Creepypasta Italia Wiki
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Un pazzo? Come potete giudicarmi folle? Sarebbe folle una persona perseguitata? No, io non son pazzo. Pensate dunque che la morte sia folle? Forse, ma piuttosto è la morte che rende pazze le persone. Sì, è colpa sua. Quando la morte rivela troppo ad un uomo quello perde sé stesso. E impazzisce. E diventa la morte stessa.

Tutto cominciò quel dieci marzo di due anni fa. Mi alzai e andai a scuola come tutti gli altri giorni. Era una giornata fresca, con un venticello primaverile; andai alla fermata del pullman e fu quella la prima volta che vidi la cosa. Non era ancora l’alba quando apparve un’ombra, un’ombra con enormi occhi rossi. Ricordo che la prima cosa che pensai fu che le ombre non avrebbero potuto avere occhi, non avevano nemmeno una consistenza, erano solo… ombre. E quella intanto si avvicinava. Rimasi immobile e trattenni il respiro, volevo gridare ma mi mancava la voce. E quella si avvicinava, sempre più vicino, sempre più vicino, con quei suoi occhi infernali e quella sua bocca sporca di sangue. Gli altri ragazzi in pensilina parevano così calmi! Ma non la vedevano? Come potevano non vedere quegli occhi bestiali? Oh, ma loro vedevano, a parer mio, ma provavano piacere a vedermi così! Folli! Erano folli! Sì, mi volevano torturare. Il mio cuore accelerava, il mio respiro si affannava e io stavo immobile, chiudevo gli occhi, se non la vedo non mi vede. Non mi vede… non mi vede…

Da quel momento non mi lasciò più pace. Ogni notte, stessa ora, mi svegliavo di soprassalto e la vedevo. Era sempre puntuale, puntuale come la morte. Mi fissava. Io la fissavo. Mi mancava il respiro e il polso accelerava. Poi parlava, parlava con quella voce tormentata, con quella voce disumana.

«Quando una porta non è una porta?» mi chiedeva. Non lo sapevo, non lo sapevo. Gridavo, piangevo, tutti mi sentivano. Volevano richiudermi. Credete che sia pazzo? Mi presero le braccia. Mi dimenavo. E la cosa mi guardava, quegli occhi mi trapassavano il cuore come una lancia. E poi allargava la bocca in un sorriso, il sangue scendeva e si intravedevano quei denti aguzzi, denti neri, neri come la pece. Dovevo fuggire, loro non capivano, dovevo fuggire. Mi dimenai e mi slegai dalla loro presa. E loro mi inseguivano, volevano uccidermi, volevano la morte, lo sapevo. Presi un coltello, quello che mamma utilizzava per pulire la carne, quello grosso e affilato. Lo guardai e lo sfiorai. Un brivido freddo  mi percorse la schiena. Loro si avvicinavano e la cosa mi guardava. Lei c’era sempre. Lei vedeva tutto. Loro cercavano di bloccarmi. Non volevo, davvero, non volevo trapassarli con il coltello. Non volevo spezzare loro la gabbia toracica. Non volevo bere il loro sangue, credetemi. Ma lo dovevo fare, dovevo salvarli dalla cosa. Non sono pazzo! Altrimenti li avrei lasciati tormentati, no? Ma Lei era ancora lì. Sangue, sangue ovunque. Il coltello insanguinato, le mie mani, le mie mani rosse e viscide. Il mio sorriso disumano. I miei denti e la mia bocca impastati di quel fluido rosso. E Lei era lì. Sempre più vicina, sempre più vicina. Corsi, i muscoli dolevano, corsi. Nel cuore della notte, per le strade buie, corsi. E Lei era sempre più vicina, sempre più vicina. Gridai. Sì, continuavo a gridare. Ma Lei, ad ogni grido, era sempre più vicina, sempre più vicina. Arrivai su un ponte. I Suoi passi riecheggiavano nel silenzio, i suoi occhi puntati addosso. Mi lasciai cadere giù, presto sarebbe tutto finito. Avrei vinto. Sentì le rocce del letto arido di quel fiume che aveva cessato di esistere da un po’ trapassarmi il torace. È tutto finito, pensai. Sono morto, pensai. L’aria si fece arida e si surriscaldò. Lei era ancora dinnanzi a me. Sorrise. Sorrisi. I suoi occhi rossi. I miei occhi rossi. La sua voce infernale. La mia voce infernale. Quando ci sono di mezzo io tante persone si fanno del male. Quando ci sono di mezzo io tante persone muoiono. Perché io sono la Morte.

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