Creepypasta Italia Wiki
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Era una famiglia felice, nonostante tutto; chi avrebbe potuto dire il contrario? Marito e moglie, insieme da venticinque anni; due splendidi figli; una bella casa col caminetto, il prato all’inglese e la piscina sul retro. La morte di John, il figlio maggiore, li aveva segnati, ma erano un esempio per tutti, di forza e tenacia. Eppure, pensava l’ombra, quei sorrisi tirati, inchiodati agli zigomi, non avrebbero convinto nessuno. Ma si sbagliava: quelli sfilavano per la città coi loro sorrisi a trentadue denti, mano nella mano, felici. Semplicemente felici. Agli occhi degli altri, di tutti.

Quando calava la sera, però, quella bella casa in fondo alla via, col caminetto, il prato all’inglese e piscina sul retro, diventava l’inferno. Il padre chiudeva la porta a doppia mandata; la porta era pesante, impenetrabile. L’uomo iniziava a fischiettare mentre si sfilava la cintura, impugnava qualsiasi cosa trovasse, e andava a caccia della moglie, che nel frattempo si era nascosta. Era un gioco molto divertente; tutti scappavano in ogni angolo della casa non appena lui chiudeva la porta. A volte capitava di scovare uno dei figlioletti, anche se a nascondino erano più bravi della mamma. A quel punto, negli angoli più bui e lontani della casa, tutti gli altri si tappavano le orecchie, mentre la preda veniva straziata a frustate, quand’era fortunata. C’era solo una regola a quel macabro gioco: non ferire mai il volto né le mani, né rompere arti; non era prudente lasciare segni visibili.

Quello scempio però doveva cessare; tutti avrebbero smesso di soffrire e la gente avrebbe finalmente scoperto l’orrore. Accadde quella notte; l’intera famiglia era a letto; i figli giacevano a pancia in giù, perché le ustioni sulla schiena bruciavano come lava, e piangevano in silenzio. La madre fissava il vuoto dopo l’ennesima notte di violenza, mentre l’orco dormiva accanto a lei. L’ombra passò lugubre accanto a ogni letto, respirando il dolore nell’aria; nessuno la sentì aggirarsi nelle tenebre. Si diresse lentamente verso le camere dei ragazzi; si accostò ai letti e ascoltò i loro cuori battere all’impazzata, i loro polmoni espandersi forsennati, cercando di non fare rumore. La lama passò veloce sulle loro tenere gole e un fiotto di sangue sgorgò sul pavimento. Poi andò dai genitori; trafisse la madre e ne ascoltò i rantoli nel buio. Quando anche lei spirò, afferrò il padre per i capelli e lo trascinò in salotto, tra le urla.

Il giorno dopo, la polizia ne avrebbe trovato i resti sul pavimento, accanto al busto, decapitato quando l’uomo era ancora vivo, così come le braccia e le gambe, troncate di netto. L’investigatore fece di nuovo il giro della casa; entrò in ogni stanza, tre camere da letto inondate di sangue e poi… l’ultima. In fondo al corridoio. Con le spranghe divelte. C’era qualcosa nel buio, vicino al letto, che dondolava stancamente sul pavimento bagnato. Una creatura emaciata, ossuta e dalla voce da bambino, seduta in una pozza di sangue, ripeteva fra sé una cantilena raccapricciante, stringendo fra le dita scheletriche e innaturalmente lunghe un coltello arrugginito. Il poliziotto si avvicinò con prudenza e solo quando fu a un passo da quella cosa, distinse chiaramente le sue parole. Diceva: «Tana per John, tana per John, tana per John… Tana per John».

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