Creepypasta Italia Wiki
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Avete presente, credo, quel famosissimo gioco che un po' tutti da piccoli abbiamo fatto? Quello che recita: "Un, due, tre stella! ” ed in cui, se vieni visto muoverti al termine della conta, sei eliminato? Ecco, oggi voglio raccontarvi una storia a tal proposito, una storia realmente accaduta ad un gruppo di bambini che, giocando in un posto in cui non avrebbero dovuto trovarsi, scoprirono che, talvolta, un semplice gioco può abbandonare la spensieratezza per divenire qualcosa di ben diverso.

Era un caldo pomeriggio di metà Giugno, la scuola era terminata e le vacanze estive erano appena cominciate. Quattro bambini erano seduti alle panchine del parchetto del piccolo paese in cui vivevano con le rispettive famiglie. La giornata era torrida ed oltretutto l’avevano trascorsa, per la maggior parte, scorrazzando di qua e di là con le proprie biciclette, uno di quei bambini ero io. Ci stavamo godendo un po' di meritato riposo, quando a me, che ero il più grande di noi quattro venne un'idea. Gli proposi di andare a giocare giù alla vecchia cava di bauxite abbandonata, quella situata nei pressi della strada che portava in città. Rimanemmo qualche istante a valutare l’idea che mi era venuta, quante volte i nostri genitori ci avevano intimato di stare lontani da quel luogo? Era un posto sinistro a dir poco, in cui si diceva fosse capitato qualcosa di molto brutto in passato. In verità qualcosa di brutto era davvero capitato in quel luogo, anni prima alcuni operai erano affogati nel lago artificiale, posto svariati livelli più in basso rispetto alla strada da cui si aveva accesso alla cava, probabilmente per un cedimento delle friabili pareti a imbuto… Una brutta storia insomma. Comunque. I nostri genitori ci avevano proibito di frequentarlo principalmente perché era rimasta abbandonata da molti anni dopo la tragedia, e quindi versava in condizioni pessime. Insomma, minacciava di collassare da un momento all’altro. Vinta l’iniziale paura, ci guardammo in faccia e, montati in sella alle biciclette, schizzammo giù per la strada in direzione della cava abbandonata, come piccoli cavalieri su scintillanti destrieri colorati.

Giunti sul luogo ci infilammo in uno dei buchi della vecchia recinzione metallica che avrebbe dovuto impedirne l’accesso. Eravamo dentro. Iniziammo a gironzolare per la vecchia miniera a cielo aperto, tra di noi era presente anche una bambina… Ricordo come fosse ieri le sue scarpine bianche colorarsi della rossa polvere di bauxite che giaceva sul terreno della cava. Disposti in maniera sparpagliata, ed in totale stato di abbandono, erano ancora presenti tutti i macchinari utilizzati tanti anni prima. Erica, così si chiamava, si appoggiò, con la manina, ad uno dei macchinari per l’estrazione mineraria mentre noi, come da regola, ci disponevamo a circa cinque o sei metri alle sue spalle, ed iniziò la conta.  "UN… DUE… TRE, STELLA!” si voltò di scatto. Noi altri, immobili, come piccole statue di cera, nell’attesa che ritornasse a voltarsi per scattare nuovamente. "UN… DUE… TRE, STELLA!" di nuovo il corpicino di Erica si girò agilmente nella nostra direzione e, per mia fortuna, mi colse nell’attimo in cui perdevo l’equilibrio e finivo con il sedere per terra. "Ti ho visto, ti ho visto!!" inizio a urlacchiare contenta "Devi tornare indietro adesso, al punto di partenza!" mi disse, agitando la manina ad indicare la linea che avevamo tracciato in precedenza come punto di partenza. Tutto sporco di rosso, con il sedere dolorante e di malavoglia, sbuffando, tornai dietro la linea tracciata sul terreno. Ripresa la conta. "UN… DUE… TRE, STELLA!". Questa volta, girandosi fulminea, forse con un gomito, inavvertitamente sfiorò, con ogni probabilità, il pulsante di accensione del macchinario.

Un inquietante clangore metallico seguì, quasi, istantaneamente. Lo stridore delle cinghie sulle grandi pulegge del macchinario, simile al raschiare di gigantesche unghie su di una lavagna, riempì il silenzio che, fino a poco prima, aleggiava nell’enorme miniera a cielo aperto. La piccola Erica non ebbe il tempo, o la forza, di urlare, tanto fu lo shock che la colse. I biondi e lucenti capelli della bambina vennero ghermiti dalle possenti cinghie in gomma della bestia meccanica, fino a qualche istante prima, assopita. I rumori che ne seguirono furono agghiaccianti. il suono come di una pianta estirpata dal terreno, con tutte le radici, sovrastò, per un istante appena, il fragore dell’enorme macchina idraulica, nell’istante in cui lo scalpo intero le veniva sradicato dal cranio proiettando nell’aria una rosa di schizzi rossi. Il poderoso strattone all’indietro, ricevuto dalla piccola, la proiettò letteralmente sui grandi ingranaggi del macchinario. Un altro rumore riempì, nuovamente l’aria, il rumore delle piccole ossa che si frantumavano con schiocchi secchi, come il calpestio dei ramoscelli essiccati in una macabra passeggiata nel bosco.

Per una frazione di secondo appena, molto probabilmente, rimanemmo impietriti, paralizzati dall’orrore. Poi io per primo feci l’altra cosa che contribuì, quel giorno, a salvarmi la vita. Mi girai di scatto ed inizia a correre, governato dal panico più totale. Quasi nel medesimo istante la terra cominciò a tremare, un enorme boato accompagnò, quello che sarebbe sembrato a chiunque un terremoto. Le vibrazioni del grande macchinario idraulico avevano smosso la, già dapprima, instabile struttura della cava, che iniziò a franare. Non mi voltai neanche una volta, continuai a correre. Mi parve di sentire le urla terrorizzate dei miei piccoli amici, nell’istante in cui venivano inghiottiti nella polvere. Non ne sono sicuro, il fragore fu immenso, forse è un ricordo dettato dallo shock del momento, forse non ci furono grida, sono trascorsi molti anni da quel giorno. Mi lanciai, nel vero senso della parola, nel buco della recinzione metallica da cui eravamo entrati nella miniera, guadagnandomi la salvezza. Sudicio del rosso della polvere di bauxite e del sangue che mi colava dalle abrasioni che mi ero procurato fuggendo, raccolsi la bicicletta, vi montai, e corsi a casa. Giunto in paese appena prima del parchetto centrale, da cui eravamo partiti, crollai a terra e svenni.

Tornai in seguito solo una volta alla vecchia cava, in occasione dell’omelìa che tenne il parroco del paese, in memoria dei poveri bimbi che furono miei amici, in quanto non fu possibile recuperarne i corpi. Non raccontai nulla, dell’orribile fine della figlia, alla mamma di Erica, non volevo sapesse di come era stato smembrato il povero corpicino della piccola, mi sentivo responsabile, l’idea di andare a giocare in quel luogo maledetto era stata mia. Neanche di questo dissi niente.

La cava fu definitivamente dismessa e messa in sicurezza a qualche mese dalla tragedia che ci aveva coinvolti, i pochi resti ancora integri vennero fatti brillare con l’esplosivo, e nel luogo in cui era stata la cava, sorse un grande parco cittadino, con aiuole, alberi e giochi per i bambini. Al centro del parco fu eretta una lapide commemorativa, con su scritti i nomi delle tre piccole vittime. Avrebbe dovuto esserci anche il mio. La vita continuò, gli anni trascorsero io finii le scuole elementari, poi la mia famiglia si trasferii in un paese non molto distante, pensavano che portarmi via da quel posto mi avrebbe aiutato a superare il trauma. Frequentai le scuole medie e poi quelle superiori, dai cui uscii a pieni voti. Conobbi una splendida ragazza e ci trasferimmo in città, prendemmo in affitto una bella villetta a schiera in un quartiere periferico dove sorgeva un tranquillo complesso residenziale.

Non pensai più a quel terribile episodio, almeno fino a stasera. Tornavamo a casa dopo aver trascorso la serata con alcuni nostri amici, quando, giunti davanti all’ingresso ci fermammo di botto. La porta di casa nostra era aperta. Abbiamo sempre avuto l’abitudine di chiuderla a chiave, non è più l’epoca in cui uscire e lasciare la porta di casa aperta. Pensai subito che qualcuno si fosse introdotto per svaligiare l’alloggio. Non vi erano però segni di effrazione sulla serratura e tanto meno sullo stipite della porta. Presi coraggio ed entrai in casa. Da subito tutto mi parve normale, almeno nell’ingresso non era stato toccato nulla, era tutto al proprio posto, come l’avevamo lasciato prima di uscire. Poi non so perché ma un sesto senso, come una premonizione, mi disse di volgere lo sguardo verso il basso, al pavimento. Il sangue mi si gelò nelle vene. Una serie di piccole orme rossastre partiva dall’ingresso e proseguiva conducendo in direzione del salone. Mi chinai, toccai incredulo una delle orme, non avevo dubbi su cosa fosse la polvere che le dipingeva sulle piastrelle, semplicemente in cuor mio pregavo di sbagliarmi. Seguii le tracce ed entrai nel salone, accesi la luce. Sulla grande parete che fronteggiava l’ingresso della stanza era stata abbozzata, da piccole manine incerte probabilmente, una scritta. La scritta recitava : ” UN…DUE…TRE, STELLA! ” era in rosso, il rosso polveroso della bauxite.

Fonte: creepyitalia.altervista.org/

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