Creepypasta Italia Wiki
Advertisement
Creepypasta Italia Wiki

Ogni sette generazioni, nella famiglia di mr. T, nasce un erede destinato a un indicibile fardello, privo di scampo, a meno che, nel corso della vita, non decida di disfarsene al momento giusto. È pure noto quanto questo fardello possa essere vantaggioso, se usato nella maniera corretta e più illuminata; tuttavia, nel corso dei secoli, si sono succedute diverse culture e diverse superstizioni, che hanno spinto ogni erede della famiglia a rifiutare, presto o tardi, questo dono oneroso, tanto che non esiste nessuno che conosca gli effetti del conservarlo.

Una vecchia leggenda di famiglia tuttavia vuole che solo un membro abbia rifiutato o rifiuterà di separarsi dal suo terribile privilegio, ma dopo questa informazione la storia si fa incerta e lacunosa; ne rimangono solo brandelli che poco hanno a che fare con la realtà, e molto con la sciocca superstizione, pensava mr. T. Almeno fino alla morte di sua madre.

La vecchia signora aveva deciso di rivelare il segreto della famiglia al suo unico figlio, ultimo destinatario del dono fatale, ma al momento della dipartita le riuscì solo di mormorare poche parole: «La morte… busserà… tre volte. Non… accettare…», su cui Mr. T. rifletté a lungo, ma si risolse a considerarle l’ennesima farneticazione superstiziosa della sua timorosa famiglia. Così continuò la sua vita, senza pensare al tenebroso futuro profetizzato, finché un attacco di cuore non lo costrinse a letto per lunghe settimane.

Ormai stremato dalla malattia, stava a letto giorno e notte, accudito dalle due figlie e dall’amata moglie, finché una sera, mentre tutti dormivano, un lento bussare rimbombò per la stanza. Tre colpi cavernosi e solenni, poi il silenzio. Mr. T. udiva soltanto un lieve sospiro da dietro la porta e immediatamente ricordò le parole della madre. Con un brivido di orrore riconobbe la Morte fuori dalla stanza e la respinse con tutte le forze, urlando che se ne andasse, finché la moglie e le figlie accorsero. Mr. T svenne.

Dopo quel giorno, riacquistò vigore e tornò forte come un tempo, finché un’automobile non lo investì, molti anni dopo, e di nuovo, con rinnovato terrore, alla sua porta la Morte batté la mano scheletrica. Ancora mr. T la respinse e svenne per lo sforzo.

Fu con sommo stupore dei medici che riacquistò le forze e guarì dalle gravi ferite in poche settimane, e poté finalmente tornare alla vita. Si sentiva ormai invincibile. Sua madre aveva avuto ragione: la Morte aveva bussato e lui non l’aveva accettata; l’aveva sconfitta e ora nulla poteva fermarlo. Iniziò a fumare, a bere e a fare tutte quelle sconsideratezze che si era negato in gioventù. A dispetto della Mietitrice, fumava sessanta sigarette al giorno e due sigari; a dispetto della sua età, beveva fino a non poterne più, finché un giorno un cancro non se lo divorò voracemente, fino a renderlo l’ombra di se stesso.

Eccola, la terza prova, pensò. E attendeva la Morte. Finalmente, dopo una notte di atroci sofferenze, sentì quel bussare cupo e cadenzato, così familiare, alla porta della sua stanza d’ospedale. Conosceva il trucco, conosceva il dono ormai: fregare la morte, sfuggirle; così la ricacciò in malo modo: «Vattene, Morte! Per la terza volta ti scaccio! Non tornare più».

«Come vuooooi…» rispose un sussurro gelido da dietro la porta, percettibile a stento e terrificante. Per la terza volta, mr. T aveva vinto; o così pensava…

Ora che sono passate decine di milioni di anni, sono tornata sulla Terra. Anche l’ultima forma di vita ha fatto il suo tempo e l’ho portata con me. Ormai tutta la superficie è una desolata piana di sale, su cui vedo camminare soltanto un’ombra senza pace. Qualcosa di cui ho perso il ricordo.

Mi avvicino… Ma sì… è proprio mr. T, o quello che ne rimane. Certo che me ne sono dimenticata: lui non vive, o vivrà per sempre, che è la stessa cosa in fin dei conti: non più affar mio.

Ancora più vicina… «Ti ricordi di me?». Non risponde. Ha dimenticato ogni cosa. Che sciocco. Non ha mai nemmeno capito quanto fosse orribile il fardello sulle sue spalle: l’immortalità. Sua madre ha cercato di dirglielo, ma non ce l’ha fatta. Non ho potuto farci niente: il mio lavoro veniva prima di qualunque verità. Ma adesso, voglio dirgliela io la verità: «Ho bussato tre volte. Tua madre ha provato ad avvertirti: “non accettare…”. Non accettare il dono che hai ricevuto, mr. T, questo era il segreto; io venivo a toglierti quel dono, a risparmiarti quest’agonia millenaria. Ma d’altronde, erano solo sciocche superstizioni…».

Vorrei potergli dire ancora una cosa, ma sento che il mio tempo è finito. Persino la mia esistenza avrà fine, persino io avrò la mia meritata pace: vorrei dirgli questo; e vorrei che sapesse quanto poco sia il tempo che ha trascorso rispetto a quello che ancora lo attende. Che non importa quanti rivolgimenti subirà il cosmo: che lui sarà ancora lì, e ancora e ancora, in un’eterna consunzione della carne e dell’anima. Che nessuno, nessuno lo salverà… Ma è troppo tardi anche per me.

Addio per sempre mr. T…

Advertisement