aspettano la loro mamma e che continueranno ad aspettarla, solo per rendersi conto che lei è morta.”

“Ehi! Solo cose felici!” sbottai.

“Prova a salire sull’albero e a dare il cibo agli uccellini. Credo che li renderebbe felici” Sorrise.

Annuii, andai dal cadavere dell’uccello e presi i vermi che gli erano rimasti in bocca, non senza una nota di disgusto. Poi dovetti salire sull’albero. In un istante, si susseguirono vari flashback: io che da bambino salivo sull’albero che avevo fuori la mia vecchia casa; io che cadevo dall’albero; alberi, alberi, sempre e solo alberi. Mentre salivo su, Veronica mi spronava, urlando che ero un bravissimo ragazzo. Raggiunsi il nido degli uccellini. Erano in cinque. Diedi loro i vermi e stetti per scendere, e fu allora che il ramo su cui poggiavo il piede si spezzò e caddi al suolo. Per un secondo vidi tutto buio e poi vidi Veronica china su di me a chiedermi, con qualche risata, se andasse tutto bene. La amai.

Mi rialzai, con i vestiti sporchi. In quel momento, lo sentii. Era il flash di una fotocamera. Era lontano, ma io lo potevo sentire, anche se Veronica no. Qualcuno ci stava scattando fotografie.

Mi guardai intorno. “Cosa c’è?” mi chiese Veronica, diventata improvvisamente seria. Mi scansai da lei e mi mossi nel punto in cui sentivo il rumore. Era dietro a dei cespugli, a qualche metro da noi. “Ehilà” dissi, con Veronica dietro di me. L’aria si era fatta immobile, non si udiva più alcun suono. Per un minuto io e Veronica fissammo i cespugli, immobili, e fu allora che una figura incappucciata si alzò in piedi e corse via. Dimenticando il mio zaino, io e Veronica la seguimmo. Si muoveva veloce, e già lo stavamo perdendo, quando Veronica prese un sasso da terra e, con una precisione impressionante, lo lanciò sulla spalla del tizio, che cadde per qualche minuto a terra, ma si rialzò subito in piedi e scappò via. Lo perdemmo. Cercammo a lungo, nel bosco, ma non riuscimmo mai a trovarlo. “Guarda qui” mi disse Veronica, mentre mi riposavo per la lunga corsa. Il tipo aveva fatta cadere delle fotografie a terra, e quando le vidi mi si raggelò il sangue.

Mostravano me e Veronica mentre ci facevamo il bagno. E non solo quello. Mostrava anche noi due dentro la casa dello zio morto, mentre bevevamo la nostra Coca-Cola. Si era appollaiato alla finestra e ci aveva fatto delle foto. Notai che Veronica era sul punto di vomitare.

“Andiamocene da qui” bisbigliò lei, divenuta improvvisamente pallida.

“Ma..”

“Andiamocene e basta.”

Prima di andarcene, però, mi ricordai del mio zaino. Lo presi, ma quando ci rovistai dentro, notai che i fogli erano spariti. Probabilmente li avevo persi durante la camminata. Pazienza. Eravamo terrorizzati e non ci parlammo più. Quando arrivai a casa, mia madre mi chiese dove fossi stato, e io le risposi che ero andato al parco. Quella notte cercai di riscrivere le mie storie, ma invano. Alla fine, terribilmente assonato, decisi di mettermi a letto.

E fu allora che sentii qualcuno battere alla finestra. La aprii, ma non vidi nessuno. Sul davanzale, però, c’era qualcosa.

Era un biglietto che diceva: “Mi sono piaciuti questi racconti :)”.

E, accanto al biglietto, c’erano i fogli con le mie storie.

Narrazioni[]

Storia_D'Estate_-_Parte_1_-_CreepyPasta_ITA

Storia D'Estate - Parte 1 - CreepyPasta ITA

Narrazione di La Voce Dell'Alchimista




Storia_D'Estate_-_Parte_2_-_CreepyPasta_ITA

Storia D'Estate - Parte 2 - CreepyPasta ITA

Narrazione di La Voce Dell'Alchimista

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