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A metà della rampa di scale (era un tipo sportivo, schivava l'ascensore anche quando portava i tacchi), Luisa scorse il pacchetto bianco, sospeso con un nastrino alla maniglia della sua porta. Cartoncino ruvido con stampigliatura in oro antico del nome di una delle più rinomate pasticcerie della città, una bustina da lettere dello stesso materiale e un biglietto, ovviamente vergato in blu, con grafia impeccabile: "Ti ho vista, sei bellissima! Voglio sposarti. Questa è la tua parte della nostra torta di nozze; appena l'avrai mangiata, verrò a prenderti. Il tuo sposo."

Sciolto il nastrino, il pacchetto posato sul tavolo della cucina si aprì a fiore di loto; al centro, quella che sarebbe stata una tipica fetta di torta di nozze, se avesse avuto la forma di uno spicchio e non di un semicerchio, del diametro di una quindicina di centimetri. "Decisamente, sono la tua dolce metà!" pensò la ragazza. "Peccato che tu non sia la mia..." Chi avrebbe potuto escogitare quello strano dono, accompagnato da un messaggio così delirante? Ciò che colpiva di più Luisa era l'aspetto intatto della crema sul dolce e il freddo che sprigionava: il pacchetto non doveva essere rimasto appeso a lungo sul pianerottolo, in quella giornata di luglio. Qualcuno che seguiva tutti i suoi movimenti?

Forse, uno degli studenti del secondo piano. Magari quello che, quando la incrociava sulle scale, anziché girarsi furtivamente ad ammirarla, abbassava gli occhi e scappava.

Sovrappensiero e senza essersi ancora tolta le Amandes tacco 12, cosa insolita per lei, Luisa buttò sua parte di torta nuziale nel recipiente dell'umido, l'involucro nella plastica e il biglietto dello Sposo tra la carta.

L'indomani, rincasando un po' prima del solito dal suo studio fotografico, trovò sospesi alla maniglia un pacchetto e una bustina identici a quelli del giorno primo. Anche il semicerchio di torta all'interno avrebbe potuto essere lo stesso; e, come il precedente, dava l'impressione di essere stato appena estratto dal frigo. Stavolta, però, il biglietto recitava: "Un marito dev'essere sempre gentile con la consorte; quindi, non mi arrabbierò, anche se ciò che hai fatto della tua parte della nostra torta nuziale mi ha profondamente amareggiato. Ma puoi riparare: eccotene un'altra. Mangiala e saremo felici per sempre, nel mio Regno. Il tuo sposo."

Chiunque fosse, era giunto al punto di aprire i sacchetti dei suoi rifiuti? Doveva proprio essere qualcuno del condominio, allora, visto che la differenziata veniva raccolta nel cortiletto interno, in bidoncini contrassegnati dai cognomi degli inquilini. Luisa decise di fare una verifica: stavolta, buttò il dolce nel gabinetto (chiedendosi se, mandandolo via con un tre o quattro litri di soda caustica, avrebbe prevenuto l'intasamento delle tubature) e tenne con sé confezione e biglietto.

Si coricò pensando al giorno dopo, come sempre; ma con molta meno serenità del solito.

Di certo non la stupì, rincasando a tarda sera, di trovare per il terzo giorno di fila la maniglia della sua porta decorata nel solito modo. Stavolta, il biglietto recitava: "Temo che la mia pazienza sia definitivamente esaurita. Non consumare la tua parte della nostra torta e sprofondarla nel più degradante dei luoghi ha recato un'offesa quasi insanabile all'amore che ti porto: spero che tu sia in grado di apprezzare quel 'quasi'. Ti avverto: questa è la mia ultima offerta. È molto meglio per te, se ti decidi a mangiarla: in ogni caso, tu ed io siamo uniti per l'Eternità. Il tuo sposo."

Decisamente, quello stronzo ("ma come ha fatto a sapere che...?") aveva varcato ogni limite. L'indomani, decise, avrebbe portato tutto il ciarpame alla polizia. Già, ma... come avrebbe spiegato che il pazzoide conoscesse ogni movimento di Luisa, persino nel bagno di casa? E se l'avessero presa per una mitomane?

La porzione di panna, perline di zucchero e pan di spagna posata sul tavolo, sempre la stessa, gelida e perfetta, col consueto contorno di petali di cartoncino bianco, la inquietava. Confusa e spossata, la ragazza andò a buttarsi sul letto, senza nemmeno pensare a spogliarsi e struccarsi, figuriamoci alla cena. I pensieri le si aggrovigliarono, il sonno le planò addosso.

Si svegliò non nell'oscurità di inchiostro di una notte d'estate, ma in un vago lucore giallastro. Che razza di alba era, quella? Guardò la sveglia: non erano ancora le due di notte. Ma una luce del genere sarebbe stata innaturale a qualsiasi ora.

Cosa stava succedendo? Luisa tentò di muoversi, ma non ci riuscì. "Illusione ipnopompica, certo... Tranquilla. Basta che io stia tranquilla..." La parete di fronte al suo letto cominciò ad arretrare: indietro, sempre più indietro, all'infinito...

... e, dalle profondità di quell'infinito, emerse una minuscola figura, camminando lungo il soffitto, a testa all'ingiù...

... si avvicinava, si ingrandiva...

... una figura pallida, snella, muscoli segnati ma flosci, gli intestini che penzolavano fino al mento... e il suo fetore di carne corrotta, che invadeva la stanza...

Luisa si chiese se l'urlo che le risuonava nelle orecchie fosse stato prodotto da lei.

Tracciando una densa ombra verdastra nell'aria, il cadavere staccò i piedi dal soffitto e scese con grazia sul corpo palestrato e inchiodato dalla paura della ragazza, ricoprendolo.

La realtà si spezzava in fotogrammi. Luisa valutò che tutto sommato doveva essere stato un bel ragazzo, fino a... dieci giorni, due settimane prima? Un ghigno le contorse le labbra.

L'essere l'abbracciò e le sfiorò la guancia col dorso della mano, ricoperto di macchie dal colore indefinibile: il suo contatto non trasmetteva freddo, quella gelatina senza vita aveva già assorbito il calore della stanza. Gocce di putredine colavano dalla sua bocca nelle orbite di Luisa, per poi scendere lungo il profilo cesellato dei suoi zigomi.

"Mia cara, se avessi mangiato il nostro cibo, come ti avevo consigliato, saresti già diventata una di noi; e senza alcuna sofferenza, senza nemmeno accorgertene. Temo proprio che la nostra prima notte di nozze sarà più difficile di quanto avrei voluto che fosse, per te."

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Scritto da CantoNotturno

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