Creepypasta Italia Wiki
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Io ed i miei amici eravamo soliti fare un sacco di geocaching dopo il nostro ultimo anno di scuola superiore. Per coloro che non sanno di cosa si tratta, essenzialmente è una caccia al tesoro globale.

Le persone selezionano un posto e nascondono una geocache da qualche parte. Successivamente inviano coordinate GPS su siti web specifici, dove altri ricercatori possono scaricarle ed individuare la cache. Di solito le persone che hanno trovato l'oggetto (spesso è una piccola cassa o qualcosa di vuoto) lasciano una nota o un piccolo ricordo privato perché i futuri giocatori lo trovino e possano apprezzarlo.

Ci sono diversi tipi di geocache e la maggior parte di essi sono a tema naturalistico (vale a dire destinazioni panoramiche, siti romantici, aree difficili da raggiungere, ecc.). Questa storia iniziò quando io e i miei amici decidemmo di provare posti presumibilmente infestati, a circa un'ora di macchina dalla nostra città natale. La cosa cominciò in modo innocente - la maggior parte dei posti avevano storie di fondo “spaventose”, che erano, naturalmente, del tutto inventate. Così ci siamo divertiti a spaventarci a vicenda, spaventando spesso anche noi stessi.

Avevamo iniziato le ricerche dopo il tramontare del sole per incrementare l'inquietudine, ma intorno alla mezzanotte la maggior parte del nostro grande gruppo si era ridotto e si era disperso in vie separate. C'eravamo solo io, Rebecca, Kevin ed Evan quando abbiamo raggiunto l'ultima coordinata, ed eravamo determinati a togliere dalla nostra lista anche questa.

Rebecca era la nostra guida per la notte, incaricata ad inserire le coordinate e leggere la storia riguardante ogni posto. Così, mentre guidavo, cominciò a leggere l'ultima tra queste ad alta voce, per tutti noi. Ora sto parafrasando, ma era qualcosa di simile:

“Henckel Asylum: costruito nei primi anni del 1900, il manicomio James Henckel fu realizzato per ospitare una popolazione crescente di criminalità squilibrata. Gli uomini avevano commesso crimini vili (stupri, omicidi, torture) senza segni di rimorso ed erano stati considerati mentalmente instabili ed inviati a questa struttura per eventuali studi e riabilitazioni. Una volta internati, pochi criminali venivano rilasciati nella società, e di solito erano quelli a cui erano state somministrate lobotomie frontali (una procedura sperimentale popolare all'epoca) o la terapia elettroconvulsiva, entrambe procedure che portavano il paziente al limite della morte cerebrale, e lo rendevano capace di eseguire solo compiti rudimentali.

I visitatori attuali del manicomio abbandonato segnalano rumori di porte che sbattono, celle che si aprono e che si chiudono da sole, e risate brusche da fonti sconosciute.”

Era una destinazione abbastanza normale rispetto al resto dei posti che avevamo visitato quella sera, e naturalmente ci divertimmo a spaventarci fra di noi per i successivi quindici minuti mentre ci dirigevamo verso il manicomio. Ne avevamo sentito parlare tutti (era nella nostra zona dopotutto) e sapevamo che era stato abbandonato da più tempo di quanto potessimo ricordare, quindi pensammo che sarebbe stato un ottimo posto in cui correre qua e là al modo degli adolescenti spericolati che eravamo senza il rischio di essere visti dai poliziotti.

Quando finalmente arrivammo, il posto ci sembrò qualcosa di uscito da quei discutibili film di serie B che trasmettono sul canale SyFy. Il perimetro era costituito da reti metalliche con filo spinato sopra di esse, da due torri di guardia che fiancheggiavano il cancello principale (che naturalmente era incatenato e chiuso a chiave, con un grande cartello con la scritta “NO TRESPASSING” appeso sopra). Il manicomio in sé era cadente, sembrava che nessuno ci fosse venuto in contatto da decenni - cosa che era sorprendente dal momento che eravamo cresciuti in un'area molto bella, dove i legislatori comunali cercavano di mantenere tutto bello da vedere per i turisti.

Inutile dire che ignorammo completamente quel cartello sul cancello, e lo attraversammo con le telecamere ed il GPS in mano, muovendoci verso la struttura. Ora, dato il nostro atteggiamento nei confronti dei luoghi precedenti, probabilmente avrai capito che sono un tipo scettico. Credo che ci siano cose paranormali che non possono essere spiegate (non ancora almeno), ma non sono esattamente il tipo che evoca demoni davanti ad uno specchio da bagno. Così, quando aprimmo la porta principale del manicomio (dopo averla opportunamente sbloccata) liquidai la fredda raffica di vento che percepimmo come se fosse stata solo aria stantia che fuggiva dopo essere stata intrappolata per troppo tempo là dentro. Il coraggio dei miei amici sparì velocemente; trascinarono nervosamente i piedi verso l’entrata, esitanti ad attraversare quella soglia invisibile.

Presi l'iniziativa, e li feci proseguire punzecchiandoli con rimproveri ed insulti, fino a quando non fummo tutti dentro. Non era così male come pensavo. Le cose erano relativamente pulite e l'intero edificio sembrava ridotto ad uno scheletro. La vernice si stava staccando, le piastrelle si aprivano qua e là, ed il rivestimento in metallo vicino alle basi del muro era in disperato bisogno di liberarsi dalla ruggine; ma a parte questo, il posto era completamente vuoto. Non c'erano strane sedie con cinghie di cuoio, nessuna barella giaceva casualmente in giro. Solo una vecchia reception e due corridoi che portavano nelle diverse ali.

Esplorammo per qualche minuto, spaventandoci ogni volta che sentivamo un vecchio tubo sferragliare o squittii di ratti, eppure era tutto relativamente tranquillo. Le nostre paure lentamente vennero soppresse dalla presenza degli altri; prendemmo coraggio, aprendo porte e sbirciandovi dentro. Le camere erano tutte vuote, naturalmente. Qualunque compagnia fosse stata sotto contratto per ripulire questo posto aveva fatto un lavoro decente nella rimozione di eventuale arredamento inquietante.

Il nostro coraggio scomparve quando Evan e Kevin si allontanarono senza che io e Rebecca ce ne accorgessimo. Cominciarono a correre in giro, facendo rumori per cercare di spaventarci (non mentirò, funzionò fino a quando non realizzai che non erano più con noi e che erano probabilmente la causa di tutto quel casino), poi tornarono ridendo e senza fiato, e Rebecca era decisamente più pallida del solito. Sembrava essere più scossa da quel posto rispetto al resto di noi, o almeno, non lo nascondeva. Poi suggerì tranquillamente di andarcene.

Per non essere superato dagli altri ragazzi del gruppo, le dissi che non sarebbe stato un problema aspettarci in macchina se lo volesse, e che sarei rimasto con lei per qualche minuto.

Esasperata ma sconfitta, finalmente si convinse e ci seguì dove il GPS ci stava conducendo – il secondo piano.

Qui è dove cominciai a spaventarmi sul serio. Prima provavo solo una sorta di inquietudine; ma c'era qualcosa riguardo a quel piano che mi aveva letteralmente dato i brividi, nonostante fosse una calda serata estiva. Iniziammo ad aprire le porte come prima, ma eravamo tutti molto più cauti a riguardo.

Credo che non fossi l'unico a sentirsi strano. Poi, a metà corridoio, aprimmo la porta di una stanza, e lì, in mezzo al pavimento, c'era una dannata camicia di forza che giaceva in mezzo alla stanza. Non ti sto prendendo in giro, ogni altra stanza era priva di oggetti, ma eccola lì. Una fottuta camicia di forza, in mezzo al pavimento di una cazzo di stanza a caso, in un maledetto manicomio. Tutti noi ci guardammo gli uni con gli altri con le sopracciglia sollevate, come per dire “Uhm... ragazzi? Vedete quello che vedo io?”.

E ovviamente, per fare il duro nel tentativo di mettermi in mostra davanti a Rebecca, ebbi l'idea più ridicola che potessi avere in quel momento.

“Ragazzi, io la indosso.”

Anni di film horror e creepypasta avrebbero dovuto insegnarmi che NON dovevo mettere quella inquietante camicia di forza, in quella sala terrificante, in quel manicomio raccapricciante. Ma la stupidità vinse, ed una volta che le parole furono uscite dalla mia bocca, non potevo tirarmi indietro.

Nessuno disse niente: semplicemente mi guardarono, in attesa di vedere se avessi mantenuto la parola. Determinato a non essere chiamato mezza sega per il resto della notte, camminai in avanti e mi chinai per raccoglierla. Mentre mi avvicinavo però, notai che non era assolutamente in cattive condizioni: anzi, non era affatto ridotta così male (vale a dire rispetto al resto del luogo, che come ho già detto era un disastro). Cioè, c'erano poche macchie qua e là, ma non aveva odore, e sembrava intatta a sufficienza da essere indossata.

Non appena la presi, però, ebbi questo senso travolgente di terrore. Sai, quella sensazione di vuoto nello stomaco proprio mentre attraversi il bordo di una montagna russa? Quella sensazione, nella parte inferiore dell'intestino, che ti fa dire “Morirò, lo so”.

Beh, la avevo. Molto forte. E la ignorai completamente Il mio desiderio di non morire fu sovrastato, come succede spesso negli adolescenti, dalla mia necessità di apparire fico davanti ai miei amici. Così feci scivolare le mie mani nelle maniche, una alla volta, finché la camicia di forza arrivò a pendermi larga dalle spalle.

Ora, se hai mai visto una camicia di forza sai benissimo che non puoi legarti da solo. Il punto essenzialmente è quello di incrociare le braccia sul petto e legare le maniche dietro la schiena per impedire a chiunque la indossi di muovere le braccia (presumibilmente per impedirgli di danneggiarsi o far del male agli altri). Così, seduto in mezzo alla stanza, chiamai Rebecca: “Ehi Becca, aiutami a legare questa roba!”.

Mi guardò pallida come un fantasma, ma riuscì a emettere queste parole, “Io non... non credo che questa sia una buona idea”. Ma di nuovo, con qualche incitamento ed incoraggiamento, la convinsi a cominciare a legare le maniche dietro alla mia schiena. Evan e Kevin rimasero alla porta, esprimendo un mix di ammirazione e incredulità. A quel punto, mi sentii davvero un tipo tosto.

Per circa tre secondi.

Non appena Rebecca finì con l'ultimo laccio, la porta della cella si chiuse violentemente, proprio sui volti di Kevin ed Evan. Non avevo sentito neppure un soffio di vento, e quando glielo chiesi più tardi entrambi negarono con fervore di aver chiuso la porta. Scettico come sono, continuo ad attribuire quell'evento ad un cambiamento di pressione dell'aria e nulla di più. Ma ci fece pisciare addosso comunque.

Poi sentii una pressione sul petto, come se qualcuno si fosse seduto su di esso (o come se qualcuno stesse stringendo più forte le maniche dietro di me) e cominciò ad essere difficile respirare. Non riuscivo nemmeno a prendere abbastanza aria per sussurrare, tanto meno per chiamare aiuto. La mia vista si ridusse a piccole macchie, e giuro che sentii una risata acuta mentre mi avvicinavo all'incoscienza. La pressione aumentò con una tirata improvvisa, ed il mondo divenne nero.

Quando mi svegliai, la mia vista era annebbiata. O almeno, pensavo che lo fosse, finché non capii che non era solo nebbioso. era buio. Come guardare attraverso una lente piena di fuliggine. Sbattei le palpebre alcune volte e l'oscurità vacillava, ma non si dissipò. Avevo già sperimentato lo svenimento, ma ogni volta che mi svegliavo non era mai niente di simile: o la mia vista si schiariva, o rimaneva sfocata. Mai nella mia vita avevo potuto ricreare quell'oscura foschia che vidi quella notte nel manicomio. Poi, dalle profondità infernali, due piccoli punti di luce apparirono a pochi centimetri dal mio viso, sfolgorando di rosso - e un eco debole della risata che avevo sentito prima mi circondò. Appena apparvero, tuttavia, i due punti vennero sostituiti da due raggi brillanti – erano Evan e Kevin, che avevano acceso delle torce puntandole nella mia direzione.

Le ultime cose che ricordo di aver sentito prima di perdere coscienza sono state l'urlo di Rebecca e la porta che sbatteva con violenza, cosa che probabilmente spiega perché quei due stavano davanti a me con le torce in mano. Gradualmente cominciai a sentire un brusio soffocato che proveniva dalle labbra di Rebecca che supplicava, “Ti prego, svegliati...Ti prego, ti prego, ti prego, svegliati!” mentre mi scuoteva. Continuava a ripetere le stesse parole ininterrottamente, singhiozzando e agitandomi con forza.

Quando la mia vista tornò chiara, le diedi un’occhiata e vidi che i suoi occhi erano completamente rossi, come se avesse pianto per un bel po'. Cercando di raccogliere qualche brandello di virilità, mi ritrovai a parlare con una voce sorprendentemente calma, specie se consideriamo come stessi davvero in quel momento. Mi ricordo chiaramente quello che dissi, parola per parola.

“Togliete quelle dannate torce dalla mia faccia, stronzi”.

Aspettandomi una risata o almeno alcuni insulti reciproci, rimasi quasi scioccato nel vederli guardarsi a vicenda confusi, apparentemente sorpresi.

“Stai...stai bene?” chiese Evan incredulo.

“Certo, perché diavolo non dovrei star bene? Becca mi ha legato troppo stretto, non riuscivo a respirare, e quindi sono svenuto. Per quanto tempo ho perso coscienza?” domandai. A quanto pare lo sono stato abbastanza a lungo da dar loro il tempo di slegarmi, permettendomi di strofinarmi una mano sul viso.

Un altro collettivo sguardo incredulo: “Amico” cominciò lentamente Kevin “hai perso conoscenza per quasi quindici minuti, stavamo per chiamare i soccorsi. Abbiamo continuato a scuoterti - Evan ha anche provato a pizzicarti così forte da farti sanguinare - ma tu non ti svegliavi.”

Sentii un freddo gelido scendermi lungo la spina dorsale, e la camicia di forza che mi pendeva dalle spalle improvvisamente sembrò più stretta. Mentre mi affrettavo nel togliermela di dosso cercai di non sembrare spaventato, buttandola in un angolo della stanza. Rebecca rimase seduta lì, agitandosi e piangendo, e nonostante l'esperienza che avevo appena affrontato avevo abbastanza forze per avvicinarmi a lei e confortarla.

Lasciammo la stanza senza dire una parola, mandammo al diavolo il geocache, e tornammo all'auto in completo silenzio (spezzato occasionalmente dal tirare su col naso di Rebecca). Il sole cominciò a sorgere, e appena ebbi portato tutti alle loro rispettive case ci salutammo silenziosamente. Rebecca era l'ultima fermata prima di tornare a casa mia. Essendo un gentiluomo la accompagnai alla porta, ma lei si fermò all'entrata e mi guardò negli occhi.

Alla luce dell'alba vidi i suoi occhi ancora arrossati dal pianto. Era molto silenziosa, e disse, “Devo chiederti una cosa.”

“Sì, certo, cosa c'è?” dissi. “Sei sicuro di stare bene?”

Mi sorprese chiedendomi: “Sai quanto tempo Evan e Kevin ci hanno messo ad aprire quella porta?”. I suoi occhi mi guardarono con uno sguardo che non avrei mai potuto dimenticare. Di terrore puro.

Qualcosa era accaduto in quella frazione di tempo, tra il momento in cui avevo perso i sensi e quello in cui loro erano riusciti ad entrare; qualcosa che l'aveva assolutamente terrorizzata. E vedendo quello sguardo, realizzai. Ero rimasto incosciente per quindici minuti… Quanto tempo era rimasta da sola in quella stanza?

“No” risposi lentamente “per quanto tempo?”.

“Cinque minuti. Hanno detto che ci sono voluti cinque minuti per aprire quella stupida porta. Sono stata lì e ti ho visto, e ho visto-” si interruppe, un altro singhiozzo fermò la sua frase a metà. A quel punto non volevo sapere. Non voglio saperlo tutt'ora.

La presi per le spalle e le dissi fermamente “Rebecca. Non importa. Non importa quello che hai visto. Io sono qui, tu sei qui, ed entrambi siamo al sicuro. Non importa. Non accadrà niente di brutto. Te lo prometto”.

Lei annuì freddamente, aprì la porta ed entrò in casa. La volta seguente in cui la vidi era tornata in sé.

Ma ogni volta che tiro fuori quell'argomento, si blocca e si pietrifica, rifiutandosi di discuterne.

Penso ancora quello che ho detto: non so cosa sia successo in quella stanza. E non voglio saperlo per nulla. Ma ho ancora incubi in cui sogno quelle due luci rosse incandescenti nell'oscurità. E talvolta, mentre mi addormento, sento i leggeri echi di quella risata stridula che mi seguono nel profondo della mia coscienza.


Tradotto da Furensisu e Dr. Woland

Link all'originale: http://www.creepypasta.org/creepypasta/the-asylum


Narrazioni[]

The_Asylum_(Creepypasta_-78)_(The_Horror_Land)

The Asylum (Creepypasta -78) (The Horror Land)

Narrazione di MISTER S.U