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Virginia sussultò.

Si era appisolata sulla scrivania dell’ufficio, la guancia indolenzita appoggiata sulle decine di scartoffie che non aveva mai trovato il tempo di riordinare. 

Guardò con preoccupazione l’orologio sul monitor del pc: le 23.08. 

“È tardissimo!” pensò, chiedendosi con rabbia come mai i suoi colleghi non l’avessero svegliata prima di andare via, lasciandola abbioccata come una stupida per tutte quelle ore. 

Dopo aver raccolto alla rinfusa le sue cose, si precipitò verso la porta dell’ufficio e per poco non ci sbatté contro, era chiusa a chiave.

Provò istericamente a forzare la maniglia “Maledetti bastardi, se scopro chi ha organizzato questo scherzo idiota lo faccio licenziare!”

«Ehi! Aprite questa maledetta porta, non è divertente!» urlò furiosa.

Nessuna risposta.

Si avventò nuovamente verso la porta, battendo coi palmi sulla superficie liscia.

«Aprite, ho detto! Non ho tempo per queste stronzate!»

Tese l’orecchio verso l’esterno, cercando di captare qualche rumore. 

Silenzio.

Sbuffò, e si sedette contro la porta, rassegnata ad aspettare il momento in cui i suoi colleghi burloni si sarebbero stufati della loro bravata.

Dopo qualche secondo, percepì un lieve rumore di passi proveniente dall’esterno. 

«Ehi! Guarda che vi sento! Fatemi subito uscire!»

Di nuovo, il silenzio.

Poi, ancora quel rumore, ora più nitido.

Non erano propriamente passi, però. Sembrava più un trascinarsi nervoso, con un ritmo irregolare come lo sgambettare inquieto di un insetto in trappola, che tuttavia si faceva sempre più prossimo alla porta dell’ufficio di Virginia.

“Questi idioti devono essere sbronzi”, disse tra sé e sé pensando a Giorgio e Carlo, dell’ufficio di fronte al suo, noti per le loro prodezze alcoliche, e ancora una volta si scagliò rabbiosa contro la porta.

«Aprite maledetti! Vi faccio licenziare!»

Tese nuovamente l’orecchio verso l’esterno, il rumore si faceva sempre più vicino. 

Ora riusciva a distinguere un altro suono, un respiro affannoso, quasi gutturale, quasi… innaturale.

Concentrata, ascoltò con attenzione.

Quel rantolio le si stava avvicinando, ora poteva distinguerlo chiaramente, ma ancora non si spiegava chi o cosa potesse emettere un verso così sordo e cavernoso.

Con repulsione e con il cuore che batteva a mille, decise di allontanarsi dalla porta più silenziosamente possibile, e nascondersi sotto la scrivania.

Dopo interminabili secondi, il rumore cessò. Virginia tirò un sospiro di sollievo. Quella “cosa” sembrava essersi finalmente allontanata.

“Devo chiamare aiuto” pensò, cercando istericamente il cellulare nella borsa.


Nell’ansia di trovarlo, non si accorse del lieve sibilo proveniente dallo spazio sotto la scrivania di fronte alla sua.


Stava ancora cercando il telefonino quando il rumore di una sedia buttata a terra la fece sobbalzare.

Terrorizzata, alzò lo sguardo da sotto il tavolo: la sedia dietro alla scrivania davanti a lei era a terra.

Una mano apparve sopra il tavolo di fronte al suo.

Una mano viscida, scarna e purulenta, che si afferrava scompostamente al legno della scrivania per trascinare il peso di un corpo che di umano non aveva più nulla.

Al polso, l’orologio di Giorgio.

Virginia urlò.

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