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RAPPORTO SUL CASO 014

“Quindi… cosa si prova ad essere frammentato?”.


La voce del Dottore gli arrivò all’orecchio come un eco lontano. “Cosa?” chiese l’uomo, roteando gli occhi ed osservando quell’asettica e scarna stanza bianca; tra lui e il Dottore vi era una semplice scrivania anch’essa d’un bianco candido. “Nel test della settimana scorsa ti è stato chiesto come ti sentissi e tu hai risposto «frammentato». Per cui ti chiedo: cosa si prova ad essere frammentato?”.

L’uomo rimase in silenzio per alcuni secondi, osservando accuratamente l’uomo dai capelli neri davanti a lui; il camice era troppo stretto per la sua corporatura e i piccoli occhi scavati che aveva lo facevano somigliare, secondo i suoi pazienti, a Mr. Krab. Ridacchiò al suo stesso pensiero e sospirò. “Lei crede che io sia pazzo…”. Il dottore scosse la testa. “Non ho detto questo, ma se sei qui ci sarà pure un motivo, no?”. L’uomo incrociò le braccia, tremando. “È quello il motivo dottore… io sono frammentato: ogni volta che mi addormento vivo altre vite, vivo le vite che ho narrato nei miei racconti… e non è piacevole”. “Te l’ho già spiegato, quelli sono solo sogni e non possono farti del male; quando ti succede devi pensare ad un ricordo felice e pensare di essere lì. A proposito, ti va di parlarmi dei sogni di stanotte?”. L’uomo rimase in silenzio, poi sussurrò. “Solo se mi prescrive di nuovo quelle pillole per restare svegli…”. Il Dottore sospirò. “Ascolta… capisco che sognare e ricordare possano fare male, ma la tua è una situazione molto rara e dobbiamo sapere ogni cosa per poterti aiutare; inoltre sei l’unico che ha sperimentato questi sogni a tuo dire «troppo reali», non abbiamo nemmeno aggiornato il tuo fascicolo! Pensa quanto siamo prudenti”.

L’uomo rimase in silenzio per ancora qualche secondo, poi, con un filo di voce, parlò. “Ero davanti a lei… e parlavamo del fatto che sono matto… e che il mio essere uno scrittore fallito mi ha condotto ad essere uno schiavo delle mie stesse creazioni…”. Il dottore sospirò. “Questo me lo avevi già detto al nostro precedente incontro… si tratta di un sogno ricorrente?”. L’uomo scosse la testa. “No, ma quando la vedo mi ricordo solo di quello”. “Interessante, quindi riesci a ricordarti i sogni in base a chi ti trovi davanti”. Si fermò per scrivere sul suo blocco note. “Non ti ho mai fatto questa domanda, quindi sono abbastanza curioso: sogni anche altre persone?”. L’uomo rise. “Avvoglia. Ma non sono mai le stesse persone per più di un sogno”. Il dottore aggrottò le sopracciglia. “Cosa intendi?”. “Quando rivivo le mie storie tutti i personaggi che incontro hanno volti specifici, solo un personaggio a volto… alcuni non li riconosco nemmeno”. Il dottore continuò a scrivere. “Hai altro da aggiungere?”.

L’uomo ci pensò un attimo e abbassò gli occhi, chiudendoli addirittura.

Per il Paziente sembro passare un’eternità; quel buio lo rilassava, gli faceva ricordare quanto fosse bello non sognare. Per quei secondi gli sembrò finalmente di essere guarito dalla sua sindrome, ma non appena gli riaprì la realtà gli tirò un colpo dritto al volto. Il suo cuore saltò un battito quando non vide la faccia del dottore, sostituita da un buco nero che si contorceva senza una vera e propria forma. L’occhio sinistro iniziò a bruciare e la fronte a pulsare. “No! Non adesso!”. Urlò a denti stretti mentre vedeva il dottore alzarsi. “Chiamate un’infermiera! Sta avendo un attacco di cefalea!”. Attorno a lui tutto iniziò a farsi ovattato, con solo un piccolo fischio nelle orecchie a fargli compagnia; aveva ormai chiuso gli occhi come gli avevano insegnato quando gli era stato spiegato cos’era la cefalea. In pochi secondi non poté più aprire gli occhi e nemmeno sentire il fischio. Ogni volta si chiedeva cosa scaturisse questi attacchi fulminanti, ma non ne era mai venuto a capo.

Fu quello il suo ultimo pensiero prima svenire del tutto tra le braccia di medici ed infermieri.


“In piedi, feccia!”. Urlò una voce roca, l’uomo aprì gli occhi e si trovò su una branda scomoda dentro quella che, ad un primo sguardo, sembrava l’interno di un galeone pirata. “Ci stanno attaccando e l’equipaggio del Barone dei Mari non si farà di certo sconfiggere”. Continuò la voce, che apparteneva ad un ometto calvo e magro, vestito da pirata e con una lunga barba grigia. “Oh cazzo…” pensò l’uomo, che sapeva perfettamente dove si trovava: l’unica storia di pirati che avesse mai scritto, chiamato «Le Avventure del Barone dei Mari».

Uno sciocco miscuglio di stereotipi ed epica spiccia, dove il temuto Barone dei Mari affrontava mostri ed altri pirati, divenendo via via sempre più buono. “Questo è il finale… e io sono…”. Si alzò di scatto dalla brandina e vide che anche lui indossava abiti da pirata. Seguì il Barone dei Mari fino al ponte della nave, tormentato da palle di cannone e pioggia. “Maledetti Notturni, ci hanno seguiti dal porto”. “Ma questa è una storia… è un sogno!”. Tutto si fermò, sembrò passare un’infinità. “Aiutaci” disse il Barone dei Mari. “Aiutaci ad abbandonare il tuo corpo”. “Come posso fare?” chiese l’uomo in preda al panico. “Non posso dirtelo io”. Rispose il Barone.

L’uomo indietreggiò terrorizzato e finì vittima di uno dei cosiddetti Notturni, venendo trafitto sul ponte. “Il servo… che muore nel finale… che classe”. Pensò mentre spirava.


Si risvegliò nella sua stanza dell’ospedale, sempre bianca, pulita e scarna. “Quanto è passato?”. Chiese osservando un’infermiera di fianco al suo letto. “Quindici minuti” rispose lei, con una faccia che non sembrava sincera. La donna gli pulì il sudore dal volto con un panno pulito e lui si ritirò nei suoi pensieri. “Se non avessi detto quelle cose al Barone cosa mi sarebbe successo? Cosa intendeva con quelle parole? e perché aveva la faccia di…”. i suoi pensieri vennero interrotti dal Dottore, che entrò nella stanza con molta fretta e grattandosi la testa calva. “Cosa è successo? Hai sognato?”. Lui annuì. “Mi ha parlato… un personaggio mi ha parlato!”. Il dottore prese subito una penna, ma essa gli scivolò dalle dita secche e magre; la raccolse piegandosi con facilità e cominciò a prendere nota. “Il tuo cervello deve star cercando di comunicare con te!” rispose. “Dobbiamo studiare questa cosa, ti era mai capitato prima di interrompere uno dei personaggi?”. L’uomo scosse la testa. “Avevo paura… ho sempre lasciato le cose come stavano, ma questa volta sentivo di doverlo fare”. Il dottore continuò a scrivere. “Stanotte prova a rifarlo, vedremo cosa succederà al tuo cervello”. il Paziente acconsentì, ma non parlò né di cosa gli venne detto dal Barone né i suoi altri dubbi sul viso dello stesso.

Il giorno passò in un lampo da quel momento e la notte arrivò prima del previsto. L’uomo era steso in camera sua, controllato a distanza dai medici. In pochi secondi cadde nel suo solito sonno profondo e un nuovo mondo si aprì.


“Muoviti! I Rossi sono alle nostre spalle”. L’uomo riaprì gli occhi, ritrovandosi su un cavallo e vestito da cavaliere. “Fantastico, il «Regno del Rosso», finiamola in fretta”. Si voltò versò la voce che gli urlava di muoversi: un cavaliere magro coperto da una pesante armatura dorata. “Come faccio a farvi uscire?”. Il cavaliere lo guardò con uno sguardo strano, fra il triste e il sollevato. “Avvelena la donna nella Villa, altro non posso dirti”.


Come successo precedentemente egli si risvegliò e il suo dottore entrò nuovamente nella stanza. “Mentre dormivi il tuo cervello è entrato in fase di veglia; hai parlato ancora ad uno dei personaggi?”. L’uomo disse di sì, ma che non si ricordava cosa si fossero detti. “Meglio tenere tutto per me per il momento”. Pensò; consapevole, però, che nella sua mente, stava prendendo forma un piano.

“Userò i controlli del sonno come scusa, raccoglierò ciò che mi diranno e alla fine, spero, troverò cos’è che li tiene intrappolati nel mio cervello”. pensò sorridendo, una volta rimasto solo nella stanza.


Nel corso dei giorni successivi continuò ad entrare nelle sue storie e riuscì sempre ad uscirne con qualche indizio, anche se non trovò mai la villa.

Da quando ebbe quell’attacco di cefalea, ogni notte diventò simile ad un’Escape room sotto steroidi, un viaggio tra le pagine delle storie che aveva creato, dove non sempre era facile scappare. Capì infatti molto presto che fu fortunato ad interrompere i suoi personaggi le prime volte e che la sua mente era un territorio sconosciuto persino a lui.

Una notte si ritrovò in «Le Ombre del Crepuscolo», una delle storie che scrisse come speciale di Halloween e che narrava di un Re del Terrore caduto in disgrazia. Il cielo, come si ricordava, era rosso sangue e vi erano ombre che si allungavano minacciose verso di lui. Sentì risate malefiche e serpenti sibilare, segno che il Re del Terrore era vicino. Pensò di scappare, ma era in una foresta, circondato da alberi fitti e spettrali. Dopo qualche eterno secondo un'ombra alta e imponente, con enormi ali da corvo e mani scheletriche si stagliò davanti a lui. “Una Nuova Vittima” mormorò con voce roca.

“Aspetta!”. si affrettò ad urlare l’uomo. “Sto cercando di liberarvi. Non ho avuto fortuna finora, di che villa parlano tutti?” chiese rapido e tremante, vedendo il Re del Terrore immobilizzato davanti a lui. “C’è una cameriera in quella villa, c’è uno specchio in quella villa, c’è una congiura in quella villa”. L’uomo sorrise. “La villa della Cospirazione! Grazie mille, cervello!”. disse, dando le spalle alla creatura in attesa del risveglio. “Non così in fretta”. Tuonò il Re del Terrore. “C’è qualcun altro qui… che non vuole che abbandoni tale luogo”. L’uomo si rigirò tremante. “Cosa intendi dire?”. La creatura davanti a lui cominciò ad avere spasmi e in un lampo lo afferrò al collo con la mano scheletrica; dall’vuoto dell’ombra uscì un affilato becco da corvo. “Il tuo cervello si sta svegliando… e a Lui non piace”. Disse la sua creazione. “Ascolta”. Continuò, prima di spalancare il becco ed iniziare a tremare. “Le tue storie fanno pena…” udì l’uomo. “Non importa quanto ci provi, non sarai mai all’altezza di niente”. Quelle erano le parole che il suo “Mentore”, un ometto magro, basso e calvo, ma con degli agganci dappertutto, gli aveva ripetuto per anni, ogni volta lo ferivano come una coltellata e quella sensazione, purtroppo, non lo aveva ancora lasciato. “Hai fallito in ogni cosa e ciò fa di te un completo fallimento”. L’uomo, ancora stretto nella presa della sua stessa creazione, poté sentire le lacrime grondargli il volto. “Forse se morissi qualche tua storia potrebbe valere qualcosa come i diari di un depresso suicida”. In preda alla disperazione l’uomo colpì quello che sarebbe dovuto essere il volto del Re del Terrore e finalmente tutto divenne nero.


Si svegliò urlando, allertando subito il suo dottore e un paio di infermiere. Gli occhi erano rossi e lacrimanti, le mani gli tremavano senza sosta e aveva il respiro corto e spezzato. “Il monitor mostrava evidenti segni di disturbo; ti era mai capitato di avere un incubo?” gli chiese il dottore non appena riuscì a calmarlo. “No… non da quando sogno i miei racconti”. Rispose lui. “Secondo lei perché adesso sta cambiando? Non ho cambiato nulla del mio comportamento in queste settimane”. Chiese, sapendo di star mentendo: era cambiato eccome e lo sapeva.

“Non saprei… se ogni volta che ti risvegli dimentichi ciò che è successo diventa difficile per noi capire cosa il tuo cervello sta cercando di farci sapere… ma comunque non è affatto vero che non sei cambiato; anzi, hai fatto incredibili miglioramenti e sei molto più collaborativo!”. Il dottore si congedò ed il Paziente sorrise, ma dentro di sé era combattuto: come sarebbero cambiati i suoi sogni se avesse messo il dottore al corrente delle sue scoperte? Era lui a controllare ciò che sognava oppure quel Lui nominato dal Re del Terrore? Le domande, per il momento, non trovarono risposta e dopo alcuni minuti il Paziente tornò a dormire cadendo, questa volta, in un sonno senza sogni.


“Quindi… cosa si prova ad essere frammentato?”.

La voce, per un momento, fu estranea alle sue orecchie: apparteneva ad una donna con un caschetto ramato e gli occhi grandi. La donna lo osservava in attesa di una qualsiasi risposta. “Perché sono qui? Cos’è questo posto?” disse con un pelo di panico nella voce. “Cosa intendi?” chiese la donna. “Sei nel mio studio come ogni giovedì”. Il Paziente si guardò intorno; lo studio di quella donna era esattamente come ricordava: pareti e scrivania completamente di legno scuro, sulle pareti, inoltre, vi erano quadri di paesaggi rilassanti e targhe varie, due enormi finestre facevano entrare un filo di luce solare che egli non vedeva da ormai troppo tempo. “Non ti ricordi? Sono Stefania, la tua psicologa… sei in cura da me a causa di…”. L’uomo la fermò, completando la sua frase. “Perdite di memoria”. Stefania sorrise. “Perfetto! Te lo ricordi allora!”. L’uomo scosse la testa, ora completamente conscio di dove si trovava. “Ma questo… questo  è tutto finto, vero?”. Stefania divenne seria di colpo. “Cosa te lo fa pensare?”. “Tu sei morta! Questo studio è bruciato ormai anni fa… tu sei stata la mia psicologa per due decenni…”. Disse l’uomo iniziando a piangere. La donna si alzò e gli prese le mani. “Non cedere ai ricordi proprio ora. Se sei qui c’è un motivo, rimani concentrato”. L’uomo si asciugò le lacrime. “Concentrato? Non so nemmeno più cosa è reale e cosa no! Come posso rimanere concentrato?!”. Stefania accennò un sorriso e si avvicinò alla porta, l’uomo poté notare come tutto intorno a loro iniziasse a prendere fuoco. “Questa è solo una specie di sala d’attesa. Da quella parte c’è la villa… lascia perdere la trama e concentrati su ciò che vuoi sapere: lo specchio. Altro, purtroppo, non mi è concesso dire”. Il Paziente si alzò e la abbracciò. “Ma tu… sei davvero tu… oppure il mio cervello ti ha usata per aiutarmi ad uscire da qui?”. Stefania sorrise sinceramente. “La morte non può essere sconfitta, ma i morti possono tornare in vita grazie ai ricordi… te lo ricordi? Era tua questa frase”. L’uomo sorrise a sua volta ed entrò nella porta, abbandonando lo studio della sua prima psicologa alle fiamme.


Dopo essere stato avvolto da una luce bianca, si ritrovò finalmente nelle stanze della tanto ricercata villa o, meglio, si ritrovò in «Cospirazioni e Congiure nella Villa dei Miracoli». Storia che gli fece guadagnare una piccola fama, considerata la sua opera migliore. Per crearla si ispirò ad i libri gialli che sua madre adorava e la storia aveva come protagonista una giovane cameriera bella e determinata, dalle lunghe gambe e dai lunghi capelli marroni, che cercava di risolvere un omicidio avvenuto proprio lì, destreggiandosi tra congiure, cospirazioni e doppiogiochisti. “Ricordo esattamente questa storia” disse sottovoce, notando che essa era molto più acuta e femminile. “Oh no… vuoi vedere che…”. Raggiunse uno degli specchi dell’enorme sala nella quale si trovava e i suoi sospetti vennero confermati: era diventato la cameriera che aveva creato. “Bel colpo, cervello”. disse a denti stretti. “Comunque… se davvero vuoi aiutarmi a uscire da qui e liberare le mie storie dobbiamo iniziare a collaborare: sono davanti ad uno specchio, quindi dimmi quello che devo sapere”.

Il suo riflesso si animò e dopo aver alitato dall’altro lato dello specchio vi scrisse sopra una singola frase. “NON QUESTO”. Il Paziente sbuffò. “Quale allora?”. Il suo riflesso ripeté ciò che aveva già fatto. “PIÙ GRANDE”. L’uomo pensò a tutta la planimetria della villa, che sviluppò con grande impegno, e si ricordò della Sala delle  Dame: un enorme salone da ballo situato all’ultimo piano della villa, con un gigantesco specchio al posto di una delle pareti. Camminò il più velocemente possibile fino all’ultimo piano, stupendosi di non aver incrociato nessuno dei suoi personaggi. Arrivò quasi all’ultimo piano quando, all’improvviso, un frammento di uno specchio gli cadde ai piedi, era un altro messaggio del suo cervello e vi era scritto “STA ARRIVANDO”.

“Non combinerai nulla nella tua vita, ogni cosa che fai è spazzatura”. La voce del suo mentore era tornata e questa volta la sua presenza controllava più di un personaggio, bensì l’intera villa: dove prima vi erano scale vi era ora un muro. La maggior parte degli specchi sparì, le pareti si creparono, facendo fuoriuscire un liquido nero mentre  la voce del suo mentore si faceva sempre più crudele. “Saresti dovuto morire con i tuoi genitori. Chissà se hanno pensato a te prima di morire? Sicuramente avranno pensato alla tua debolezza”. Il Paziente cercò di ignorarlo, ma la villa lo aveva messo in trappola. “Coraggio! Fai come hai sempre fatto e molla pure questa volta!”. L’uomo iniziò a tremare e piangere, si accasciò al suolo sconfitto e un indefinito numero di tentacoli composti da fumo e liquido nero lo avvolsero in abbraccio letale. “Questa è la fine giusta per un Autore Illuso: venire soffocato dalle sue stesse creazioni”. Fu in quell’istante che gli occhi dell’uomo si spalancarono nuovamente, attirati da un leggero toc proveniente dal soffitto; alzò gli occhi ed osservò l’enorme specchio della Sala delle Dame, crepato e in procinto di esplodere. “COSA SI PROVA AD ESSERE FRAMMENTATO?”. Scrisse sul muro. “CHI HA IL CONTROLLO?” continuò. “CHI HA CREATO QUESTA VILLA?”. Concluse, prima che lo specchio si frantumasse. Il Paziente si strinse le braccia e abbassò la testa, pensando intensamente ad uno dei suoi ricordi felici mentre tutto attorno a lui urlava di rabbia e disperazione; passo un tempo indefinito ed infine, quando riaprì gli occhi, si ritrovò all’interno di un teatro, un teatro che conosceva molto bene: era infatti il cine-teatro della sua città natale e rappresentava la prima volta che venne introdotto all’arte.

Tutto attorno a lui era finalmente calmo, rilassante e direi quasi paradisiaco. “Mi ricordo questo posto… qui è iniziato tutto”. Il palco si illuminò all’improvviso e sei ballerini comparirono dal nulla, iniziando a danzare leggiadri accompagnati dalla celestiale melodia dell’autunno di Vivaldi. “Cosa significa tutto ciò?” chiese l’uomo al nulla che lo circondava. “Perché sono in questo posto?”.

I ballerini si fermarono ed iniziarono ad essere colti da gravi convulsioni, il fondale del palco si rivelò uno schermo e delle parole iniziarono a formarsi su di esso. “Chiedi ciò che il tuo cuore vuole sapere”. L’uomo non esitò. “Cosa mi sta succedendo? Cosa sei tu? Questo è un incubo o la realtà?”. Le parole arrivarono rapide. “Sei frammentato, la tua mente è stata ridotta in frammenti da qualcuno che ha instillato in te il seme del Dubbio. Tale seme è germogliato ed ha iniziato a prendere il controllo dei frammenti più deboli. Io sono una parte di te; il tuo Pensiero Logico, il tuo Io interiore ed inscalfibile. Infine, questo non è un incubo ma nemmeno la realtà; a dire il vero, non vivi nella realtà da quando hai avuto quell’attacco di cefalea. La tua condizione ti rende schiavo e prigioniero della tua mente. Nella tua mente non hai potere e il Dubbio può finire tranquillamente il lavoro della persona che lo ha inserito nei tuoi pensieri”. “Quindi quella cosa nella villa… e il Re del Terrore… erano tutte illusioni di questo Dubbio? E poi, cosa intendi quando dici che non ho più vissuto nella realtà da quell’attacco? I risvegli, il dottore… i giorni che passavano…”. I ballerini continuarono ad avere spasmi, mentre nuove parole comparvero sullo schermo del palco. “In ordine”. Disse quasi solenne. “Non illusioni, ma corruzioni… rifletti; chi ti ha fatto dubitare della buona riuscita delle tue storie in modo per niente costruttivo? Infine si, non ti sei mai più risvegliato da quell’attacco, tutto ciò che hai vissuto lo ha creato la tua mente, in modo da darti una «trama»”. L’uomo non voleva accettare le parole dello schermo, ma dentro di se sapeva, sapeva che tutto ciò che gli venne detto era la pura e semplice verità. “Inconsciamente sapevo che avere una serie di piccoli obiettivi da completare con la promessa finale di ritrovare la pace mi avrebbe fatto continuare a sognare… fino a giungere qui!”. I ballerini si fermarono ed annuirono. “Sapevi perfettamente che rivivere la tua storia non ti avrebbe scosso; perciò, hai scelto di rivivere i tuoi racconti… sapevi che rivedere Stefania era solo un piccolo auto-regalo, completamente scollegato da tutto… inconsciamente tu sapevi cosa dovevi fare e volevi farlo… ti serviva solo la spinta giusta”. L’uomo si guardò le mani. “Quindi… è questo che si prova ad essere frammentati? Sono solo una parte consapevole ma non onnisciente, legata ad un indizio specifico?”. I ballerini scossero la testa all’unisono. “No. Lo sei attualmente… ma non lo sarai ancora per molto… ora rispondi alla domanda che ti ho posto”. L’uomo si grattò la barba. “Chi mi ha fatto sempre dubitare di me? Il mio mentore… sento la sua voce quando il Dubbio compare… ma è morto qualche anno fa, non posso farci più niente”. I ballerini sparirono e una voce molto simile a quella del Paziente, ma più roca, cominciò a parlare. “Egli morì nella realtà… qui è ancora vivo e vegeto… ed è sempre stato con te… ti ricordi com’era fatto?”. L’uomo non fece in tempo a rispondere che tutto divenne nero e scomparve.


“Finalmente sei sveglio!”. Urlò la voce del Dottore, anche se suonava più preoccupata che gioiosa. “Questa è la realtà?” chiese il paziente. “Certo… perché me lo chiedi?” disse il Dottore grattandosi la testa calva; il paziente lo osservò con uno sguardo che non riconosceva. “Per quanto tempo ho dormito?” chiese il Paziente, ignorando ciò che disse il Dottore. “Cinque giorni… ma perché mi guardi così?”. “Così come?” chiese il Paziente. “Vuole per caso chiedermi cosa si prova ad essere frammentati? Oppure vuole chiedermi qualcosa riguardo le mie storie e quanto sono fallimentari?”. Il Dottore balbettò qualcosa, ma il paziente lo interruppe. “Il mio dottore non era calvo e nemmeno così magro!”. L’uomo, fino a quel momento sdraiato sul letto, saltò addosso al dottore, mettendogli le mani al collo. “Cosa stai facendo…” disse lui con la voce strozzata. “Ricompongo i frammenti!”. Rispose a denti stretti.

In poco tempo l’intera stanza da letto venne circondata da fumo nero, ulteriore prova che dava ragione alle sue azioni. “Smettila… ti prego…”. Implorò il falso dottore, mentre il Dubbio, dopo aver assunto la forma di decine mani umane sporche e ferite, tentava di toglierlo dal corpo del suo mentore. “Finalmente smetterò di fare quei sogni! Finalmente tutto avrà di nuovo un senso!”.

Si fermò solamente quando il falso dottore smise di muoversi, il Dubbio era sparito e tutto, finalmente, si fece bianco.


L’uomo si risvegliò in una stanza completamente bianca e lucente, le pareti erano così bianche da sembrare imbottite e il pigiama che indossava era fresco. Si alzò dal letto ed osservò il piccolo mobiletto bianco dagli angoli morbidi; lì vi era una piccola lettera chiusa che aprì in un secondo.

“Se stai leggendo questo, devi perdonarmi

E se non riuscirai a farlo almeno lascia che dica tutto:

Il mio era un piccolo esperimento per vedere come un

Sostanziale cambiamento, ma non annunciato, avrebbe fatto

Viaggiare la tua mente; non mi aspettavo di certo un

Epilogo del genere.

Già so cosa dirai, che è tutto ok e che alla fine ti sei

Lasciato tutto alle spalle ma

Io non posso farlo.

Ora me ne andrò e tu non mi vedrai più. Scusami ancora.

?”.


L’uomo, forse per la prima volta in chissà quanto tempo, sorrise sinceramente. “Probabilmente quelle cose per non farmi dormire erano una specie di intruglio che mi ha causato l’attacco di cefalea e successivamente mi ha reso capace di sognare lucido… per fortuna si è concluso tutto per il verso giusto; ora finalmente non sognerò più le mie storie e potrò tornare alla mia vita…”. Il Paziente sorrise e si mise a guardare fuori dalla finestrella con le sbarre che faceva filtrare quella candida luce. “Che strano…” pensò osservando una folla di persone all’esterno, che sventolavano striscioni, gigantografie, foto e cartelloni. “Quella faccia sembra proprio quella del mio vecchio mentore”.

Narrazioni[]

Cosa_si_prova_ad_essere_Frammentato?_-_Storia_Horror

Cosa si prova ad essere Frammentato? - Storia Horror

Narrazione di Misteriossa