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Entrai nella cattedrale.

Luci dense e raggi di sole tangibili illuminavano le colonne della navata centrale.

Mi avvicinai all’altare, dietro al quale troneggiava un enorme crocifisso ligneo. Ho sempre pensato che il suo vero significato consistesse nel fatto che Dio, facendosi uomo e soffrendo con tutti noi, ci rincuorasse un po’ di fronte alle pene e ai dolori che dobbiamo subire. Ma forse un prelato mi avrebbe contraddetto…

Rimasi a fissarlo per un bel po’, poi la mia attenzione venne presa dalle ampie volte della chiesa, dalle sue luci dorate sfavillanti, dall’interno della cupola che si stagliava sopra la mia testa.

Nonostante mi trovassi in una chiesa così importante, ero sola.

All’improvviso sentii un rumore. Mi voltai: un prete mi aveva visto e si stava avvicinando a me.

“Buongiorno” mi salutò cordialmente con un sorriso.

“Buongiorno” risposi io, ricambiando il sorriso.

“Bella chiesa, vero?”.

“Sì” dissi io. Avevo paura che volesse parlarmi delle solite cose religiose di cui parlano tutti i preti, ma invece mi sbagliavo.

“Se vuole posso mostrarle un percorso che la porterà direttamente in cima alla cupola”.


Ci dirigemmo verso una porta alla destra dell’altare: dentro c’era un corridoio abbastanza buio che portava ad un’antica scala a chiocciola.

“Venga”.

Salimmo su per quelle che mi sembrarono ore, ma alla fine intravvidi una luce. Ci volle ancora qualche minuto, ma in fondo al percorso la vista era bellissima.

Si vedeva l’intero centro storico e buona parte della città. Peccato che non fosse sera: mi sarebbe piaciuto vedere com’era il panorama di notte.

Guardai giù, ma di colpo mi presero le vertigini. Barcollai.

“Stia attenta, signora!” esclamò il prete. Mi afferrò con forza.

Poi, il nulla.


Mi risvegliai in quello che sembrava essere un letto d’ospedale. Ero completamente intontita, e mi faceva male la testa. Dannazione, un’altra volta! Dov’ero finita? Mi misi a guardarmi intorno: era tutto bianco. C’erano una scrivania, un comodino, una finestra e un attaccapanni… Aspetta… Sull’attaccapanni c’erano i miei vestiti! Guardai cosa avevo addosso: era una lunga vestaglia bianca che mi arrivava alle ginocchia, sotto alla quale c’era un pigiama verde.

Dopo qualche minuto di confusione, mi decisi ad alzarmi e feci la mia prima mossa. Mi affacciai con cautela alla porta; sentivo delle voci parlare, ma non riuscivo a capire che cosa stessero dicendo. Mi feci coraggio ed aprii del tutto: a pochi passi di distanza da me c’erano degli uomini vestiti in camice, che stavano borbottando a bassa voce. Appena mi notarono, smisero bruscamente di parlare. Uno di loro, dall’aria piuttosto simpatica e gioviale, mi si avvicinò.

“Buongiorno! Come abbiamo dormito?”.

Ero davvero confusa. In che ospedale ero? Che cosa mi era successo?

Quello che aveva parlato per primo si voltò verso un altro uomo più anziano, e quest’ultimo gli disse: “Chiedile come si chiama”. Il primo si voltò verso di me, e istantaneamente ripeté la domanda. Dopo qualche secondo, risposi: “Veronica”.

I due si guardarono di nuovo, e mi parvero preoccupati. Il primo fece una specie di smorfia, il secondo fece no con la testa. Poi, si segnò il nome su un foglio.

“Bene. Venga, Veronica, ora faremo una chiacchierata e mi potrà fare tutte le domande che vorrà”. Era il più giovane dei due a parlare.

Mentre gli altri ci seguivano a una certa distanza, il dottore mi portò lungo un corridoio fino ad una stanza vuota. Dentro c’erano un ventilatore, un tavolo nero e due poltrone. Ci sedemmo.

“Allora”, prese gli occhiali e si mise ad esaminare un foglio, “lei mi ha detto di chiamarsi Veronica. Il problema è che la scorsa volta mi ha detto di chiamarsi Giada”.

“Io…”

“Quanti anni ha?” mi interruppe lui.

Non capivo. Io non lo avevo mai incontrato prima. Cominciava a salirmi l’ansia.

“Quanti anni ha?” ripeté lui.

“Diciassette” risposi io. Lui aggrottò le sopracciglia. Ragionò un attimo. Poi mi disse, dandomi improvvisamente del tu: “Vedi quello specchio laggiù? Vai a guardare il tuo riflesso”.

Non comprendevo dove volesse andare a parare, ma lo accontentai.

Mi misi davanti allo specchio, ma invece di vedere me, vidi una donna alta, con i capelli neri, sui trent’anni, con un’espressione turbata sul volto.

“Non hai diciassette anni” mi disse lui.

L’ansia continuava a salirmi… lentamente cominciavo a sentirmi come se non avessi più il controllo di me stessa. Percepivo sempre meno l’aria del ventilatore addosso. Mi voltai verso il dottore.

“Che cosa mi sta succedendo?”

“Veronica… Devo dirti una cosa che ti scioccherà profondamente, così tanto che credo che dovrò ripetertela varie volte prima di potermi fidare del fatto che tu te la ricordi. Siediti”.

Forse finalmente mi avrebbe dato delle spiegazioni. Mi sedetti velocemente e mi prestai all’ascolto, più ansiosa che mai.

“Ti hanno trovata dentro una chiesa pochi mesi fa… Avevi buttato giù un prete dalle scale perché ti aveva toccato. Finisti in tribunale, ma presto tutti, dal tuo avvocato al giudice, si accorsero che c’era qualcosa che non andava: non sapevi sempre che giorno fosse, ti dimenticavi i giorni in cui dovevi presentarti alla corte, avevi comportamenti strani; così, è stata avviata una perizia psichiatrica, e dopo molto tempo è stato scoperto che soffrivi di un disturbo molto grave, scoperto da poco, di cui adesso ti parlerò. In seguito sei stata assolta… E sei stata affidata alle nostre cure. Sei in un ospedale psichiatrico, Veronica”.

Non potevo credere a ciò che avevo appena sentito. Io non mi ricordavo nulla di tutto quello che mi stava dicendo! “Vedi… Soffri di un disturbo che è appena stato riportato nel DSM-II, il manuale più all’avanguardia per noi psichiatri… è stato pubblicato appena due anni fa, nel 1968. Nel libro si parla di neurosi isterica di tipo dissociativo, ed è specificato che il soggetto che ne è affetto possa soffrire di vari sintomi, tra i quali la personalità multipla. È questo il tuo disturbo, Veronica. Soffri di personalità multipla”.

“No… No, non è possibile… I-Io lo saprei!”

“Tu sei solo una delle tue personalità. Giada è un’altra. Durante la perizia psichiatrica ne sono state trovate altre dieci, ma adesso non è questo il punto. Il punto è che dobbiamo trovare un modo di guarirti”. Non ressi all’emozione, e svenni.


Mi ritrovai di nuovo nella mia stanza. Dalla finestra si vedeva il tramonto, e accanto a me, sul comodino, c’erano delle vivande. Cominciai a mangiare, dato che avevo così tanta fame da avere i crampi allo stomaco.

Più tardi mi affacciai di nuovo alla porta, ma stavolta non trovai nessuno. Così, una volta uscita, mi misi a girare per i corridoi. La struttura era enorme: nel mio corridoio non c’erano altre stanze, a parte un bagno, ma in altri corridoi invece era possibile vedere delle porte, dietro alle quali si celavano sicuramente dei pazienti. Camminai per forse una mezz’oretta, finché non mi resi conto di essermi persa. Poco importava: era sempre meglio starsene lì in mezzo ai corridoi che chiusa nella mia stanza a far niente.

Ad un certo punto, notai una finestra aperta – faceva molto caldo. Mi accorsi che sotto alla finestra, a circa un metro, scorreva un prato. Forse sarei potuta fuggire!

Mi sporsi fuori e, aggrappandomi con le mani al davanzale, sgattaiolai giù. Poi, dopo essermi guardata intorno per assicurarmi di non essere osservata, mi misi a correre. Dopo circa cinquanta metri trovai un cancello… L’ansia e l’emozione cominciavano però a farsi sentire, e sentivo di essere sempre meno presente… Avevo mal di testa, e la corsa mi aveva tolto il fiato. Infine, mi accasciai al suolo… Non ricordo più nulla.


Ed eccomi di nuovo nella stanza con lo psichiatra. Mi stava fissando.

“Tutto bene?”.

“D-Dove sono? Cosa mi è successo?”.

L’espressione del dottore si fece più cordiale.

“Ah, Veronica, sei tu! Hai tentato di scappare, eh?”.

Non aprii bocca.

“Ti spiego subito: sei scappata via dalla struttura ieri sera intorno alle nove meno un quarto. Arrivata al cancello, però, hai fatto quello che alcuni esperti cominciano a chiamare “switch”: in altre parole, hai cambiato personalità. In particolare, sei diventata una bambina di otto anni, e non ricordando niente della struttura ti sei avvicinata ad essa. Ti abbiamo visto, ed eccoti qua. Fino a mezzo minuto fa stavo parlando con l’altra te, quella di otto anni.”

Ancora non ci potevo credere… Eppure, il fatto che per tutta la vita abbia sofferto di amnesie poteva ricondursi proprio a questo: forse soffrivo davvero del disturbo di cui parlava lo psichiatra, per quanto incredibile.

“Inoltre, ti voglio anche dire che sei qui da ormai tre giorni, ma i primi due giorni eri Giada, per questo non ricordi. Giada è quella che viene definita la “host”, ovvero l’ospite: è lei che porta il tuo nome di battesimo, è lei la tua prima personalità, è lei che ha vissuto i tuoi primi anni di vita, quando eri ancora sana… In altre parole, potremmo dire che Giada è la vera “tu”, ma sarebbe scortese nei tuoi confronti e nei confronti delle altre dieci personalità che hai.”

“Giada mi ha detto molte cose, e le ho raccolte su questo registro”.

Lo psichiatra si alzò, girò intorno al tavolo e aprì un armadio, all’interno del quale c’erano tanti cassetti. Dopo aver cercato per un po’ di tempo, estrasse dei fogli da uno di essi, e li mise sulla scrivania.

“In questi fogli ho scritto ciò che mi ha raccontato Giada. La cosa che mi colpisce di più è che non si ricorda la sua vita dai diciassette anni in poi, se non a tratti”, mi scrutò da sotto gli occhiali, “ma il fatto che prima tu ti sia scambiata con una bambina di otto anni mi fa capire che soffrivi di questo disturbo già da quell’età, se non da prima. I fascicoli della procura arriveranno solo domani, e fino ad allora non abbiamo idea delle caratteristiche delle tue dodici identità. Sappiamo solo il loro numero.”

Decisi di parlare: “Che cosa significa tutto questo? Siete sicuri che io soffra di questo disturbo? Perché non so delle mie altre personalità?”. La confusione era come una nebbia intorno a me.

“Siamo sicuri del fatto che tu soffra di personalità multipla. Non sai delle tue altre personalità perché non hai quella che alcuni psichiatri americani chiamano “co-consciousness”, ovvero non sei a conoscenza di esse sin da quando sono apparse. Si tratta di un fatto che è semplicemente così com’è, non ci sono delle cause. O meglio, non sono ancora state trovate”. Sorrise. Mi piaceva il suo sorriso.

“Non parlo come un uomo di scienza, vero?” mi disse.

“Non tanto, un uomo di scienza saprebbe le cause” incalzai io. Poi mi misi a ridere.

Anche lui rise. Avevo appena notato il suo cartellino, sul quale era scritto “Marco”.

“In ogni caso, è inutile parlare di cose serie ora. Finché non avremo i fascicoli cercare di guarirti sarà come cercare un ago nel pagliaio, se mi passi la similitudine. Piuttosto dimmi: ti piace qui?”.

“Non tanto” ammisi io.

“Hm. Allora spero che tu possa guarire ed andartene presto”.

“Grazie” esclamai. Mi stavo accorgendo che era dalla mia parte.

Gli chiesi: “Posso chiamarti Marco?”.

“Certo”, rispose lui, sorridendo.


Improvvisamente mi ritrovai nella mia stanza, e mi sentivo come se mi fossi appena svegliata, solo che il cuore mi batteva a mille. Ero sudata fradicia, ed era notte. Dovevo aver cambiato personalità di nuovo, per poi tornare ad essere io, Veronica.

Sentii dei passi fuori dalla mia stanza. Notai che la porta era chiusa a chiave. Che cosa era successo? Forse era meglio rimanere lì dentro. Mi addormentai.

Il giorno dopo raccontai cos’era successo a Marco. Mi spiegò che avevo effettivamente cambiato personalità diventando Giada, ma non seppe spiegare i passi, la sudata e la porta chiusa a chiave.

“Probabilmente c’era qualcuno fuori dalla stanza, eri la tua “alter” di otto anni e ti sei spaventata e hai chiuso a chiave” disse. Quella parola, “alter”, stava ad indicare le altre personalità.

“Comunque, è ora che io ti dica che cosa ho scoperto su di te: stamattina sono arrivati i fascicoli”. Ce li aveva in mano.

“Ti leggerò che cosa c’è scritto, ma devi cercare di mantenere la calma e non scandalizzarti… Fermami se c’è qualcosa che ti turba troppo. L’eccesiva ansia e lo stress possono indurti a cambiare personalità”. Poi prese a leggere: “La perizia psichiatrica ha valutato l’imputata Giada Forviani non idonea ad essere giudicata colpevole, in quanto affetta da personalità multipla. Alcune delle sue personalità sono aggressive; di conseguenza, dovrà essere curata. Si raccomanda l’internamento all’ospedale psichiatrico di Volterra o a quello di Maggiano”. Lo psichiatra cambiò foglio.

“Abbiamo raccolto dati sull’imputata, riuscendo a trovare ben dodici personalità diverse durante le ricerche. Seguirà una loro descrizione completa:

Prima personalità: Giada Forviani

Trattasi dell’identità principale dell’imputata, sua fin dalla nascita avvenuta il 2 settembre 1938. Ha i capelli neri, gli occhi verdi, alta statura e fisico abbastanza atletico. Carattere mite ma deciso. Fermamente convinta della sua innocenza.

Seconda personalità: Edoardo

Si rende conto di essere nel corpo di una donna, ed è a conoscenza di tutte le altre personalità. Carattere virile e protettivo, sa quale delle personalità di Giada è stata a commettere l’omicidio del prete ritrovato…”

“Un attimo” dissi io “Non mi avevi detto che avevo ucciso il prete!”

“Spingendolo giù dalle scale gli hai fatto battere la testa… Mi dispiace, ma è quello che è successo. Non eri tu…” Mi misi a piangere. Avevo spezzato la vita di un uomo. E tutto senza saperlo. Marco mi venne accanto.

“Non devi essere dura con te stessa: quando eri con il prete eri Veronica, e stando a un testimone che era in piazza ti sei sporta troppo… Hai cambiato personalità per lo spavento, il prete ti ha presa perché non cadessi e tu, non capendo il suo gesto, l’hai spinto via”.

Nonostante le sue parole consolatorie, mi sentivo comunque distrutta.

“Senti, ora finiamo con la seduta, poi avrai tutto il tempo per rielaborare, ok?”

“Va bene” risposi io dopo un po’. Chiesi un bicchiere d’acqua. Dopo che lo ebbi ottenuto, continuammo.

“Terza personalità: Matteo

Altra personalità maschile. Molto simile ad Edoardo. Crediamo che sia comparsa quando il soggetto aveva dodici anni, per rimpiazzare il padre defunto.

Quarta personalità: Veronica

Ha diciassette anni. Non abbiamo avuto modo di parlarle, ne siamo a conoscenza solo perché il soggetto si è presentata come “Veronica” è ha affermato la sua età a molte persone che ha incontrato prima del delitto.

Quinta personalità: Vera

Vera è una delle personalità aggressive dell’imputata. Sembra essersi formata quando aveva sette anni, in seguito ad un trauma fisico: Vera ricorda chiaramente di essere caduta dall’altalena, spinta dal fratello maggiore di Giada. La psiche, per lo spavento, deve aver generato Vera per affrontarlo. Presenta un quoziente intellettivo di 82 punti.

Sesta personalità: Margot

Margot si pone in maniera sessualmente provocante nei confronti di chiunque abbia davanti, senza alcuna discriminante.” Marco fece una pausa, e m guardò dritto negli occhi. Mi disse: “Quest’informazione ti farà male. Sei pronta?”.

Mi feci coraggio. Risposi: “Sì” e basta.

“Si pensa che questa identità sia comparsa in seguito ad uno stupro perpetrato ai danni di Giada da parte del padre, per difendere la psiche del soggetto dal trauma, quando aveva quindici anni”.

“Aaaaaahhh!” Urlai. Di colpo mi ricordai lo stupro, ma mi sentivo di nuovo come staccata dal mio corpo, come se avessi perso sensibiltà. Cominciai a piangere.

“Mi dispiace” disse lui, abbassando lo sguardo.

“Funziona anche in questo modo… Molti di quelli che presentano la tua malattia presentano un passato di abusi, anche sessuali. Tuo padre ha abusato di te sin da quando eri piccola. La tua seconda personalità è la settima, che ha quattro anni, ed è nata proprio per difenderti da questi abusi, con il ricordo dei quali tu altrimenti non potresti vivere…”

Smisi di piangere dopo qualche minuto. Aveva ragione, ricordavo perfettamente. Era come se un pezzo di memoria, un piccolo tassello di un puzzle, fosse tornato al suo posto. Mi ricordavo le sere senza cena, le botte, mia madre in lacrime, le carezze sopra i lividi… e il resto. Non ci potevo credere.

Dopo che mi fui calmata, Marco chiese: “Posso continuare?”. Annuii.

“La settima personalità la salto, perché te ne ho appena parlato.”

“Ottava personalità: Armida

Armida ha un quoziente intellettivo di 151 punti, misurato sulla scala Stanford-Binet. Le sue capacità in svariate aree sono eccezionali, ed è conoscenza delle altre personalità, esattamente come Edoardo. Insieme potrebbero essere definiti i protettori del sistema di identità di Giada”.

“Per “sistema di identità” si intende l’insieme delle tue personalità”.

Nona personalità: Osvaldo

Personalità aggressiva, nata tre anni prima dell’omicidio in seguito ad un tentato furto ai danni di Giada. Urla sempre e non è possibile un vero dialogo con lui. Dice di essere basso e tarchiato, sulla cinquantina, ma stranamente si riconosce allo specchio nel corpo di Giada”.

“Decima personalità: Alina

Alina è la più recente delle personalità: è nata durante il processo a causa dello stress provocato dall’avvocato accusatore. Molto timida e riservata.

Undicesima personalità: Daniel

Un ragazzo di diciotto anni apparentemente affetto da sindrome maniaco-depressiva. Possiede un quoziente intellettivo di 132 punti e discrete capacità nell’area artistica, nell’area comunicativa e nell’area musicale.

Dodicesima personalità: John

John è di base un genio, con un quoziente intellettivo che sicuramente supera abbondantemente i 160 punti – è riuscito a superare in un tempo minimo e con discreta facilità tutti i nostri test d’intelligenza con punteggio massimo. Il suo problema sta nel fatto che sembra essere affetto da schizofrenia paranoide; in particolare, ritiene di avere una relazione omosessuale con un certo “Martin”, che è però inesistente. Ha frequenti allucinazioni e deliri.”

Il dottore mi guardò.

“Allora, vuoi sapere che ne penso?”

“Sì”, risposi io.

“Penso che per quanto riguarda l’undicesima e dodicesima personalità, specie per quest’ultima, la vita sarà molto difficile. La sindrome maniaco-depressiva e la schizofrenia non sono facili da curare, specie se appartengono a un sistema di identità diverse tra loro. In ogni caso, dovremo procedere a fare sì che tutte le tue personalità siano “co-coscienti”, per tradurre il termine inglese. In altre parole, ognuna delle tue identità dovrà sapere delle altre. Questo è il nostro obiettivo. Solo così potrai vivere meglio”.

Capivo perfettamente. Cominciava ad esserci una certa intesa tra noi due.

La seduta terminò lì.

Seguirono settimane di duro lavoro, in cui ognuna delle mie dodici personalità tenne un diario, che a sua volta veniva letto da tutte le altre. Questo era l’unico modo di andare incontro alle mie amnesie dissociative, come le chiamava Marco. Finché a un certo punto non venne il giorno di scoprire che cosa erano stati i passi nella notte e la porta chiusa a chiave. Giada, la mia “vera” identità, aveva scritto sul suo diario:

“Ricordo di essermi messa a correre dopo aver sentito un discorso da parte di alcuni dottori che parlavano di come uccidere Marco. Mi sono infilata in camera e ho chiuso a chiave, poi ho sentito dei passi all’esterno. Non so se hanno capito che li ho sentiti. Non l’ho mai scritto prima perché avevo paura che qualcuno tra i dottori trovasse il foglio, ma adesso è il momento giusto di farlo. Bisogna che il sistema di identità agisca sinergicamente per salvare la vita a Marco!”

Feci vedere il diario al mio medico preferito, ma lui si mise a ridere.

“Perché dovrebbero volermi uccidere? Questo foglio deve averlo scritto John spacciandosi per Giada. Dobbiamo risolvere la cosa”.

“Io non credo che sia così. Potrebbe esserci un motivo che non conosci dietro a ciò che si sono detti”. Ragionammo insieme ancora un po’, poi io lo pregai di darmi ascolto, ma fu tutto inutile, per quella volta. Decisi di indagare sulla cosa.

Il giorno dopo all’ultima seduta con Marco mi misi a cercare i dottori che Giada aveva sentito parlare di nascosto, ma presto mi accorsi che io non li avrei mai potuti riconoscere. Tornai così nella mia stanza, aprii i diari e cercai se c’era qualcosa di nuovo. E trovai un messaggio di Edoardo, che recitava:

“Siamo tutti in pericolo finché il dottor Zanati non sarà reso inoffensivo: Giada lo ha visto mentre la inseguiva, ma aveva troppa paura per scriverlo. Il medico in questione è il secondo in linea alla direzione, dopo Marco. Di conseguenza, se avverrà l’omicidio, sarà lui il mandante. Bisogna nascondere meglio il diario, perché sono già entrati nella stanza più volte. Siamo in pericolo, esattamente come Marco”.

Sconvolta, presi i diari; prima pensai di metterli dietro alla tenda della finestra, ma poi mi ricredetti: era un nascondiglio troppo banale. Così, mi misi in testa di andare nella stanza dove avvenivano le mie sedute con Marco e di nasconderli lì.

Improvvisamente, però, la porta si aprì. Un dottore che non avevo mai visto fece il suo ingresso con una caterva di infermieri, e gridò: “Eccola, è lei! Mettetele la camicia di forza e datele dei sedativi. La porteremo nella stanza 22”.

Poi, il nulla.


Mi risvegliai in un lettino di metallo molto stretto, alla quale ero legata con dei lacci di cuoio e delle stringhe bianche.

Avevo mal di testa, e sentivo un odore nauseabondo. Davanti a me c’era un vetro, dietro al quale vedevo Marco parlare con un dottore… Sì, era lo stesso dottore che era entrato nella mia stanza! Non riuscivo a sentire cosa stessero dicendo, ma Marco aveva un’espressione contrita e faceva no con la testa. L’altro, intanto, mi fissava con aria pensierosa.

Poi li vidi sparire dal vetro, e una porta accanto a me, della quale non mi ero accorta, si aprì. Entrarono Marco e l’altro psichiatra.

“Dottor Zanati, non vedo il perché della sua idea. Una delle sue personalità è schizofrenica, ma è rischioso sottoporre la paziente alla TEC… Potremmo causare danni irreparabili all’intero sistema”.

“La terapia elettroconvulsivante ha dato risultati eccellenti in moltissimi casi, e sono pronto a credere che se eseguita bene la paziente potrebbe sviluppare co-coscienza con le sue altre identità, oltre a permettere a John in particolare di avere una vita più tranquilla”.

Non capivo di cosa stessero parlando. Che cosa volevano farmi? “Io mi oppongo. La signora Giada è una mia paziente, sarò io a decidere se e quando…”. “Mi scusi”, lo interruppe l’altro, “ma ho avuto l’autorizzazione a procedere da parte del direttore di questa struttura. Sono io a prendere le decisioni, e ritengo che per la signorina la cosa migliore da fare sia questo. Ora, se se ne volesse andare…”.

“No, io non me ne vado da nessuna parte!”

“Troppo tardi”.

Mi venne applicata una specie di crema sulla testa, poi mi vennero posizionati sopra le tempie due cavi provenienti da un macchinario.

“Perché sta mettendo gli elettrodi in quella posizione? Così la ucciderà!”.

“Mi lasci fare il mio lavoro; se ne vada!”.

“Nient’affatto”.

Guardai Marco in preda all’angoscia. Forse finalmente aveva capito anche lui. Volevano farmi fuori per insabbiare la verità. Lo volevano veramente uccidere per accaparrarsi il suo posto. Era tutto un complotto ai suoi danni.

Anche lui mi guardò. Aveva capito cosa fare. Si avvicinò di soppiatto al dottor Zanati, per poi vibrargli un colpo in testa. Lo psichiatra cadde a terra, e non si mosse più.

Marco prese a slegarmi.

“Dobbiamo andare via di qui”.

“Lo so, lo so. Adesso ti slego, poi ce ne andiamo fuori insieme, nel parco antistante l’entrata. Dirò a chi c’è all’ingresso che ho l’autorizzazione a portarti fuori. Dopodiché procederemo piano fino al cancello, e arrivati lì, ci metteremo a correre fino alla mia macchina. Andremo in questura. Non potranno seguirci in mezzo alla gente, attirerebbero troppo l’attenzione”.

Dopo minuti che parvero ore, fui completamente libera. Ci mettemmo a correre all’impazzata: io seguivo Marco che mi teneva per mano. Dopo corridoi interminabili, pieni di gente che ci fissava, arrivammo in un atrio: dalla parte opposta a quella dove eravamo venuti c’era il portone d’ingresso.

“Adesso stai calma, fingi di stare per fare una visita al giardino con me”.

Ci avvicinammo all’uscita, tenendoci per mano, ansimando per la corsa. Stavo per essere libera. Improvvisamente, però, sentii come se il mio corpo non mi appartenesse più.

“Tutto bene?” mi sussurrò Marco.

“Credo di sentirmi poco bene…”.

“Stai per cambiare personalità… Dai, resisti ancora un po’, siamo quasi all’uscita!”.


Ero in macchina con Marco. Si accorse che ero tornata ad essere io.

“Prima hai cambiato personalità, all’entrata non si sono fidati. Ci siamo messi a correre verso la macchina, ma Zanati ed altri ci hanno visti, e ora ci stanno inseguendo con la sua auto. Non manca molto alla questura, tra poco saremo in centro, e non potranno più fermarci”.

“Fai attenzione!” dissi io. Andavamo a velocità folle, per l’epoca.

Le strade si diramavano rapide davanti a noi. La fretta con cui ci spostavamo era assurda, avevo il cuore che batteva a mille.

All’improvviso udimmo degli spari.

“Stanno facendo fuoco!”, urlò Marco. “Stai giù!”

Mi accovacciai il più che potevo sul fondo della macchina, mentre gli spari continuavano. Vedevo la strada davanti a me spostarsi a destra e a sinistra in continuazione; le siepi e gli alberi al lato delle vie sfrecciavano rapidamente con i loro contorni sfumati alla mia destra. A un certo punto ci avvicinammo troppo al bordo.

“Marco, attento!”.

Era troppo tardi. L’automobile impazzita schizzò fuori dalla strada, seguita da quella del dottor Zanati. Ci fu uno scontro, un urto terribile, e poi il niente.

“Marco! Marco!”. Mi tirai fuori dalle lamiere, chiamandolo.

“Marco, dove sei?!”

Intravvidi un pezzo di camice bianco sotto la macchina, vicino al volante deformato.

“Nooo! Marco, Marco, dimmi che sei vivo…”. Scoppiai a piangere mentre mi infilavo sotto alle macerie, cercando di afferrargli la mano. Alla fine ce la feci, e vidi la sua testa. Era pieno di sangue.

“Veronica… Sei tu?”. La sua voce era bassissima e flebile.

“Sì, sono io… Ti prego, non te ne andare! I-Io…”. Singhiozzai.

“Ascolta, Veronica. Tu hai dentro di te dodici vite, sei… Sei come un volto dai dodici volti. Non importa quanti problemi questo ti porti… Tu… Tu hai comunque un grande potere dentro di te. Vivi la tua vita al massimo, e non ti preoccupare per me. La questura è a cento metri da qui. Vai, corri”.

“Io non ti lascerò qui!”

“Vai, presto…”. Chiuse gli occhi. Io cominciai ad urlare.

“No Marco, aspetta! Non puoi morire così! Io… Io ti amo!”. Non sapevo se mi avesse sentito. Mi accorsi però che le sue labbra si stavano muovendo. Disse: “Anche io…” e poi spirò.


Dopo minuti senza fine, mi alzai. Ero piena di terra e avevo del sangue sui vestiti. La macchina del dottor Zanati era in fiamme, e intravvedevo del sangue e dei corpi all’interno di essa.

Corsi verso la città che mi si stagliava di fronte; chiesi della questura, e i passanti, vedendomi in quello stato, me la indicarono subito, e mi ci accompagnarono quasi in folla. Denunciai tutto l’accaduto, ma non fui mai creduta fino a qualche anno fa.


Otto anni dopo l’accaduto l’ospedale psichiatrico fu chiuso, in seguito alla legge n° 180 del 13 maggio 1978. Adesso vivo a Volterra, e non mi sono mai scordata di ciò che è successo, e soprattutto delle ultime parole di Marco. Sono riuscita a trovare un lavoro, e con gli anni ho sviluppato co-coscienza: adesso le mie personalità collaborano, e sanno tutte l’una dell’altra. Ne ho anche sviluppate delle altre, ma non è questo l’importante… La cosa importante è che ho un marito. La cosa importante è che ho un lavoro. La cosa importante è che ho una casa. La cosa importante, infine, è che dentro di me ho il più grande meccanismo di difesa che l’animo umano abbia mai inventato per salvaguardarsi…

…Ho il disturbo dissociativo di identità.




Scritta da Dr. Woland

Il contenuto è disponibile sotto licenza CC BY-NC

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