Creepypasta Italia Wiki
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«Ragazzi, Tony è quello lì.» «È ridotto uno straccio.» «Già. Ne ha passate tante.» «Presentacelo.» «Tony! Dai, Tony, vieni qui.» «Ciao Joe.» «Ti presento i nuovi ragazzi della squadra: Frank e Marc.» «Piacere, ragazzi.» «Piacere nostro, Tony. Joe ci stava raccontando di te, di che grande poliziotto sei stato.» «Joe esagera sempre.» «Tony, perché non racconti ai ragazzi la storia della gattara?» «Non mi pare il caso, Joe.» «Dai, ti pago una birra.» «Non farti pregare, Tony, racconta.» «Ok, una pinta di scura. Passami una sigaretta, che sono a corto.» «Prendi tutto il pacchetto. Linda, per favore, un altro giro per noi e una pinta di scura per Tony.» «Dai, Tony, racconta cosa è successo.» «Era il gennaio di cinque anni fa e ricevemmo una segnalazione dalla Centrale: i vicini lamentavano una forte puzza di putrefazione provenire da una vecchia casa. Così, io e il mio collega prendiamo la chiamata e andiamo a controllare.» «Chi era il tuo collega?» «Danny.» «Quel Danny?» «Proprio lui.» «Scusa, non volevo interromperti. Continua.» «Arrivammo davanti a questa casa, che si trovava in periferia, nella zona della vecchia fabbrica di scarpe, e trovammo un gruppetto di persone che ci indicò la casa della gattara e disse che da lì fuoriusciva da qualche giorno una fortissima puzza, più del solito in ogni caso.» «E che avete fatto?» «Sulle prime chiedemmo che tipo di puzza avevano sentito e quelli risposero che in genere quella casa puzzava sempre, poiché era piena di gatti, sporcizia e rifiuti di ogni genere, ma che quella volta la puzza era diversa, di putrefazione e temevano che la vecchia fosse morta, anche perché non la vedevano in giro da qualche giorno.» «Era una di quelle pazze con la casa piena di vecchia roba, spazzatura e giornali vecchi?» «Precisamente.» «Immagino il tanfo!» «Non ridere, Marc, lascialo raccontare.» «Io e Danny segnalammo alla Centrale che eravamo sul posto e che ci accingevamo ad entrare per controllare, poi prendemmo le torce e forzammo la porta d’ingresso. Saltammo subito indietro! Dalla porta corse fuori almeno una dozzina di gatti e il fetore ci colpì come un pugno nello stomaco. Le finestre erano sudice e i battenti sigillati, l’interno era completamente al buio. Nemmeno provammo ad accendere la luce, che con tutta quella puzza non potevamo sapere se ci fosse una fuga di gas, quindi accendemmo le torce, portammo alla bocca un fazzoletto e ci facemmo strada tra la spazzatura. C’erano montagne di rifiuti accatastati dovunque, insetti, gatti morti, resti di cibo e qualsiasi cosa possiate trovare dentro un cassonetto.» «Ecco la birra, ragazzi.» «Grazie, tesoro. Prendi Tony, continua la tua storia.» «Danny provò a forzare le imposte di una finestra ma erano inchiodate, così proseguimmo verso la cucina e anche qui trovammo sporcizia accatastata, gatti e insetti. Nessun segno della gattara. Decidemmo di andare di sopra e anche le scale erano invase da immondizia e gatti: ce n’erano a decine e scappavano quando ci avvicinavamo. Riuscimmo ad arrivare al piano di sopra e notammo che una parte del soffitto era crollata per via dell’umidità e per il peso dell’enorme quantità di roba che era accatastata in soffitta. Il puzzo era nauseante.» «M’è passato l’appetito!» «Trovammo un paio di porte chiuse. Aprimmo la prima ed era il cesso. Merda e piscio dappertutto, gatti morti e insetti. Danny mi disse che voleva uscire, io gli chiesi di pazientare ancora per un po’. Aprimmo la seconda porta e vomitammo come non avevamo mai vomitato prima in vita nostra! Sul letto c’era il corpo della gattara quasi interamente divorato dai gatti e dagli scarafaggi, la stanza era invasa da montagne di spazzatura umida e putrescente e ovunque gatti morti divorati a loro volta. Un gruppetto di gatti spelacchiati che stava mangiando i resti della vecchia ci corse tra le gambe e scappò via.» «Che avete fatto, quindi?» «Danny stava male, si sentiva mancare e nemmeno io me la sentivo di rimanere lì, decidemmo quindi di andare via da quella casa e avvisare la Centrale. Ma cominciai a notare qualcosa di strano intorno a noi.» «Che cosa c’era?» «La spazzatura si muoveva, come se sotto ci fosse qualcosa che strisciava verso di noi. Danny non se n’era accorto, ma io lo vedevo. Sulle prime pensai che lì sotto dovevano esserci altri gatti o dei topi, quindi non mi preoccupai, però dissi a Danny che dovevamo uscire subito da lì. E fu in quel momento che cominciò l’inferno.» «L’inferno?» «Ci girammo per scendere le scale e la spazzatura cominciò a muoversi e ondeggiare attorno a noi. Qualcosa stava come… nuotando sotto le cataste di vecchie riviste, indumenti, cartoni di pizza, rottami e sacchi di spazzatura. Non era una sola, ce n’erano tante lì sotto di quelle cose. Mentre una avanzava verso di noi, un’altra ci girava intorno, un’altra ancora risaliva le scale e un’altra correva nel soffitto. Danny estrasse la pistola e io subito dopo di lui. Girammo nervosamente il cono di luce delle torce cercando di capire cosa stesse provocando quel movimento, ma non vedevamo niente. Una catasta di spazzatura franò verso di noi, una vecchia bambola senza testa ci venne lanciata contro, dalla voragine del tetto caddero calcinacci, brandelli di stoffa e tanta altra immondizia, si alzò un polverone, Danny fu preso dal panico e sparò un colpo contro qualcosa che si muoveva sotto la spazzatura.» «E che successe?» «Le orecchie mi fischiavano per il rumore dello sparo, rimasi abbagliato dalla fiammata, d’istinto chiusi gli occhi e quando li riaprii Danny non c’era più! Per terra vidi la sua torcia e la pistola. Mi guardai in giro atterrito urlando il suo nome e sentii la sua voce strozzata provenire da dietro di me. Mi girai e feci appena in tempo a vedere le sue braccia sparire sotto una montagna di rifiuti: qualcosa lo stava trascinando via con sé! Lasciai cadere la pistola e la torcia e afferrai i suoi polsi, tentando di tirarlo fuori da lì. Urlavo aiuto ma nessuno mi sentiva. La torcia illuminava una parete alla mia destra e con la coda dell’occhio vidi una di quelle creature.» «Cazzo, Tony, ma di che stai parlando!» «Sto parlando di una figura che vidi solo per una frazione di secondo prima che si tuffasse in un cumulo di stracci e sparire.» «Che aspetto aveva?» «In quel momento era solo un’ombra, non riuscii a distinguere la sua forma: ero spaventato, intossicato dalla puzza, il sudore e la polvere mi accecavano e stavo cercando di tirare fuori Danny. Dopo qualche secondo la resistenza si fece meno forte, non so per quale motivo, e stavo riuscendo a tirare fuori Danny, nella penombra vidi i suoi capelli e poi venne fuori tutta la testa. Aveva gli occhi sgranati e iniettati di sangue, piangeva e c’erano cinque o sei minuscole mani che gli tappavano la bocca e il naso. Erano mani piccole, con piccoli artigli, la pelle era scura, braccia lunghe e sottili. Un brivido mi corse lungo la schiena. Altre mani uscirono da quella catasta e mi afferrarono la gamba destra con una forza incredibile, conficcandomi gli artigli nella carne. Io urlavo dal dolore e non la smettevo di tirare. Poi le mani mollarono la presa e sgusciarono via rapide tra la spazzatura, Danny poté finalmente respirare, lo trascinai fuori e lui si mise a piangere, urlare e tossire. Lo risollevai da terra, gli mollai un ceffone far farlo riprendere, recuperai le torce e gli illuminai il viso: era pieno di graffi e lividi, l’intera divisa strappata e perforata, sanguinava dalle orecchie e dal naso e gli mancavano le scarpe.» «Cazzo!» «Danny dopo qualche secondo di stordimento mi guardò con gli occhi sbarrati e mi singhiozzò atterrito che voleva immediatamente uscire da lì. Gli dissi di sì, recuperai la sua pistola e la misi nella mia fondina: non volevo che sparasse di nuovo, poi lo presi per un braccio e ci girammo verso le scale. Gli dissi di fare piano, di restare in silenzio e di camminare davanti a me. Ci avvicinammo alle scale e dietro di noi quelle creature avevano ricominciato a muoversi. Sentivamo i loro corpi strisciare dietro di noi, cauti ma minacciosi. Danny non riusciva a smettere di tremare e piagnucolare, io continuavo a ripetergli che doveva stare zitto e muoversi lentamente. Scendendo le scale li sentivamo accanto a noi, dietro a cumuli di vestiti, libri rosicchiati, sacchi pieni di roba puzzolente. Illuminai con la torcia i nostri passi, arrivammo alla fine della scala e ci trascinammo lentamente verso l’ingresso. Ci avevano seguito fino a lì, ci circondavano da ogni parte, erano quasi tra le nostre gambe ma non riuscivamo a vederli. Un incubo infernale.» «Stai tremando, Tony. Bevi un sorso di birra.» «Arrivammo davanti alla porta dell’ingresso e i rumori cessarono del tutto. Silenzio assoluto. Danny soffriva e mi supplicava sottovoce di uscire. Ero pietrificato dal terrore, ma volevo voltarmi e guardare alle mie spalle. Poggiai Danny al muro, strinsi la pistola con tutte le mie forze e mi voltai. Erano tutti lì, sopra le cataste di spazzatura, appiattiti sui propri corpi, arrampicati sulle pareti e sul tetto, che ci fissavano immobili. I loro occhi scintillavano nel buio. Di alcuni vedevo solo le teste, di altri l’intero corpo. Somigliavano a gatti, sebbene il loro corpo bruno fosse completamente glabro e grinzoso. Avevano zampe molto lunghe e gli artigli conficcati nelle pareti. Non avevano orecchie né coda, la muta bocca sottile si inarcava in una smorfia ghignante. Li fissai immobile per una manciata di secondi. Danny aveva il viso poggiato alla porta, non aveva il coraggio di guardare, mi strinse il braccio e gemette sommesso, implorandomi ancora una volta. Mi voltai verso la porta, la aprii molto lentamente e uscimmo. Guardai nuovamente dietro di me ed erano tutti spariti. In quel momento sentimmo le sirene della polizia e delle ambulanze, chiamate dai vicini che avevano sentito lo sparo e le nostre urla. Chiusi la porta e sostenni Danny, che in quel preciso istante perse del tutto i sensi. Due colleghi ci corsero incontro e afferrarono il corpo esanime di Danny, stendendolo nel vialetto. I sanitari lo caricarono su una barella e gli misero la maschera per l’ossigeno. Il tenente Novell mi venne incontro chiedendomi cosa fosse accaduto e gli dissi che lì dentro c’era il cadavere della donna e che degli animali feroci ci avevano aggredito e stavano per ucciderci. Mi chiese che genere di animali fossero e io gli risposi che non lo sapevo. Il tenente guardò portar via il corpo sanguinante di Danny, vide la sua divisa ridotta in brandelli e la mia gamba intrisa di sangue, decise quindi di chiamare l’unità SWAT e dispose di circondare la casa. Poche ore dopo la SWAT entrò nella casa, la ispezionò interamente ma trovò solo il cadavere della gattara e le carcasse dei gatti, ma nessuna di quelle creature.» «Come finì la storia?» «Fui curato per le ferite alla gamba, poi scrissi nel rapporto che io e Danny fummo aggrediti da animali che non riuscimmo a identificare con precisione. Su suggerimento del tenente aggiunsi che probabilmente si trattava di una colonia di gatti rabbiosi. Chiesi subito di occuparmi delle indagini e presenziai all’ultimo giorno delle operazioni di sgombero di quella casa. Le squadre sanitarie impiegarono una settimana a rimuovere tutta quella spazzatura. Le pareti erano oramai quasi del tutto spoglie, trasudavano liquidi repellenti ed erano graffiate e scorticate dagli artigli di quelle bestie, ma non c’era altro segno del loro passaggio. Su una parete del soggiorno c’era una pesante e logora libreria rotta e piena di buchi, gli operai la spostarono per portarla via e dietro trovammo una porta rosicchiata e con un buco nella parte bassa, lo stesso foro era presente in corrispondenza della libreria. Immaginai immediatamente che quegli esseri erano scappati via da lì. Un operaio forzò la serratura, aprì la porta e mi disse che era la cantina. Prendemmo delle torce, io estrassi la pistola e scendemmo le scale. Il fetore di putrefazione era insopportabile, il pavimento sembrava intriso di petrolio e brulicava di insetti: le carcasse di centinaia di gatti ricoprivano ogni angolo del pavimento, le loro ossa e le pellicce straziate erano sparpagliate ovunque. Gli operai mi dissero che dovevamo uscire subito e che non era sicuro restare lì, io ordinai loro di andare. Scesi le scale con la torcia e la pistola in pugno, proiettai il cono di luce ovunque nel tentativo di scorgere qualcosa. Sentii un rumore di ossa che scricchiolavano, puntai la torcia in quella direzione e vidi un buco in una parete, un piccolo buco, dal quale balenavano due piccoli puntini luccicanti: gli occhi vitrei e spaventosi di una di quelle creature. Ci fissammo per qualche secondo, poi lei sgusciò via nel buco e io, che non potevo più sopportare i miasmi di quelle carcasse, corsi via. Quando la squadra di pulizie ripulì anche la cantina tornai lì dentro e vidi che il buco era stato richiuso, probabilmente da quelle stesse bestiacce. Poco dopo la casa fu dichiarata pericolante e se ne dispose la demolizione.» «E Danny?» «Frank, lascia stare.» «Danny è morto.» «Come è morto?» «Le ferite di Danny si infettarono quasi subito e poco dopo sopraggiunse la cancrena. I medici prima gli dovettero amputare le gambe, poi le braccia, poi rapidamente gli organi interni smisero di funzionare e se ne andò in silenzio. Per tutto quel tempo non ha più ripreso conoscenza e forse è stato meglio così. Lasciò moglie e due figli. Il funerale fu straziante.» «E tu, Tony? Anche tu eri stato ferito.» «Marc, smettila!» «Io me la cavai.»

Tony accennò un mezzo sorriso beffardo, si alzò con una smorfia di dolore e andò via senza salutare. Solo allora Frank e Marc lo videro zoppicare e trascinare la protesi della gamba destra: la cancrena se l’era portata via.

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