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Primo attacco[]

Era un tranquillo lunedì mattina. Lena si era svegliata presto per prepararsi ad andare a scuola; gli insegnanti avevano avvisato che ci sarebbero stati dei nuovi studenti stranieri per lo scambio culturale, e lei sperava fossero carini. Dopo una buona colazione, Lena uscì di casa per prendere lo scuolabus e si sedette affianco alla sua migliore amica, parlando del più e del meno.

Quando arrivarono a scuola, tutto proseguì in maniera normale. Scese dal bus e andò nel cortile scolastico finché la campanella non suonò, ed in seguito andarono tutti nelle rispettive classi. Lena si allontanò per un momento dalla sua amica per raggiungere un cesto dell'immondizia e gettare la cartina di una caramella che aveva mangiato. Mentre buttava la cartaccia, volse il suo sguardo verso un albero, non troppo distante da lì. Un albero strano, aveva un simbolo su di esso. Era un cerchio con una X dentro. Lena fece spallucce, qualche studente doveva aver combinato quella cretinata, lo avrebbe riferito al preside più tardi. In fondo, gli alberi non potevano essere maltrattati in quel modo.

La campanella suonò, tutti gli alunni andarono in classe e Lena e la sua amica erano le più impazienti di incontrare i nuovi studenti. Ognuno sedeva al suo banco quando il preside entrò in classe, portando con sé i due nuovi studenti. Il sorriso di Lena si smorzò quando li vide, per lei non erano carini... Provenivano da paesi più poveri, e Lena era in qualche modo intollerante per le "cose" del genere. La sua amica, invece, andava matta per il primo che era entrato, sarebbe potuto essere il suo marito per la vita, o almeno lo pensava. Lena osservò il sorriso dell'amica con uno sguardo di disprezzo. Lena era quel tipo di persona che diceva "Non è pregiudizio, MA...". Non era però colpa sua, bensì dell'educazione che i genitori le avevano imposto riguardo differenti culture.

Malgrado suo, uno degli studenti si sarebbe seduto vicino a lei per il resto dell'anno, si può ben immaginare non le piacesse. Ma non poteva cambiarlo.

Le ore passavano e, per un attimo, una matita cadde a terra. La matita di Lena. Chi la recuperò fu il nuovo studente al suo fianco, Orion. Le ritornò la matita, e lei la afferrò con la punta delle dita, con uno sguardo giudizioso sul ragazzo.

"Non ho bisogno del tuo aiuto per prendermi la matita, ma grazie per avermela ritornata e non rubata." Esclamò con voce arrogante, pulendo la matita sulla maglietta.

Orion non ribatté nulla e guardò verso il basso. L'amica di Lena, al contrario, era molto delusa dal suo comportamento, ma non disse comunque nulla. In momenti come questi, è usuale che tutti si fermino ad apprezzare la bellezza del silenzio.

Il tempo passò fino alla fine delle lezioni e – finalmente, per Lena – potevano tornare a casa. sul bus del ritorno, Lena rimase silenziosa per tutto il tragitto, era scocciata. Decise di ascoltare della musica col suo cellulare, ma ogni canzone riusciva ad ascoltarla solo per i primi dodici secondi, poi udiva solo suoni orribili che la costringevano a togliersi le cuffie rapidamente. Grandioso, un cellulare difettato adesso. Era tutto quello di cui aveva bisogno ora.

Scese dal bus come se la sua vita fosse ora la peggiore del mondo, il tipico dramma giovanile. L'unica buona cosa era che quel sabato sera ci sarebbe stata una festa a casa di uno degli studenti più grandi, quindi avrebbe potuto sopportare meglio il nuovo alunno per la settimana.

Si stava dirigendo verso le scale quando sua madre la chiamò.

"Tesoro, non vuoi la cena? Ho fatto il pollo come piace a te." Disse la donna con un gentile sorriso.

"Dai il pollo a qualcun altro." Rispose furiosamente la ragazza, e se ne andò in camera sua.

Andò sul letto e prese il suo portatile. C'era un'amica con cui parlava sempre, che però viveva molto lontano, quindi doveva sempre aggiornare la ragazza sulle nuove cose che accadevano.

Aprì Skype e avviò la chat vocale.

"Ugh, non crederai mai a cosa mi è successo." Esclamò Lena con la voce più drammatica possibile.

"Che è successo? I tuoi non ti hanno dato la paghetta nemmeno sta volta?" Chiese l'altra ragazza, tesa.

"No, magari fosse quello. Duo nuovi ragazzi sono venuti in classe nostra, sono stranieri."

"Figo. Sono carini?"

"Uuughh, solo pensarci mi fa sentire male. Provengono da qualche luogo tremendo, e giudicando dai loro vestiti e dal loro aspetto, non penso si lavino nemmeno, devono aver utilizzato TUTTI i loro soldi per questo scambio culturale, non è possibile altrimenti."

"Non essere sciocca, non è così che funziona. Devono essere molto studiosi, e non dovrebbero essere così male..."

"Non voglio giudicare o che, MA dalla loro faccia, penso non sappiano neanche scrivere... Immagino non abbiano nemmeno una scuola dove vivono, penso sia per questo che abbiano fatto lo scambio."

"Hm..."

"Per non dire-- -xxXXXXXXxxxxxxxxxxxxxxxX

Una serie di rumori e glitch sovrastarono il portatile, per finire con una schermata blu con delle X apparire sempre più numerose, poi il portatile si spense. Lena era ovviamente spaventata, cos'era quella roba? Non era mai successa prima. Pensò che probabilmente era qualche programma che aveva usato o forse un problema di Skype, poiché, alla fine, aveva aperto solo un'icona...

Tuttavia, cercò di riaccendere il portatile. Dopo diversi lunghi minuti ci riuscì, tirando un sospiro di sollievo che non fosse rotto. Riavviò Skype di nuovo e richiamò l'amica.

"Cristo, il mio computer si è spento da solo, ha fatto dei suoni strani, temevo fosse rotto. Penso di aver impiegato venti minuti tentando di riaccenderlo, sono felice di esserci riuscita." Disse Lena con una risata ridicola.

"...Cosa? Impossibile, non hai smesso di parlarmi per un secondo..." Rispose l'amica un po' confusa, pensando che quello fosse una sorta di scherzo o qualcosa di simile.

"Uh? Come?? Dopo che si è spento ci ho messo un sacco di tempo per riaccenderlo. Magari mi sentivi mentre provavo a farlo? Magari è rimasto "connesso" in qualche modo, disattivando solo lo schermo."

"No, Lena. Hai continuato a parlarmi tutto il tempo, riguardo a quanto detestassi quel ragazzo e quanto stupido fosse in testa, tale che non era nemmeno possibile aggiustarlo perché non ha un cervello ma merda in testa."

"Ti fai beffe di me perché non mi piace qualcuno?" Chiese Lene indignata.

"No! Sei tu che hai detto queste cose."

"Non ho detto nulla, non sono riuscita nemmeno a finire la frase quando si è spento il computer."

"Guarda, se hai intenzione di prendermi per il culo così allora me ne vado. Ho cose di meglio da fare." Disse l'amica di Lena prima di riagganciare.

Lena aveva il volto stravolto dalla confusione, lei stessa non avrebbe mai detto nulla del genere, ma la sua amica non era una di quelle che mentono, o almeno non mentiva a lei. Cos'era accaduto?

Tentò di ignorarlo. Notò che la lucina della sua webcam era accesa nonostante non la stesse utilizzando; fissò quella lucetta, che si spense rapidamente dopo dieci secondi, dopo che Lena si era avvicinata. Fece spallucce e posò il portatile sulla scrivania, lasciandolo aperto nel caso dovesse utilizzarlo di nuovo. Si alzò e uscì dalla camera... era affamata. E avrebbe dovuto inventare una scusa per sua madre per aver ignorato il pollo di prima. Per fortuna, sua madre era di buon umore.

Dopo cena, tornò nella sua stanza. Chiuse la finestra e utilizzò il computer per diversi altri minuti prima di spegnerlo, chiudendolo e lasciandolo sulla scrivania. Per quel giorno decise di guardare solo un po' di TV, e dopo sarebbe andata a dormire.

Il giorno seguente, si svegliò infastidita dal sole che le colpiva la faccia. Sua madre aveva aperto la finestra ancora? Le aveva detto un sacco di volte che non voleva essere risvegliata in quel modo. Si alzò, richiudendo la finestra e la tenda, cosicché il sole non battesse più così forte sul suo volto. Andò al bagno e curò la sua igiene personale. Mentre si sistemava per bene, di fronte allo specchio dell'armadio, notò qualcosa di strano sul muro. Chiuse l'anta dell'armadio e si avvicinò. Era una piccola X rossa. Tentò di cancellarla con qualcosa, con del sapone, ma non veniva via. Sembrava essere una pittura a lunga tenuta.

Decise di lasciar perdere.

Scese le scale per andare a fare colazione e poi andò alla fermata del bus. Come consuetudine, si sedette vicino alla sua amica, che evitò di parlarle troppo... Lena lo notò.

"Cosa succede, Mirian? Ti ho fatto qualcosa? Hai ignorato i miei messaggi, e ora vuoi ignorare anche me?"

"Cosa? Ignorare? Io? Ho risposto ad ogni tuo messaggio! Anche quelli in cui mi deridevi." Rispose Mirian, guardandosi in basso, evidentemente scocciata.

"Uh? Non ti ho derisa. E ti ho inviato solo due messaggi. Uno in cui dicevo ciao e l'altro in cui chiedevo se mi stavi ignorando, non ho scritto altro dopo ciò." Disse Lena, incrociando le braccia.

"No, Lena. Mi hai inviato un sacco di messaggi, dicendo di come tu sapessi del mio appuntamento col nuovo studente e di come fossi stupida e disgustosa ad iniziare una relazione con un tipo 'come lui'." Spiegò Mirian, avendo ormai perso la pazienza.

"Che? Aspetta, ti stai vedendo col nuovo ragazzo???" Lena aveva un aspetto sorpreso e disgustato.

"Senti..." Il bus si fermò di fronte alla scuola e Mirian si alzò in piedi. "Stai facendo la testa di cazzo da ieri, e non tollererò più la tua arroganza." Esclamò furiosa, e scese dal bus.

Lena rimase sbigottita per diversi secondi, la sua amica usciva col ragazzo nuovo? Scese dal bus solo dopo che tutti gli altri lo avevano fatto.

Aveva ben altro di cui pensare oltre alla sua migliore amica uscirsene con un tipo del genere. Lena sapeva di non aver inviato altri messaggi. Ricordò la conversazione che aveva avuto con l'altra sua amica su Skype... qualcosa non quadrava.

Andò verso il cesto dell'immondizia per gettare la cartina della caramella e guardò verso l'albero, ma non c'era più alcun simbolo... si spaventò un po', ma immaginò che probabilmente fosse stato fatto con della vernice e su una superficie frastagliata tra l'altro, e gli addetti dovevano aver pulito...

La campanella suonò e gli studenti andarono in classe.

Lena non prestò attenzione per nemmeno un secondo. Aveva molti pensieri in testa...

Orion le allungò un bigliettino, e quando lei lo notò, glielò strappoò di mano con violenza, guardando a cosa vi fosse scritto.

"Stai bene? Sembri spaventata..."

Lena accartocciò il bigliettino e glielo rilanciò indietro.

"Sto bene, non ho bisogno delle tue preoccupazioni. E non serve che tu mi passi bigliettini, non so da dove tu venga, ma qui puoi parlare liberamente mentre l'insegnante sta correggendo i compiti." Disse Lena senza nemmeno guardare il ragazzo, che abbassò il capo silenziosamente.

Mirian guardò verso Lena con sguardo di disapprovazione. Lena le restituì lo sguardo con un'alzata di spalle.

"Cosa? Ho solo detto la verità."

"È muto." Spiegò l'altro nuovo studente, che stava vicino a Mirian, a Lena, con espressione impassibile.

"Oh fantastico, non sa nemmeno parlare e vuole studiare." Esclamò Lena il più arrogante possibile.

Orion era un ragazzo tranquillo a cui importava delle persone, ma dopo aver udito ciò, si alzò in piedi e se ne andò dalla classe correndo. Aveva già subito bullismo in precedenza a causa del suo essere muto, e credeva che in un nuovo paese avrebbero compreso meglio la sua situazione.

"Guarda che hai fatto, ce l'hai un cuore?" Disse Mirian adirata, mentre lo studente vicino a lei si alzava ed usciva anche lui dalla classe, seguendo il suo amico.

L'insenante guardò verso la porta da cui i due ragazzi erano usciti, e poi osservò Lena.

Alla scrivania della direttrice, Lena incrociò le braccia, scocciata dalla situazione. Suo padre giunse rapidamente a scuola, arrabbiato con la direttrice e con l'insegnante, avrebbe protetto sua figlia fino alla fine.

Lena non ce la faceva più, e non poteva nemmeno cambiare scuola poiché i suoi la avevano costretta a studiare in questa, una delle migliori scuole del paese.

Per tutta la settimana Lena era stata arrogante con i nuovi studenti, soprattutto Orion, che continuava a preoccuparsi per lei ogni volta che qualcosa di strano accadeva. Era un ragazzo dal cuore d'oro.

Venerdì sera, finalmente. Il sabato sera ci sarebbe stata la grande festa ed era davvero l'unica cosa che rallegrava Lena. Quella sera, Lena decise di andare a trovare Mirian, vedere come stava e cercare di ristabilire la loro amicizia, che ormai era stata spezzata e probabilmente non sarebbe comunque stata ripristinata. Mentre passeggiava vicino ad un negozio, guardò verso le telecamere. Sembravano seguirla... Cercò di smetterla con quelle sue paranoie, e proseguì. Arrivata alla casa dell'amica, suonò il campanello. Suonò più e più volte. Finalmente Mirian si fece vedere, incrociando le braccia alla vista di Lena in piedi di fronte alla sua porta di casa.

"Che vuoi?" Chiese Mirian.

"Farmi perdonare?" Lena rispose con un'altra domanda, prendendo una scatola di cioccolatini dalla borsa che trasportava.

"..."

Mirian accettò di far entrare Lena, poiché erano amiche da anni, del cioccolato non avrebbe fatto tutto il lavoro.

Nella stanza di Mirian, risero e parlarono di ogni argomento che non fossero i due nuovi ragazzi, perché se avessero toccato quel tema si sarebbero messe a litigare nuovamente. Il cellulare di Lena squillò.

"Aspetta un minuto." Disse a Mirian, e rispose alla chiamata. "Pronto? Oh, ciao mamma. Sono a casa di Mirian..." Il volto di Lena sbiancò, in disperazione. "...Cosa? Okay, arrivo!" Esclamò ancora più disperata.

"Cosa???" Domandò Mirian preoccupata.

"Mio padre ha fatto un incidente!" Spiegò Lena mentre recuperava le sue cose e usciva dalla stanza. Mirian la seguì, la accompagnò alla porta.

"Un incidente?" Mirian le aprì la porta.

"Non lo so, andrò a casa e vedrò. Ciao, ci vediamo domani alla festa." Lena salutò e corse via. Mirian rispose al saluto e chiuse la porta.

Lena arrivò a casa in preda alla disperazione, piangendo, urlando per sua madre. Corse nel salotto e... perplessa e confusa si bloccò sulla soglia, di fronte al salotto. Sua madre e suo padre stavano tranquillamente guardando la televisione. La madre di Lena si alzò e le corse in contro, preoccupata.

"Cosa c'è, cara? È successo qualcosa?" Le chiese.

"...Ma... avevi detto... Perché mi hai detto che papà ha avuto un incidente?" Lena era ancora sotto shock, stava ancora piangendo.

"...Come? Tuo padre non ha avuto alcun tipo di incidente. Siamo rimasti a guardare la TV tutto il giorno." Spiegò la madre di Lena, accarezzando il viso di Lena con la mano, per asciugare le sue lacrime.

"Ma mi hai chiamata mentre ero a casa di Mirian, mi hai detto che aveva avuto un incidente, ero spaventata..." Lena non sapeva come sentirsi, piangeva e basta. La madre la abbracciò, e lei rispose all'abbraccio.

"Oh, tesoro. Devi aver ricevuto un brutto scherzo telefonico." Sua madre cercò di calmarla. Suo padre le raggiunse e le accarezzò il capo.

"Sto bene, tesoro. Non dovresti rispondere ai numeri sconosciuti." Disse.

"Ma proveniva dal numero della mamma, l'ho visto. Era salvato, guarda." Si allontanò dall'abbraccio e prese il suo cellulare per mostrarlo... ma non c'era nulla. Letteralmente nulla. Non c'erano più contatti, nessun messaggio, nessuna app. il suo telefono era completamente vuoto. "...Cosa..."

I suoi genitori si guardarono... Lena si stava comportando in modo strano da un po'. Stavano pensando di portarla da una psichiatra o qualcosa di simile...

"Vai in camera tua, tesoro. Sei molto stanca." Disse sua madre, facendo scorrere la mano tra i suoi capelli.

Lena andò nella sua stanza. Perché stava accadendo tutto ciò? Non lo sapeva. Ma l'indomani tutto si sarebbe risolto, o almeno lo credeva.

Il giorno seguente, si svegliò tardi. Guardò l'orologio, erano almeno le 2:30 del pomeriggio. Si alzò e curò la sua igiene. Quando entrò nella vasca da bagno, sentì un bruciore sulla sua clavicola. Si alzò e si avvicinò allo specchio. C'era un piccolo taglio lì, a forma di X. Ora era davvero spaventata. Non ricordava di essersi ferita o cose simili. E soprattutto, non con quella forma.

Ce la mise tutta ad ignorarlo. Dopo aver fatto il bagno, si preparò ad andò a vedere un po' di TV, fino all'ora della festa. Non aveva più alcun modo di inviare messaggi, poiché aveva perso tutti i suoi contatti in rubrica. Ma non appena ebbe l'occasione di riprendere il cellulare, notò che tutti i numeri e le app erano ritornati, e c'erano diversi messaggi da parte di Mirian che le chiedevano a che ore bisognava ritrovarsi.

Lena era ovviamente sorpresa, ma rispose ai messaggi in ogni caso.

Si stava preparando per bene per la festa, avrebbe infossato dei nuovi abiti che erano stati importati da dei ricchi paesi. Era emozionata. Sperava di incontrare qualche ragazzo carino con cui parlare tutta la notte. I suoi genitori le avevano proibito di andare alla festa, in quando credevano che loro figlia avesse bisogno di molto riposo, quindi avrebbe dovuto svignarsela di nascosto.

Uscita dalla finestra, avrebbe dovuto camminare fino a casa di Mirian, per poi andare assieme alla festa, passò di nuovo di fronte al negozio, le telecamere parevano inseguirla. Questa volta, lei mostrò il suo dito medio.

Arrivata da Mirian, abbracciò l'amica entusiasta.

"Sarà incredibile!" Esclamò Lena impaziente.

"sì! Sarà una serata fantastica. Ma verrà anche Coda, quindi per favore cerca di non fare la stupida." Disse Mirian riferendosi al suo nuovo fidanzato, il nuovo studente.

"Ugh... Okay. Per te." Lena sorrise e abbracciò l'amica.

Andarono entrambe alla festa emozionate. Arrivate l', si separarono poiché Mirian andò a stare col suo ragazzo e Lena andò alla caccia di qualche tipo per conto suo. Qualcuno le toccò la spalla e le lasciò un biglietto appiccicato lì. La persona scomparì più veloce di un ratto. Appena prese il bigliettino, Lena alzò gli occhi al cielo, immaginandosi che fosse da parte di Orion. Ma... la scrittura era diversa.

"Incontriamoci in giardino."

Lena pensò fosse qualche ammiratore segreto. Andò in giardino con tutta la sua graziosità, ma non trovò nessuno. Notò alcune carte per terra, che conducevano dietro un grande albero. Immaginò che l'ammiratore fosse lì. Raccolse i foglietti uno per uno. Li lesse ad alta voce, suadentemente, in modo che l'ammiratore potesse udire che lei era vicina.

Il primo biglietto diceva, "Tu..."

Ce ne era un altro più avanti. Lo raccolse. Diceva, "Dovresti..."

Il terzo, "Parlare..."

Il quarto, più vicino all'albero, "Meno..."

"Cosa..." Lena lesse con espressione confusa.

Non ebbe tempo di pensare, venne tirata dietro l'albero.

Un paio di ore più tardi, quando la festa era ormai finita, Mirian iniziò a cercare l'amica, non la trovava da nessuna parte. Decise di inviarle un messaggio.

"Dove sei? Stiamo andando via." Scrisse Mirian preoccupata.

"...In giardino."

"Perché sei lì?"

"..."

Mirian decise di andare nel giardino, poiché la sua amica non voleva fornire spiegazioni. Si guardò intorno nel cortile, ma non vide nessuno.

Si guardò davanti, c'era un grande albero con una X rossa disegnata sopra. Dietro l'albero poteva vedere un braccio. Sembrava che Lena fosse seduta dietro l'albero. Mirian si avvicinò, preoccupata per l'amica, poteva essere ubriaca o aver avuto il cuore spezzato per qualche ragazzo.

"Scema, che ci fai qui? Forza, and--- AAAAAAAAAAAAAH!!"

Mirian gridò alla vista della sua amica.

Lena aveva il capo rivolto verso l'alto, il suo volto poteva essere ben visto, la sua bocca era cucita, il sangue fuoriusciva dal naso e dagli occhi, e la sua gola era completamente aperta. Non sembrava un taglio normale, bensì come se qualcuno la avesse aperta e con le mani avesse distrutto ogni cosa all'interno, strappando pelle e carne.

Notò alla fine la X disegnata sull'albero, e non era stata fatta con l'inchiostro... ma... con sang----- ---- --- 0000W

xxxxxXXXxxxXXxxxxxxXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXxxxXXXXXXXXXXXXXXXxxXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxXXXXxx

XXxX

X

X

X

Xxxxxxxxxxxxxxxx

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*In codice binario si traduce in "You talk too much": parli troppo.


Le origini []

Sabato mattina. Due novembre del 2013… Dimitri non capiva per quale motivo suo padre insistesse così tanto per trasferirsi così improvvisamente dalla città…

Sin dalla morte di sua madre, due anni prima, suo padre era divenuto strano, come se fosse ora paranoico, e ciò non era normale per lui. Dimitri si preoccupava, poiché prima della sua morte, sua madre aveva iniziato ad avere delle manie psicotiche e lui a quel tempo pensava si trattasse di qualche problema neurologico o roba simile, ricercava sempre una spiegazione logica.

Ma il punto era che lui non voleva trasferirsi… non che avesse amici, ma c’erano alcuni compagni di classe con cui andava d’accordo a scuola, che lo aiutavano ad uscire dai guai; non era un combinaguai, ma si metteva nei casini perché parlava quando non avrebbe dovuto. Non era totalmente nel torto, quando qualcuno non ha ragione serve che qualcun altro prenda la parola, e in questi casi era sempre LUI a parlare. A quanto pareva, al liceo questo pensiero era completamente disprezzato. Qualunque cosa uno dicesse sarebbe risultata contro le “regole” dettate dai bulli, si sarebbe finiti con l’essere giudicati e, a volte, buttati dentro il cestino della spazzatura.

Dimitri era sempre stato il famigerato “nerd” della classe, ma non il tipo silenzioso che se ne sta isolato dalla classe studiando e rimanendo quasi invisibile, bensì quello odiato, quello che dà sempre le risposte quando l’insegnante interroga, quello che ricorda al professore che c’erano compiti per casa… Era una terribile rottura di coglioni. Ma lui non era sempre stato coì, solo dopo che sua madre morì iniziò a concentrarsi sui suoi studi e sulle cose che lo interessavano, credeva che lo avrebbe aiutato a dimenticare… Ed infatti ciò lo distraeva, ma quando si trovava disteso sul letto, sentiva dolore al suo cuore… faceva male a causa di sua madre… faceva male perché lei era morta senza poter vedere che grande uomo quel ragazzo potesse diventare… faceva male perché lui si era sempre messo nei guai violando le regole che non avrebbe dovuto mentre lei era ancora viva…

Cercava di spendere tutto il suo tempo negli studi, nel baseball, nella robotica e nell’informatica, così non avrebbe dovuto pensare più a quello. Fuori dalla classe era il re dei computer, non c’era alcun codice che non potesse decriptare. Hacking? Ne era un esperto. Una volta aveva trovato un portatile nell’immondizia e se l’era portato a casa, lo aveva completamente aggiustato e, quando questo ricominciò a funzionare, era ritornato alla discarica ed aveva hackerato i server della NASA e dell’FBI solo per divertimento. Non aveva fatto nulla con questo suo “potenziale”, voleva soltanto metterlo alla prova. Era qualcosa di difficile per una persona, ma quando dedichi tutto il tuo tempo in cose del genere, diventa tutto più semplice. In seguito, aveva pulito le sue impronte digitali, rotto e rigettato nella spazzatura il portatile, andandosene senza lasciare alcuna traccia, in fondo non voleva mettersi ancora nei guai.

E ora… si fermò a pensare. Pensò che forse questo era il motivo per cui suo padre aveva deciso di trasferirsi alla fine dell’anno, dopotutto, anche se lo amava molto, non avrebbe lasciato che suo figlio diciassettenne non venisse punito per aver creato casino con la NASA e l’FBI. Oppure era in debito con qualcuno, o lui stesso era in qualche pasticcio. Suo padre non era un uomo favorito economicamente e, a volte, barava nel gioco della vita. Probabilmente queste erano le ragioni che lo avevano reso ancora più paranoico.

Durante il viaggio l’uomo non si fermò nemmeno un attimo, appariva sempre preoccupato e si guardava spesso dietro. Si rilassò e tornò ad essere un “normale” padre quando si rese conto che nessuno lo stava seguendo… fu molto difficile.



Lunedì mattina. Quattro novembre del 2013. Non c’era molto da fare a scuola a novembre, le lezioni sarebbero continuate fino alla fine del mese – fino al venti dicembre per coloro che dovevano recuperare – ma Dimitri era curioso nell’avventurarsi in una nuova scuola. A dire il vero, non vedeva l’ora di tornare a studiare nuove cose, erano passati due giorni da quando aveva avuto un libro davanti alla faccia.

Si vestì come faceva ogni giorno nella sua vecchia città e scese le scale per fare colazione. In questi due giorni di viaggio in macchina, Dimitri aveva costruito un piccolo robot, che tirò fuori dallo zaino e pose sul tavolo. Il robot gli portò un acino d’uva e il ragazzo sorrise. Funzionava bene per essere un robot creato in così poco tempo.

Il ragazzo mangiò e attese che suo padre scendesse le scale per portarlo a scuola… Guardò verso l’orologio, suo padre non era mai stato così in ritardo. E nemmeno lui. Primo giorno di scuola in una NUOVA scuola, e lui era in ritardo.

Stava diventando impaziente.

Alla fine suo padre scese… ma era in pigiama.

“Dimitri… dovrai saltare le lezioni per oggi…” Disse suo padre, passando la sua mano sulla sua fronte, come se stesse sudando. Ma il clima era freddo in tutta la città, e suo padre non aveva accesso il riscaldatore.

“Cosa? Ma devo andare, devo vedere com’è prima che inizi il nuovo anno alla nuova scuola, tralasciando il fatto che devo reintegrare i miei studi.” Esclamò Dimitri un po’ infastidito, non era solito essere nervoso così, ma c’è sempre una prima volta.

“È novembre, non serve che tu vada, a malapena hai delle lezioni.” Rispose il padre, sembrando ancora sudato fradicio.

“Oh andiamo, Nick. Sei tu quello che mi spinge ad andare a scuola, e ora mi stai chiedendo proprio tu di non andarci?” Disse il ragazzo alzandosi dal tavolo ed avvicinandosi alle scale dove c’era suo padre. “io DEVO andare a scuola.”

“Senti, non avrà ripercussioni sui tuoi voti, non ti ho nemmeno iscritto, visto che le iscrizioni apriranno ad inizio gennaio. Ora rilassati e guarda un po’ di TV o gioca ai videogiochi, non lo so. Non ti porterò a scuola oggi.” Concluse suo padre, risalendo verso la sua camera.

Dimitri era arrabbiato, non voleva crederci. Afferrò il suo zaino, il suo cellulare, e lasciò la casa. sarebbe andato a scuola a piedi.

Arrivato a scuola, non c’era molto movimento, ma la cosa importante non erano le altre persone, quanto più lui stesso. Parlò con la direttrice che gli concesse di partecipare alle lezioni anche senza iscrizione, poiché era ormai fine anno e le lezioni non sarebbero continuate ancora per molto.

Come detto prima, c’erano diversi alunni che non sembravano studenti, ed erano ovviamente in ricovero. Ma un trio catturò la sua attenzione… mentre camminava per i corridoi, questo trio di bulli stava infastidendo un ragazzo che assomigliava ad un pollo, piccolo e magro. Ed ecco Dimitri e la sua grande bocca che cercarono di fermarli. Dopotutto, a Dimitri non piacevano cose del genere.

“Hey, perché non la smettete e non lo lasciate in pace? Non vi ha fatto nulla…” Esclamò Dimitri approcciando i bulli… erano grandi…

“Oh wow, qual è il problema, per di carota? Vuoi essere al posto di questo stuzzicadenti qui? Se non ci tieni, vattene via.” Disse il più grande tra loro, che sembrava anche essere il leader, avvicinandosi a Dimitri e dandogli un forte spintone, che lo fece cadere a terra sul suo zaino, rompendo il piccolo robot che aveva costruito durante il viaggio…

“…Dovresti fare un esame di coscienza.” Disse Dimitri rialzandosi e riprendendo il suo zaino.

“E tu dovresti parlare di meno, pappagallino.” Il ragazzo più grande si stava avvicinando ancora, quando la direttrice giunse a salvare la situazione.

“Voi due dovreste essere nelle vostre classi.” Tonò lei, e tutti e cinque se ne andarono nelle rispettive classi.

Ogni lunedì deve essere una grande merda, ed infatti il bullo finì nella classe di Dimitri. Lui tentò di ignorarlo il più possibile. Seduto su uno dei banchi centrali vicino alla finestra, Dimitri tirò fuori le sue cose dallo zaino e fu pronto per la sua prima lezione nella nuova scuola.

Il tempo passava, mancava poco tempo prima che la lezione finisse. In quella scuola nulla cambiò, lui rispondeva sempre correttamente alle domande dell’insegnante, senza nemmeno dare la possibilità di rispondere agli altri – anche perché in ogni caso gli altri non sapevano nulla – ma questa volta riceveva sempre una pallina di carta in testa… lanciata da quel ragazzo. Nella mente di quest’ultimo passavano cose non piacevoli, e quasi spaventose, di cosa avrebbe potuto fare a quell’emarginato. Per un momento, mentre l’insegnante stava correggendo alcuni compiti e gli studenti non avevano nulla da fare, Dimitri poggiò la sua testa contro il muro e guardò fuori dalla finestra. Prese quasi un colpo, non esattamente uno spavento però, forse più una sorpresa per ciò che stava vedendo… Dall’altro lato della strada, vicino ad un palo della luce, c’era un tizio molto alto e magro in giacca. Le sue braccia erano lunghe, molto lunghe… lui era magro, molto magro. Era praticamente alto quanto il palo. Guardò il viso dell’uomo, ma non c’era alcun volto...

Rimase fisso su quella figura per alcuni secondi – o almeno nella sua mente sembravano essere secondi – e un suono statico molto strano pervase le sue orecchie, finché l’insegnante non richiamò la sua attenzione. Quando alla fine batté le palpebre, guardando verso l’insegnante, nessun altro era presente nella classe.

“Le lezioni sono finite, caro. Puoi andare.” Disse la gentile professoressa con un sorriso.

“Oh… sì… grazie.”

Era perplesso, a malapena riusciva a formulare frasi nella sua mente.

Uscì dalla classe come un razzo. Corse per strada, verso il palo della luce dove aveva visto quell’uomo… ma non c’era nulla. Era sorpreso… cercò di prendere in considerazione il fatto di non aver dormito bene, forse si era semplicemente appisolato in classe. Non era una bella ipotesi, ma non poteva essere scartata.

Ritornò a casa. A malapena aprì la porta, poiché suo padre la aprì rapidamente e lo tirò dentro casa, tenendolo stretto, chiudendo lesto la porta, bloccando tutte le serrature. Nicholas lo abbracciò così forte che Dimitri non riusciva quasi a respirare. Cercò di liberarsi dalle braccia di suo padre mentre questi gli parlava disperato.

“Oh mio dio, stai bene? Ti avevo detto di non andare alle lezioni, è pericoloso, oh Dio… Grazie al cielo stai bene…” Suo padre era estremamente preoccupato.

“Calmati” Papà, lasciami andare!” Riuscì finalmente a staccarlo, e lo guardò confuso. “È successo qualcosa?”

“No, nulla… Vai nella tua stanza, vado a prenderti la cena. Però stai lì.” Disse il padre scostandosi dal figlio e dirigendosi verso la cucina a testa bassa.

Dimitri non capì nient’altro. Quello che non sapeva era che suo padre avesse fatto un incubo quella notte. Quell’uomo smilzo aveva avvolto suo figlio con i suoi lunghi tentacoli e se lo era portato via nell’oscurità. Se suo padre avesse saputo ciò che Dimitri aveva visto quel giorno, non lo avrebbe più lasciato uscire di casa.

Dimitri salì in camera sua e chiuse la porta. Per essere un lunedì, era da far schifo. Prese dallo zaino il suo robot rotto. C’era un modo di aggiustarlo, ma era così infastidito dal fatto che fosse stato brutalmente distrutto in quel modo… e niente. In una nuova scuola, e già non gli piaceva quasi nulla.

Calò la notte. Il suo portatile era aperto sul suo letto, con una canzone in riproduzione. Era un ragazzo che si lasciava trasportare dalle canzoni, ed era stato irritato per tutto il giorno, quindi la musica che decise di ascoltare fu del rock, non troppo pesante, ma con forti emozioni. Mentre ascoltava la musica, tentò di studiare sulla sua scrivania, ma non aveva nulla su cui lavorare, non aveva nuovo materiale didattico, tutto ciò che poteva imparare lo aveva già imparato. Provò quindi a disegnare… ripensò all’uomo che aveva visto. Lo abbozzò su un bloc notes. Lo trovava ridicolo.

“Tch… Sei troppo grande per un amico immaginario, Dim” Disse a sé stesso, strappando il foglio e gettandolo nel cestino.

Posò la sua testa sulla scrivania, la penna ancora nella mano. Iniziò a scarabocchiare a caso, era annoiato. Quando risollevò il capo, guardò sul bloc notes. Aveva scarabocchiato uno strano simbolo… un cerchio con una X dentro. Riconobbe quel simbolo, una delle volte che era entrato nella camera dei suoi genitori quando sua madre era ancora viva aveva trovato un foglio con lo stesso disegno, nel cassetto della mamma.

Dimitri era spaventato, non stava pensando a quel simbolo, se lo era dimenticato almeno due anni prima, lo aveva visto una sola volta… Continuò a scribacchiare. La sua testa gli faceva male e non aveva voglia di pensare. Tutti gli scarabocchi che fece in seguito erano simili a quello di prima, o erano alberi, o una strana bambola.

Faceva freddo… il ragazzo dai capelli rossi guardò verso la finestra aperta e si alzò, era tempo di chiuderla, stava diventando davvero troppo freddo. Quando si trovò di fronte alla finestra, pronto a chiuderla… vide ancora l’uomo senza volto, dall’altra parte della strada. Dovette forzare lo sguardo poiché la luce era tenue. Era di certo lo stesso uomo. Ma questa volta era diverso… sembrava avere dei tentacoli venir fuori dalla schiena. Ma non ne era certo, perché la scarsa illuminazione non gli permetteva di vedere bene. Una nuova volta iniziò ad udire il suono di statico, e iniziò a tossire. Non rimase fermo a fissarlo, ma chiuse la finestra e si allontanò da essa, la sua tosse non si fermava, al contrario, peggiorava. Riusciva a sentire i disperati passi di suo padre salire per le scale ed aprire la porta. Suo padre andò per prima cosa verso la finestra e controllò fuori di essa, non c’era nulla… poi andò dal ragazzo.

“Dim?? Stai bene? Che è successo?” Domandò preoccupato, ma Dimitri continuava a tossire, sentiva un sapore metallico in bocca, ma non era sangue.

Dimitri non rispose, ma annuì. Suo padre lo aiutò a rialzarsi e, dopodiché, volse lo sguardo verso la scrivania, al bloc notes con il simbolo… scosse il capo.

“No… no… Ascolta, Dimmy, stanotte dormi con me, okay?” Disse l’uomo spingendo suo figlio verso la sua stanza.

Dimitri era confuso, ma non appena lasciò quella camera si sentì in qualche modo meglio. Dormì con suo padre per quella notte. Ma non riuscì a dormire bene…

Da quel momento non vide più l’uomo senza colto, ma il simbolo lo stava perseguitando… continuava a disegnarlo senza rendersene conto, o lo vedeva ovunque…

Col tempo, cercò di dimenticare tutto ciò, anche se la sua saluta aveva iniziato a diventare cagionevole.



Lunedì mattina. Sei gennaio del 2014. Primo giorno di scuola, ora iscritto. Dimitri poteva andare a scuola solo dopo aver nascosto tutti i simboli che aveva disegnato, e farsi vedere normale da suo padre, che era diventato folle pur di prendersi cura di lui.

A volte, quando suo padre lo sentiva tossire, lo obbligava ancora a dormire con lui. Dimitri non sapeva hi fosse peggio, se lui stesso o suo padre, che inoltre era peggiorato, ma psicologicamente. Obbligava Dimitri a prendere delle medicine…

Quel giorno, si sentiva ottimista. Voleva che la giornata andasse bene, finché non arrivò a scuola e si imbatté nel bullo e i suoi amichetti. Sapeva che nulla sarebbe potuto andare perfettamente... Quel giorno a scuola trascorse come al solito, come alla sua vecchia scuola, rispondendo alle domande, ricevendo palline di carta in testa. Questa volta erano arrivate a più persone, quindi a volte non era l’unico a rispondere e ricevere una pallina di carta… ma non trovava che fosse divertente. Cresceva in lui sempre più odio contro quel ragazzo. Così tanto che, col tempo, perse interesse nel rispondere, rimanendo silenzioso a scribacchiare sul suo quaderno… scribacchiare quei simboli.

Guardava sempre fuori dalla finestra, ma nulla…

In seguito, la sua vita venne costellata da bullismo senza fine, per il quale la direttrice non fece nulla, nulla per fermare il bullo, perché era suo figlio. Dimitri non rispondeva alla violenza poiché, prima che sua madre morisse, aveva promesso che non sarebbe mai più stato coinvolto in una rissa, anche se sapeva come lottare, dopotutto per essere un giocatore di baseball sapeva come colpire, e si allenava a casa. Lui fungeva solo da sacca da box a causa della promessa a sua madre. Lui era veloce, poteva ben colpire quei tre se lo avesse voluto… ma non lo fece. Ed era dura scappare da tre ragazzi. Ma Dimitri in qualche modo rispondeva, aveva sempre qualcosa da dire sulle azioni dei bulli. Erano diventati rivali, ma ovviamente l’unico a venir pestato era Dimitri.

Tornava sempre a casa con un occhio nero o cose simili. Doveva sempre nascondersi, o dire che era casuto, perché suo padre aveva raggiunto livelli assurdi di paranoia. Di norma un adolescente come Dimitri avrebbe raccontato ai suoi genitori cosa stava succedendo, per far finire tutto, ma lui si preoccupava per suo padre… non voleva che finisse come sua madre. Il legame di Dimitri col padre era forte come quello con la madre, non aveva un favorito. Quando sua madre morì, anche una parte di Dim morì con lei, ma aveva comunque suo padre, che lo amava molto, e aveva sempre ricambiato quell’amore.



Il tempo passava. Diciotto anni compiuti il tredici giugno del 2014. Venerdì.

Con suo padre praticamente rinchiuso in casa di sua spontanea volontà, Dimitri doveva andare a comprarsi le cose per il compleanno da solo. Avrebbe preso qualcosa da bere, non per sé stesso – odiava l’alcol – ma per suo padre, che apprezzava la buona vodka e non ne aveva bevuta da diverso tempo.

Stava uscendo dalla bottega con alcune bottiglie di vodka, la strada era deserta… quando vide il trio di bulli per strada, appoggiati contro il muro sul lato di uno svicolo. Oh no. Non nel giorno del suo compleanno. Li avrebbe ignorati e avrebbe fatto finta che non esistessero… ma… una ragazza passò lì vicino. Stava per attraversare la strada; avrebbe distratto quegli idioti. Perfetto, era rassicurato in qualche modo. Ma il suo sollievo si dipanò quando vide che uno di loro si stava avvicinando… uno dei tirapiedi del suo arcinemico afferrò la ragazza da dietro, lei iniziò ad urlare. Dimitri guardò all’interno del negozio da cui era appena uscito, pensando di trovare aiuto, ma quella strada era una pericolosa strada, e non appena l’urlo era partito, la bottega aveva spento tutte le luci.

Dimitri si arrabbiò. Non avrebbe lasciato quella ragazza lì, tra le mani di quei porci. Si approcciò a loro, alzando la voce adirato, con autorità – come se ne avesse avuta.

“HEY! Lasciatela andare…” Esclamò un po’ esitante. Fin troppo esitante. Vide che il trio era completamente ubriaco.

“Guardate chi ha deciso di venire a salvarti. Picchiarello rosso… HAHA” Il grande ragazzo rise fragorosamente e diede segnale all’amico di lasciar andare la ragazza. Lei corse via.

“Puoi fare l’idiota a scuola senza essere punito solo perché sei figlio della direttrice, ma non puoi essere uno stupratore qui senza pagarne le conseguenze.” Disse Dimitri mettendosi le mani nelle tasche.

“Ah sì? Posso fare quel che voglio. Conseguenze, huh?” Disse il ragazzo ubriaco, pieno di testosterone, mentre barcollava verso Dimitri. “Cosa hai intenzione di fare? Picchiarmi?”

“No. Ma la polizia saprà che cosa fare con te, cocco di mamma.” Rispose Dimitri tirando fuori il cellulare dalla sua tasca ed allontanandosi dai bulli mentre chiamava la polizia.

Il suo più grande errore fu volgere le spalle a loro. Uno dei tirapiedi lo afferrò per il braccio, strattonandolo con forza, il che fece cadere la borsa con le bottiglie di vodka che si ruppero. I tre lo presero. Il ragazzo più grande, il suo arcinemico, afferrò Dimitri per la gola e lo sollevò contro il muro.

“Mostragli chi è che comanda, Igor.” Sbeffeggiavano gli amichetti.

Igor prese il cellulare di Dimitri e lo gettò al suolo, calpestandolo e distruggendolo. Rivolse lo sguardo verso Dimitri e strinse la presa al collo.

“Dovresti parlare di meno, pappagallino. Il silenzio ti donerebbe.”

Detto ciò, Igor gettò Dimitri a terra. Dimitri urtò un bidone della spazzatura che cadde, scoprendone il coperchio. Igor prese un tubo di gomma da lì e lo avvolse attorno al collo di Dimitri, tenendolo stretto da dietro mentre i tirapiedi colpivano il ragazzo dai capelli rossi, il quale non poteva difendersi e stava soffocando. Igor non lasciò che Dimitri soffocasse del tutto, voleva che prima soffrisse. Disse ai suoi compari di allontanarsi, avrebbe potuto finirlo da solo.

“Pensi di essere tanto furbo, vero?”

Ma non ci si può tirar fuori da una situazione simile. Si è come topi intrappolati.

Igor iniziò così a tirar calci a Dimitri, più e più volte. Chiese ad uno dei suoi amici di tenere Dimitri disteso sulla schiena e con le braccia in alto. Dimitri non riusciva a muoversi, non avrebbe potuto lottare. La rabbia che sentiva non era al livello del dolore.

Igor colpiva in continuo la sua gola. Poteva sentire il disgustoso suono che produceva, specialmente quando il caldo sangue iniziò a fuoriuscire dalla sua bocca, zampillando lentamente. Igor lo distrusse. Dopodiché, si fermò per un momento e guardò quel ragazzo che si stava strozzando al suolo.

“Sai perché la polizia non farà nulla se lo scoprono? Perché il capo della polizia è mio padre. E mi adora come innocente ragazzo, non farebbe nulla contro di me.”

Igor stava per spezzare il collo di Dimitri quando un assordante rumore statico li paralizzò. Si coprirono le orecchie ma non funzionava. L’unico che riusciva a sopportarlo era Dimitri, disteso a terra, la sua gola distrutta e quasi affogato nel suo stesso sangue. Tutti i presenti in quel momento videro in fondo alla strada l’uomo senza volto. Corsero via, corsero via come formiche. Dimitri non era spaventato. Era arrabbiato. Era ferito.

Guardò verso l’alto ma non poteva muoversi, tossendo e tossendo, sputando ed ingoiando sangue, non riusciva a respirare. Vide l’uomo avvicinarsi a lui, e la faccia senza volto di fronte a lui, dall’alto. Poi scomparve. Dopo esser sparito, Dimitri riuscì a muoversi. Faceva male, ma riusciva a muoversi… in qualche modo, quell’uomo gli aveva tornato della forza.

Per fortuna, la ragazza che era corsa via aveva chiamato la polizia, che arrivò rapidamente. Non avevano il tempo di chiamare ed aspettare un’ambulanza, quindi portarono direttamente Dimitri all’ospedale.

Chiamarono Nicholas, il padre di Dimitri, e gli spiegarono la situazione. Anche se si faceva problemi nell’uscire di casa, Nicholas si affrettò a raggiungere l’ospedale, volendo disperatamente vedere suo figlio. Nella stanza di Dimmy, Nicholas vide suo figlio disteso sul lettino, la sua gola bendata. Chiese al medico cosa fosse accaduto e se suo figlio sarebbe stato bene.

“Beh, signore. La gola di suo figlio era completamente devastata, se non per le ossa della colonna vertebrale, per fortuna. È una fortuna già che sia vivo, ma è sopravvissuto perché nessuna vena o arteria principale è stata rotta. Chiunque abbia fatto ciò deve aver voluto vedere suo figlio soffrire.” Disse il medico mentre controllava le sue carte.

“E… starà bene?”

“Ascolti, con l’operazione per fortuna siamo riusciti a ricostruire la gola, ma ci vorrà tempo per guarire e dopodiché sarà tutto come prima. L’operazione ha richiesto un sacco di tempo ed è stata complicata, per cui costerà di più. Ma dal lato positivo, lui rimarrà in grado di mangiare e respirare normalmente, se guarirà propriamente. Fino ad allora, dovrà avere un respiratore e un tubo per essere nutrito. L’unico problema è che non possiamo ricostruire le corde vocali, quindi suo figlio non sarà più in grado di parlare.”

“Oh… grazie a Dio è vivo. Avete detto che l’operazione costerà di più… quanto?”

“50.000 dollari.”

“Cosa… ma è un sacco!”

“Sì, per un’operazione perfetta.”

“Perfetta? Mio figlio non potrà più parlare!”

“Signore, possiamo abbassare al massimo a 30.000 dollari.”

“…”

Quella cifra di denaro era molto più di quando avessero. Nicholas riuscì a negoziare, avrebbe pagato 10.000 dollari al mese, per tre mesi.

Dopo essere stato dimesso, Dimitri tornò a casa con gli apparecchi dell’ospedale necessari perché potesse respirare e nutrirsi, finché non guarì completamente.

Suo padre doveva lavorare, per cui abbandonò la sua paura di lasciare la casa, dopotutto doveva pagare la chirurgia di suo figlio.

Le settimane passavano, suo padre era già esausto. Non aveva tempo per sé stesso, piangeva ogni notte. Dimitri non riusciva ancora a muoversi troppo. Poteva solo stare disteso sul letto.

Una volta, la notte tarda, si svegliò e guardò un angolo della sua camera. L’uomo senza volto era lì. Dovette piegare un poco la sua testa perché era troppo alto per la casa. Dimitri non era neanche più sorpreso. Continuò a guardarlo. Il rumore nella sua mente formava delle voci basse, voci che gli dicevano cose orribili, voci che lo influenzavano… ed ancora quel gusto metallico. Non era sangue. La tosse tornò una nuova volta. Non poteva tossire a lungo, cercò di trattenersi, ma era straziante. L’uomo smilzo scomparve.

Dimitri non riusciva a ricordare esattamente cosa fosse successo quando si svegliò, nemmeno si ricordava di essere andato a dormire. Non ricordava nemmeno che il bloc notes fosse sul suo letto. Poteva muovere le braccia. Si avvicinò il bloc notes ed una cosa gli venne alla mente…

Iniziò a decriptare alcuni codici. In pochi minuti, era dentro i server dei computer di Igor e dei suoi tirapiedi. E dal cellulare, per giunta. Attivò le webcam in modo da poter vedere ogni cosa. Avrebbe visto ogni passo di Igor e dei suoi amici da lì. Li avrebbe osservati. Hackerò senza problemi creandosi un accesso alle telecamere di sicurezza, e poté quindi vedere qualunque luogo in cui i ragazzi andassero. Analizzò le loro routine quotidiane. Fu ciò che fece per giorni, rinchiuso nella sua stanza.

Anche quando finalmente poté riprendere a camminare, non lasciava la sua camera, ma ci gironzolava dentro, strappando la carta da parati con le forbici, scribacchiando sui dei fogli che poi appiccicava alle pareti. Non era totalmente cosciente di tutto ciò che faceva, aveva la sola sensazione di doverlo fare. E quello che doveva fare, lo faceva. Ogni giorno riproduceva un nuovo simbolo.

Un giorno, rovistando nel suo armadio, trovò una bomboletta spray rossa. Guardò tutti i simboli sui suoi muri, sul guardaroba, sulle tende…

La sua espressione rimase per qualche istante interdetta, non sapeva che altro dovesse fare. Stava impazzendo. Con la bomboletta spray, spruzzò diverse croci rosse sopra gli altri simboli, come se stesse cercando di coprirli.



Lunedì. Cinque gennaio del 2015. Dimitri era ormai guarito e aveva rapidamente imparato il linguaggio dei segni. Era pronto per ritornare a scuola, ma non lo avrebbe fatto. Anche se non c’era più alcun livido, era rimasta un’orribile cicatrice sulla sua gola. Una sua mossa astuta fu quella di coprirla con dei colletti alti.

Delle scure occhiaie potevano essere viste da lontano, a malapena dormiva. Tutto quello che aveva fatto in camera sua era osservare i movimenti, seguirli. Voleva la sua vendetta. Soprattutto dopo aver scoperto che la polizia non avrebbe fatto nulla, poiché il capo del distretto era davvero il padre di Igor.

Dimitri non voleva neanche più andare a scuola. Andava ogni giorno nel bosco, suo padre non capiva il motivo. E difatti, nemmeno Dim lo sapeva, e quando se ne rendeva conto si trovava già nel bosco. Tornava quindi a casa, perché sapeva che non era lì dove doveva essere.

Era nella sua camera da letto, meditando, o almeno provandolo a fare, la sua mente era in un mare di confusione e di rumore, non sapeva più cosa fare. Non sapeva più chi fosse, in fondo non avrebbe mai bramato una vendetta così crudele se fosse stato “sé stesso”. Dimitri si inginocchiò a terra e prese da sotto al letto una scatola, con due pugnali dal fodero rosso, che appartenevano a sua madre quando era ancora giovane, era una collezionista di cose del genere. Era pugnali meravigliosi, da decorazione, ma estremamente affilati.

Dimitri non stava più pensando con la sua testa. Fissò quei due pugnali per molto tempo. Molto più tempo di quanto dovesse. Non sapeva esattamente perché li avesse recuperati, nemmeno se li ricordava di avere.

Si sentiva smarrito.

Delle voci che sembravano essere tutt’intorno a lui gli urlavano, gli sussurravano, gli chiedevano di arrendersi… e, per qualcuno con un tale rancore, abbandonare ogni cosa –tutto per vendicarsi- suonava essere una buona idea. Dimitri non voleva vivere così, come un nerd idiota che non poteva nemmeno parlare. Rinunciò a questa sua vita.

Durante tutto quel tempo, suo padre non entrò mai nella camera di suo figlio, poiché era troppo impegnato a lavorare come uno schiavo. Dopo aver pagato tutto il suo debito, quel lunedì mattina Nicholas decise di vedere come Nicholas se la cavasse. Dopotutto riusciva a vedere Dimitri solo alcune volte, quando usciva dalla sua stanza. Nicholas divenne completamente disperato quando aprì la porta. I muri distrutti erano completamente scarabocchiati con quel simbolo, sotto a delle grandi X rosse. Nicholas capì che fosse ormai troppo tardi, ma non voleva crederci.

Notò qualcosa. Dimitri non era in camera sua. E la scatola dei pugnali era vuota, se non per un foglio di carta con abbozzati degli alberi. Nicholas sapeva dove Dimitri potesse essere.

Guidò come un pazzo fino al bosco, dove vide un giovane con una felpa grigio scuro che si approcciava ad " tra gli alberi. Poteva essere…? Chiamò il nome di suo figlio.

“DIMITRI!!”

Il ragazzo non si girò. Ma Nicholas era certo fosse lui. Nicholas corse verso il ragazzo e lo strattonò indietro, non poteva lasciarlo addentrarsi nel bosco, aveva la sensazione che questa volta Dimitri non sarebbe ritornato a casa. Non appena lo tirò indietro, il ragazzo si voltò. Era Dimitri! Indossava una bandana nera che copriva parte del suo volto, con una X rossa in corrispondenza della bocca. Prima che Nicholas potesse dire qualcosa pur di farlo ritornare, sentì un acuto dolore al petto. Abbassò lentamente lo sguardo. Il pugnale di sua moglie era ficcato nel suo petto. Guardò Dimitri negli occhi… non avevano più la vecchia lucentezza. Prima di cadere a terra, Nicholas afferrò la bandana in modo da poter vedere il viso di suo figlio un’ultima volta, voleva vedere se Dimitri lo avesse fatto contro la sua volontà, se stesse provando una qualche sorta di risentimento. Ma non c’era nulla lì se non un’espressione impassibile, come se non avesse alcuna emozione, come se non gliene importasse di nulla.

“Lui… mi ha perseguitato per tutta la vita… ha preso tua madre da me… e ora vuole prendersi anche te… mi… mi dispiace…” Disse Nicholas piangendo. Non piangeva perché stava per morire, non piangeva perché era ferito. Piangeva perché ciò che lo feriva di più era sapere che suo figlio, colui che amava, se ne fosse andati prima di lui. Quello di fronte a lui non era più suo figlio.

Dopo che Nicholas morì, Dimitri recuperò il pugnale dal suo petto e si riprese la bandana. Per alcuni secondi rimase a fissare il corpo di suo padre morto, lì. In quella espressione impassibile, senza emozioni, senza vita, una lacrima discese lentamente dall’occhio sinistro e cadde sul petto di suo padre. Quella lacrima, l’ultima goccia della sua umanità. O l’ultima goccia dell’anime di Dimitri. Dopotutto, quando ammazzi qualcuno, sei considerato una persona senza cuore. Ma, quando ammazzi una persona che ami così tanto, sei una persona che non ha più un’anima.

Quella notte, lui scomparve nella foresta, e da allora non si è più né sentito né parlato di lui.

O almeno, era quello che tutti credevano…



Venerdì notte. Tredici novembre del 2015.

I poliziotti erano raggruppati attorno ad una casa. La donna che uscì da lì era la direttrice della scuola superiore. Urlava e piangeva contro suo marito, capo della polizia, e gli agenti cercavano di calmarla. I detective entrarono in una delle camere della casa per esaminarla. C’era un bloc notes nell’angolo, con un sacco di fumo emanato da esso, la finestra era aperta. Si guardarono intorno, un corpo morto legato sul letto. Era Igor. La sua gola era sgozzata, non un taglio “normale”, era devastata, come se fosse stata lacerata con le mani e come se tutto fosse stato poi distrutto. La sua bocca era stata cucita.

“…Che cosa malata, il colpevole ha cucito la sua bocca dopo averlo ucciso, aveva mica paura che la vittima potesse dirlo in giro? Haha. Scherzi a parte. È troppo strano.”

“…No, signore… A quanto pare, la vittima non è solo morta per perdita di sangue ma anche di soffocamento, notiamo che il sangue scorre copiosamente dal naso e dagli occhi. Pare che prima sia stata cucita la bocca, e poi abbia devastato la gola…” Affermò il detective, facendo scorrere le sue dita sulla cucitura mal operata, parti delle labbra erano state strappate. Probabilmente aveva dovuto infilzare l’ago più volte, la vittima si muoveva un sacco, ciò conduceva a pensare che per quel motivo era stata legata.

“Detective…” Chiamò l’agente al suo fianco.

“Hm?” Il detective lo guardò negli occhi.

L’agente puntò il dito verso il muro dietro al letto, dove – col sangue – era stata disegnata un’enorme X. La stessa X che era stata disegnata negli svicoli ove gli amici di Igor vennero poi ritrovati, morti della stessa morte.


The x









[Creepypasta originale di nandaBeilschmidt, DeviantArt; traduzione di Coffy  ]

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